"LET THERE BE LIGHT" Ministries
La Polemica Grande Fra Christ e Satan
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Introduzione
Prima del peccato, Adamo godeva della diretta comunione con il suo Creatore; ma dopo che l'uomo in seguito alla trasgressione si fu separato da Dio, il genere umano venne privato di questo grande privilegio. Per il piano della redenzione, però, fu aperta una via che consente agli abitanti della terra di avere contatto coi cielo. Dio, mediante il suo Spirito, ha parlato agli uomini, e così la luce divina è stata data al mondo attraverso le rivelazioni da lui fatte ai servitori che si è scelti. « I santi uomini di Dio hanno parlato, essendo sospinti dallo Spirito Santo » 2 Pietro 1: 21 (D).
Durante i primi venticinque secoli della storia umana, non ci fu rivelazione scritta. Coloro che venivano istruiti da Dio comunicavano ad altri la conoscenza ricevuta, che così era trasmessa di padre in figlio, di generazione in generazione. La stesura della Parola scritta ebbe inizio al tempo di Mosè. Fu allora che le rivelazioni ispirate vennero raccolte in un libro. L'opera proseguì nel corso di sedici secoli: da Mosè, lo storico della creazione e della legge, a Giovanni, il custode delle più sublimi verità del Vangelo.
La Bibbia indica Dio come suo autore, nondimeno è stata scritta da mani umane. Nella differenza di stile dei suoi vari libri, essa presenta le caratteristiche dei suoi scrittori. Le verità rivelate sono state date per ispirazione di Dio (2 Timoteo 3: 16), però sono espresse con le parole degli uomini. L'Essere infinito, mediante il suo Spirito, ha fatto risplendere la sua luce nelle menti e nei cuori dei suoi servitori. Egli ha dato sogni e visioni, simboli e figure; e coloro ai quali la verità fu così rivelata la concretizzarono con un linguaggio umano.
I dieci comandamenti furono enunciati da Dio stesso e scritti dalla sua stessa mano. Essi, perciò, sono redazione divina e non umana. La Bibbia, invece, con le sue verità divine espresse col linguaggio degli uomini, presenta l'unione del divino con l'umano. Questa unione esisteva nella natura di Cristo che era allo stesso tempo il Figliuolo di Dio e il Figliuolo dell'uomo. Della Bibbia si può dire quello che fu detto di Gesù: « La Parola è stata fatta carne ed ha abitato per un tempo fra noi » Giovanni 1: 14.
Scritti in epoche diverse, da uomini che differivano notevolmente sia per ceto sociale che per occupazione e doti mentali e spirituali, i libri della Bibbia presentano un notevole contrasto nello stile e una grande varietà nella natura degli argomenti trattati. I vari scrittori ricorrono a diverse forme di espressione, e così accade spesso che la stessa verità venga presentata con maggiore vigore da uno scrittore piuttosto che da un altro. Inoltre, dato che uno stesso argomento è trattato da vari scrittori con diversità di aspetti e di connessioni, il lettore superficiale o animato da pregiudizi può vedere discordanze e contraddizioni là dove invece lo studioso riflessivo e riverente, dotato di percezioni più chiare, scopre un'ammirevole armonia.
Presentata da dífferenti scrittori, la verità viene esposta nei suoi vari aspetti. Uno scrittore è più colpito da un aspetto dell'argomento e si sofferma su quei punti che meglio si armonizzano con la sua esperienza e con la sua maniera di concepire le cose e di valutarle; un altro si sofferma su un altro aspetto e cosi ognuno, sotto la guida dello Spirito Santo, espone quanto lo ha maggiormente colpito. Si ha in tal modo in ciascuno dei relatori un differente aspetto della verità e una perfetta armonia dell'insieme. Le verità così rivelate si uniscono e formano un tutto perfetto, adatto alle necessità degli uomini in tutte le circostanze e le esperienze, della vita.
Dio si è compiaciuto di rivelare la sua verità al mondo per mezzo di agenti umani, ed Egli stesso col suo Spirito Santo li ha qualificati e resi idonei per compiere quest'opera. Egli ha guidato la mente nella scelta di quello che doveva essere detto e scritto. Il tesoro è stato affidato a vasi di terra, sì, ma procede dal cielo. La testimonianza, anche se trasmessa mediante l'imperfetto linguaggio degli uomini, é pur sempre la testimonianza di Dio; e il figlio di Dio che ubbidisce e crede, vede- in essa la gloria della potenza divina piena di grazia e di verità.
Nella sua Parola, Dio ha comunicato agli uomini la conoscenza necessaria alla salvezza. Le Sacre Scritture debbono essere accettate come rivelazione autorevole e infallibile della sua volontà. Esse sono il modello del carattere, le rivelatrici della dottrina e il banco di prova dell'esperienza. « Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile ad insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, affinché l'uomo di Dio sia compiuto, appieno fornito per ogni opera buona » 2 Timoteo 3: 16, 17.
Il fatto che Dio abbia rivelato la sua volontà agli uomini per mezzo della sua Parola, non ha reso inutile la costante presenza e la guida dello Spirito Santo. Al contrario, lo Spirito fu promesso dal nostro Salvatore per schiudere la Parola ai suoi servitori e illuminarli perché ne applicassero gli insegnamenti. Ora, poiché è lo Spirito di Dio che ha ispirato la Bibbia, è impossibile che quanto esso insegna sia in contrasto con l'inségnamento della Scrittura.
Lo Spirito non fu dato -né mai potrà essere accordato- perché sostituisse la Bibbia, in quanto le Scritture stabiliscono in modo esplicito che la Parola di Dio è la regola in base alla quale vanno provati tanto l'insegnamento quanto l'esperienza. Dice l'apostolo Giovanni: « Diletti, non crediate ad ogni spirito, ma provate gli spiriti per sapere se son da Dio; perché molti falsi profeti sono usciti fuori nel mondo » 1 Giovanni 4: l. Isaia dichiara: « Alla legge e alla Testimonianza; se alcuno non parla secondo questa parola, certo non vi è in lui alcuna aurora » Isaia 8: 20 (D).
Un grave danno è stato recato all'opera dello Spirito Santo in seguito agli errori di una certa categoria di persone che pretendevano di avere ricevuto una luce particolare e perciò di non avere bisogno della guida della Parola di Dio. Tali persone sono governate da impressioni che considerano come la voce di Dio nell'anima; invece lo spirito che le anima non è quello di Dio. Attenersi a impressioni, trascurando le Scritture, può condurre solo alla confusione, all'inganno e alla rovina, perché equivale a incrementare l'opera del Maligno. Poiché il ministero dello Spirito Santo è di vitale importanza per la chiesa di Cristo, uno degli espedienti di Satana consiste proprio -grazie agli sbagli degli estremisti e dei fanatici - nel gettare il discredito sull'opera dello Spirito Santo e nell'indurre il popolo di Dio a trascurare la fonte di potenza che il Signore ha provveduto per noi.
In armonia con la Parola di Dio, lo Spirito Santo doveva continuare l'opera nella dispensazione evangelica. Nel corso dei secoli durante i quali venivano date le Scritture dell'Antico e del Nuovo Testamento, lo Spirito Santo non cessò di infondere la luce nelle menti dei singoli, e cio a parte le rivelazioni da incorporare nel sacro canone. La stessa Bibbia, d'altro canto, ricorda che mediante lo Spirito Santo gli uomini ricevevano avvertimenti, rimproveri, consigli e direttive su cose che non avevano un rapporto diretto con la comunicazione delle Scritture. Si parla, per esempio, di profeti. dei quali nulla ci è stato tramandato. Allo stesso modo, dopo che fu chiuso il canone delle Scritture, lo Spirito Santo avrebbe proseguito la sua opera per illuminare, avvertire e consolare i figli di Dio.
Gesù promise ai suoi discepoli: « Il Consolatore, lo Spirito Santo, che il. Padre manderà nel mio nome, egli v'insegnerà ogni cosa I e vi rammenterà tutto quello che v'ho detto » Giovanni 14: 26. « Ma quando sia venuto lui, lo Spirito della verità, egli vi guiderà in tutta la verità... e vi annunzierà le cose a venire » Giovanni 16: 13. La Scrittura insegna in modo esplicito che queste promesse, lungi dal limitarsi al periodo apostolico, si estendono alla chiesa di Cristo di tutti i tempi. Il Salvatore rassicurò i suoi seguaci dicendo: « Ecco, io son con voi in ogni tempo, infino alla fine del mondo » Matteo 28: 20 (D). Paolo,. a sua volta, dichiarò che i doni e le manifestazioni dello Spirito dovevano essere posti nella chiesa « per il perfezionamento dei santi, per l'opera dei ministero, per l'edificazione del corpo di Cristo, finché tutti siamo arrivati all'unità della fede e della piena conoscenza del Figliuol di Dio, allo stato d'uominí fatti, all'altezza della statura perfetta di Cristo » Efesini 4: 12, 13.
Per í credentí di Efeso, l'apostolo Paolo pregava: « L'Iddio del Signor nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia lo Spirito di sapienza, e di rivelazione, nella riconoscenza d'esso; e gli occhi della mente vostra siano illuminati, acciocché sappiate quale è la speranza della sua vocazione, e quali son le ricchezze della gloria della sua eredità, ne' luoghi santi; e quale è, inverso noi che crediamo, l'eccellente grandezza della sua potenza » Efesini 1: 17-19 (D). Il ministero dello Spirito divino, nell'illuminare l'intelletto e nell'aprire la mente alle cose profonde della Parola di Dio, era la benedizione che Paolo invocava sulla chiesa di Efeso.
Dopo la meravigliosa manifestazione dello Spirito Santo alla Pentecoste, Pietro esortò i suoi uditori al pentimento e al battesimo nel nome di Cristo per la remissione dei peccati, quindi aggiunse: « Voi riceverete il dono dello Spirito Santo. Perciocché a voi è fatta la promessa, ed a' vostri figliuoli, ed a coloro che verranno per molto tempo appresso; a quanti il Signore Iddio nostro ne chiamerà » Atti 2: 38, 39 (D).
In stretto rapporto con le scene relative al gran giorno di Dio, il Signore tramite il profeta Gioele promise una speciale effusione dello Spirito Santo (Gioele 2: 38). Tale promessa ebbe un parziale adempimento nell'effusione dello Spirito Santo il giorno della Pentecoste, e raggiungerà il suo pieno adempimento nella manifestazione della grazia divina che accompagnerà l'opera conclusiva del Vangelo.
La grande lotta fra il bene e il male andrà aumentando d'intensità sino alla fine dei tempi. In ogni epoca l'tra di Satana si è scatenata contro la chiesa di Cristo, ma Dio ha riversato la sua grazia e il suo Spirito sul suo popolo per dargli la forza di resistere alla potenza del Maligno. Gli apostoli di Cristo, quando dovevano recare il Vangelo al mondo e ricordarlo per le generazioni future, furono dotati di una particolare illuminazione dello Spirito. A mano a mano poi che la chiesa si avvicinerà alla sua liberazione finale, Satana agirà con crescente vigore perché « è disceso a voi con gran furore, sapendo di non aver che breve tempo » Apocalisse 12: 12. Egli opererà « con ogni potenza e prodigi e miracoli di menzogna » 2 Tessalonicesi 12: 12 (D). Per seímila anni questo essere dotato di una grande intelligenza -un tempo era il più eccelso fra gli angeli di Dio- si è completamente dedicato all'opera dell'inganno e della rovina. Tutte le risorse della sua abilità e della sua sottigliezza satanica; tutta la crudeltà che egli è andato gradatamente sviluppando nel corso di questa millenaria lotta, saranno messe in atto contro il popolo di Dio nella fase finale di questo conflitto. In questo tempo di pericolo i seguaci di Cristo debbono dare al mondo l'avvertimento del secondo avvento e preparare un popolo « immacolato e irreprensibile » 2 Pietro 3: 14. La grazia e la potenza di Dio non saranno meno necessarie allora di quanto lo erano ai' tempi apostolici.
Mediante la luce impartita dallo Spirito Santo, le scene del lungo conflitto fra il bene e il male sono state presentate a chi ha scritto queste pagine. Di quando in quando mi è stato consentito di con-templare gli sviluppi, attraverso i secoli della grande lotta fra Cristo, il principe della vita, autore della nostra salvezza, e Satana, principe del male, autore del peccato e primo trasgressore della santa legge di Dio. L'inimicizia di Satana per Cristo si è manifestata anche contro i suoi seguaci. Lo stesso odio nei confronti della legge divina, lo stesso metodo di inganno per il quale l'errore è fatto passare per verità, e che è valso a sostituire le leggi umane alla legge di Dio, come pure a indurre gli uomini ad adorare la creatura al posto del Creatore, si pos-sono ritrovare in tutta la storia passata-Gli sforzi di Satana per mettere in cattiva luce il carattere dell'Onnipotente e spingere gli uomini a farsi un falso concetto di lui, come anche a considerarlo con un senso di ti-more misto a odio, anziché con amore; i suoi reiterati tentativi per mettere da parte la legge divina, di modo che gli uomini si ritengano sciolti dalle sue esigenze; le sue persecuzioni contro chi ardisce opporsi ai suoi inganni: tutto ciò si è verificato nei secoli e lo si può ritrovare anche nella storia dei patriarchi, dei profeti, degli apostoli, dei martiri e dei riformatori.
Nel grande conflitto finale, Satana ricorrerà agli stessi espedienti, manifesterà lo stesso spirito e agirà - come del resto ha semp re fatto nel -- passato - per il conseguimento del medesimo fine. Quello che è stato, sarà ancora, a parte il fatto che la battaglia futura sarà caratteriz-zata da una violenza senza precedenti. Gli inganni di Satana risulteranno più sottili, i suoi attacchi più determinati e tali « per sedurre, se fosse possibile, anche gli eletti » Marco 13: 22.
Mentre lo Spirito di Dio schiudeva davanti alla mia mente le grandi verità della sua Parola e faceva passare dinanzi a me le scene .del passato e del futuro, ho ricevuto l'incarico di far conoscere agli altri quello che mi era stato così rivelato, per modo che fosse possibile rifare la storia della lotta attraverso i secoli e presentarla in maniera tale da gettare luce sulla lotta che si sta avvicinando rapidamente. A questo scopo ho cercato di selezionare e di raggruppare le varie vicende della storia della chiesa, sì da poter scorgere le grandi verità basilari che nelle diverse -epoche sono state date al mondo, suscitando così l'ira di Satana e l'inimicizia di una chiesa attaccata al mondo; verità che sono state conservate per la testimonianza di coloro che « non hanno amato la propria vita, anzi l'hanno esposta alla morte ».
In questa rievocazione si può scorgere un presagio del conflitto che va profilandosi dinanzi a voi. Considerandola alla luce della Parola di Dio e con l'ausilio dello Spirito Santo, si possono smascherare le astuzie di Satana e i pericoli che dovranno essere evitati da chi vuole essere trovato « immacolato » all'avvento del Signore.
I grandi avvenimenti che nei secoli passati hanno contrassegnato il progresso della riforma appartengono alla storia e sono molto noti, oltre che universalmente riconosciuti dal mondo protestante: si tratta di fatti incontestabili. Questa storia l'ho presentata brevemente, in armonia con l'intento di questo libro. Tale brevità andava necessariamente osservata, e così i fatti sono stati condensati in poco spazio e secondo un criterio di coerenza in vista di un'adeguata comprensione della loro applicazione. In alcuni casi, quando uno storico aveva raggruppato gli eventi sì da fornire in sintesi una visione abbastanza vasta dell'argomento e aveva riassunto i particolari in maniera adatta, sono state riportate testualmente le sue parole. In altri casi, invece, non si è seguito questo principio in quanto le citazioni vengono fatte non perché lo scrittore costituisce un'autorità in materia, ma perché le sue affermazioni forniscono una precisa ed efficace presentazione del soggetto. Uso analogo è stato fatto degli scritti che si riferiscono all'opera della riforma nella nostra epoca.
Lo scopo del presente volume non è tanto di presentare nuove verità intorno alla lotta dei tempi passati, quanto di esporre fatti e princìpi che hanno a che fare con gli eventi futuri. Nondimeno, considerati come- parte non trascurabile della lotta tra le forze della luce e quelle delle tenebre, tutti questi resoconti del passato acquistano un significato nuovo: per mezzo di essi la luce si riflette sull'avvenire, illuminando il sentiero di quanti, come i riformatori di un tempo, saranno chiamati - e forse anche a rischio del loro stesso benessere terreno- a testimoniare per « la Parola di Dio e la testimonianza di Gesù ».
Illustrare le scene della grande lotta fra la verità e l'errore; svelare le astuzie di Satana e indicare i mezzi per resistergli; presentare una soluzione soddisfacente del grande problema del male, gettando luce sull'origine del peccato e sulla sua eliminazione finale, perché siano così affermate la giustizia e la benevolenza di Dio in tutto il suo modo di procedere nei confronti delle sue creature; mettere in risalto la natura santa e immutabile della sua legge: questo è lo scopo del presente volume.
La fervida preghiera dell'autore è che per mezzo di esso molte anime siano liberate dalla potenza delle tenebre e rese « partecipi dell'eredità dei santi nella luce », per lodare Colui che ci ha amati e ha dato se stesso per noi.
E.G. White
Capitolo 1
Previsione del Destino del Mondo
« Oh se tu pure avessi conosciuto in questo giorno quel ch'è per la tua pace! Ma ora è nascosto agli occhi tuoi. Poiché verranno su te de' giorni nei quali i tuoi nemici ti faranno attorno delle trincee, e ti circonderanno e ti stringeranno da ogni parte; e atterreranno te e i tuoi figliuoli dentro di te, e non lasceranno in te pietra sopra pietra, perché tu non hai conosciuto il tempo nel quale sei stata visitata » Luca 19: 42-44.
Dall'alto del monte degli Ulivi, Gesù contemplava Gerusalemme. Bella e soffusa di pace era la scena che si apriva dinanzi al suo sguardo. Era il tempo della Pasqua, e da ogni parte i figli d'Israele erano convenuti per la celebrazione della grande festività nazionale. I maestosi palazzi e i massicci bastioni della città si ergevano in mezzo ai giardini, ai vigneti, ai pendii verdeggianti tinteggiati dalle tende dei pellegrini, sullo sfondo delle colline degradanti a terrazze. La figlia di Sion sembrava dire, con orgoglio: « Io seggo regina e non conoscerò mai il lutto », tanto appariva bella allora e tanto era sicura del favore del cielo, come lo era stata secoli prima quando il Salmista cantava: « Bello si erge, gioia di tutta la terra, il monte di Sion, dalle parti del settentrione, bella è la città del gran re » Salmo 48: 2. Di fronte si ergevano, dominatori, i magnifici edifici del tempio. I raggi del sole morente facevano scintillare i suoi muri di marmo, rifulgere l'oro delle sue porte, della sua torre e dei suoi pinnacoli. « La perfetta bellezza » era il vanto della nazione giudaica. Quale israelita poteva contemplare una simile visione senza provare un brivido di gioia e di ammirazione? Eppure i sentimenti di Gesù erano ben diversi. San Luca scrive: « E come si fu avvicinato, vedendo la città, pianse su lei » Luca 19: 41. In mezzo al tripudio generale per la sua entrata trionfale, mentre rami di palma venivano agitati, grida di « Osanna! » risvegliavano l'eco delle colline e migliaia di voci lo proclamavano Re, il Redentore del mondo fu sopraffatto da un profondo senso di tristezza. Egli, il Figlìuolo di Dio, il Promesso d'Israele, la cui potenza aveva vinto la morte e tratto dalla tomba i suoi prigionieri, piangeva. Non si trattava di un dolore passeggero, bensì di una profonda e irrefrenabile angoscia.
Gesù, pur sapendo dove lo avrebbero condotto i suoi passi e vedesse schiudersi dinanzi a sé la scena del Getsemani, non piangeva per sé. Vedeva, a poca distanza, la porta delle pecore dalla quale per secoli erano passate le vittime destinate al sacrificio, e sapeva che essa si sarebbe aperta anche per lui, quando sarebbe stato condotto all'uccisione come un agnello (Isaia 53: 7). Poco lontano c'era il Calvario, luogo della crocifissione. Sul cammino che Cristo fra breve avrebbe percorso, si sarebbe abbattuto l'orrore delle più fitte tenebre allorché Egli avrebbe dato l'anima sua come offerta per il peccato. Eppure non era la visione di quelle scene che, in quell'ora di gioia generale, gettava un'ombra su di lui. Non era neppure il presagio della sua angoscia sovrumana ad adombrare il suo spirito altruistico. Gesu pliangeva sulle migliaia di abitanti di Gerusalemme votati alla morte per la cecità e per l'impenitenza di quanti Egli era venuto a beneficare e a salvare.
Davanti agli occhi di Gesù, ripassavano mille anni di storia contrassegnati dal particolare favore di Dio e dalla sua patema cura per il popolo eletto. Là, sul monte Moria, il figlio della promessa (Isacco) si era lasciato legare sull'altare senza opporre resistenza: emblema dell'offerta del Figliuolo di Dio. Là era stato confermato al padre dei credenti (Abrahamo) il patto di benedizione, la gloriosa promessa messianica (Genesi 22: 9, 16-18). Poco oltre, le fiamme del sacrificio che erano salite al cielo dall'aia di Ornam avevano distolto la spada dell'angelo sterminatore (1 Cronache 21), simbolo appropriato del sacrificio e della mediazione del Salvatore in favore degli uomini colpevoli. Gerusalemme era stata onorata da Dio al di sopra di qualunque altro luogo della terra. Il Signore aveva scelto Sion e l'aveva desiderata come sua dimora (Salmo 132: 13). In essa, per secoli, i profeti avevano dato i loro messaggi di avvertimento. In essa i sacerdoti avevano agitato i loro turiboli, mentre nubi d'incenso, con le preghiere degli adoratori, erano salite al cielo fino a Dio. In essa, ogni giorno, il sangue degli agnelli immolati era stato offerto quale preannuncio dell'Agnello di Dio. In essa Iddio aveva rivelato la sua presenza nella nuvola di gloria sopra il propiziatorio. In essa si era eretta la mistica scala che univa il cielo e la terra (Genesi 28: 12; Giovanni 1: 51), scala sulla quale salivano e scendevano gli angeli di Dio e che schiudeva al mondo la via al santissimo per eccellenza. Se Israele, come nazione, fosse rimasto fedele al Signore, Gerusalemme sarebbe sussistita in eterno, eletta di Dio (Geremia 17: 21-25). Purtroppo, però, la storia di quel popolo favorito era piena di cadute e di ribellioni. Gli israeliti avevano resistito alla grazia del cielo, fatto un cattivo uso dei privilegi ricevuti e disprezzato le opportunità loro offerte.
Quantunque Israele si fosse beffato dei messaggeri di Dio, avesse disprezzato le sue parole e schernito i profeti (2 Cronache 36: 16), l'Eterno aveva continuato a essere « pietoso e misericordioso, lento all'ira e grande in benignità e verità » Esodo 34: 6 (D). Nonostante il reiterato rigetto da parte del popolo, la grazia divina aveva continuato a manifestarsi attraverso rinnovate esortazioni. Con un amore più -grande di quello di un padre per il figlio prediletto, Dio « mandò loro a più riprese degli ammonimenti, per mezzo dei suoi messaggeri, poiché voleva risparmiare il suo popolo e la sua propria dimora » 2 Cronache 36: 15. Quando le rimostranze, le esortazioni e i rimproveri risultarono vani, Egli non esitò a dare il miglior dono del cielo; anzi in quel dono Dio dava tutto il cielo.
Il Figliuolo di Dio in persona era venuto a esortare la città impenitente. Era stato Cristo a trarre fuori dall'Egitto Israele, simile a vite pregiata (Salmo 80: 8). Era stata la sua mano a scacciare le nazioni pagane davanti al suo popolo. Era stato Cristo a piantare la « vigna d'Israele » su una fertile collina. Era stata la sua vigile cura a ergere intorno ad essa una barriera di protezione. Erano stati i suoi servitori ad averne cura. « Che più si sarebbe potuto fare alla mia vigna », Egli esclamò, « di quello che io ho fatto per essa? » Isaia 5: 1-4. Mentre Egli si aspettava che facesse dell'uva, essa aveva fatto delle lambrusche; nondimeno, Dio nella ferma speranza di vederla portare frutto, era venuto nella sua vigna e aveva cercato di sottrarla alla distruzione. Dopo avere dissodato la terra che la circondava, la potò e, con sforzi incessanti, fece il possibile per conservare in vita la vigna da lui piantata.
Per tre anni il Signore della luce e della gloria visse in mezzo al suo popolo. Egli andò « attorno facendo del bene, e guarendo tutti coloro che erano sotto il dominio del diavolo » Atti 10: 38. Guarii i contriti di cuore, proclamò la libertà ai prigionieri, rese la vista ai ciechi, l'uso delle membra ai paralitici, l'udito ai sordi; purificò i lebbrosi, risuscitò i morti e predicò l'Evangelo ai poveri (Luca 4: 18; Matteo 11: 5). A ogni categoria di persone, senza nessuna distinzione, fu rivolto l'invito: « Venite a me, voi tutti che siete travagliati ed aggravati, e io vi darò riposo » Matteo 11: 28.
Pur essendo ricambiato con l'odio e l'ingratitudine (Salmo 109: 5), Egli, sorretto dall'amore, proseguì imperterrito nella sua missione di misericordia. Mai respinse chi cercava la sua grazia. Pellegrino senza tetto, avendo come retaggio la povertà e il disprezzo, Gesù visse per sopperire alle altrui necessità e per alleviare l'umana distretta, esortando gli uomini ad accettare il dono della vita. Le ondate di misericordia respinte dai cuori induriti, ritornavano con accresciuto vigore recando l'offerta di un amore ineffabile e sublime. Ma Israele si era allontanato dal suo migliore Amico, dal suo unico Aiuto. Gli appelli del suo amore furono disprezzati, i suoi consigli respinti, i suoi avvertimenti volti in ridicolo.
L'ora della speranza e del perdono scorreva rapidamente, mentre si andava colmando il calice dell'ira di Dio a lungo repressa. La nube che si era progressivamente addensata durante il lungo periodo di apostasia e di ribellione, era sul punto di esplodere su un popolo colpevole.
Colui che, solo, avrebbe potuto salvare Israele dal fato incombente, era stato schernito e stava per essere crocifisso. Quando Cristo sarebbe stato inchiodato sulla croce del Calvario, sarebbero finiti i giorni d'Israele come nazione favorita e benedetta da Dio. La perdita di una sola anima è una calamità che supera di gran lunga i guadagni e i tesori del mondo; ed ecco che mentre Gesù contemplava Gerusalemme, il fato di una intera città, di tutta una nazione si profilava dinanzi a lui: fato di una città e di una nazione che un tempo erano state il tesoro particolare di Dio.
I profeti avevano pianto sull'apostasia d'Israele e sulle terribili devastazioni che il suo peccato avrebbe provocato. Geremia desiderava che i suoi occhi fossero una sorgente di lacrime per poter piangere giorno e notte l'uccisione della figliuola del suo popolo, per la greggia del Signore che stava per essere condotta in cattività (Geremia 9: 1; 13: 17). Perciò è facile intuire la tristezza di Colui che col suo sguardo profetico passava in rassegna non anni, ma secoli. Egli vedeva l'angelo sterminatore, con la sua spada snudata contro la città che era stata per tanto tempo la dimora dell'Altissimo. Dall'alto del monte degli Ulivi, luogo che più tardi fu occupato da Tito e dal suo esercito, Egli contemplava la valle; il suo sguardo si posava sui sacri recinti e sui portici e vedeva, con gli occhi pieni di lacrime, in una paurosa prospettiva, le mura circondate dagli eserciti nemici; udiva il passo cadenzato delle legioni in marcia verso la linea del combattimento, e le grida dei figli che, nella città assediata, chiedevano il pane alle proprie madri. Si raffigurava la sua santa e bella casa, con i suoi palazzi e le sue torri, in preda alle fiamme che avrebbero lasciato solo un cumulo di macerie fumanti.
Guardando attraverso i secoli, Cristo vedeva il popolo del patto disperso per ogni dove, simile ai relitti di un naufragio su una spiaggia deserta. Nella retribuzione temporale che stava per abbattersi sui suoi figli, Egli scorgeva solo il primo sorso di quell'amaro calice che nel giudìzio ultimo esso avrebbe dovuto bere fino all'ultima stilla. Con divina pietà, con intenso amore, Egli pronunciò le accorate parole: « Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figliuoli, come la gallina raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! » Matteo 23: 37. Oh, se tu, nazione favorita sopra ogni altra, avessi conosciuto il tempo della tua visitazione e le cose che appartengono alla tua pace! lo ho trattenuto l'angelo giustiziere, ti ho invitata al pentimento, ma invano. Tu non ti sei limitata a respingere i miei servitori, i miei delegati, i miei profeti, Hai addirittura rigettato il Signore d'Israele, il tuo Redentore. Tu sola sei responsabile della tua distruzione. « Eppure non volete venire a me per aver la vita! » Giovanni 5: 40
Cristo vedeva in Gerusalemme un simbolo del mondo indurito nell'incredulità e nella ribellione; un mondo che si avviava verso il giudizio retributivo di Dio. Egli sentiva gravare sulla propria anima tutto il peso del dolore di un'umanità caduta, e questo gli strappava un grido di profonda amarezza. Vedeva le vicende del peccato messe in risalto dalle umane miserie, dalle lacrime e dal sangue. Il suo cuore si riempiva di. una infinita pietà verso gli afflitti e i sofferenti, e desiderava ardentemente risollevarli. Purtroppo, la sua potente mano non poteva respingere l'ondata dell'umano dolore, in quanto pochi cercavano l'unica Fonte di aiuto. Egli era pronto a esporre la sua anima alla morte per rendere possibile la loro salvezza, ma pochi sembravano disposti ad andare a lui per avere vita.
La Maestà del cielo in lacrime! Il Figlio dell'Iddio infinito era turbato nello spirito, oppresso dall'angoscia. La scena suscitava in cielo un vivo stupore in quanto rivelava l'immensa iniquità del peccato e dimostrava quanto fosse arduo, anche per una potenza infinita, salvare il colpevole dalle conseguenze della trasgressione della legge di Dio. Gesù, spingendo il suo sguardo verso l'ultima generazione umana, vide il mondo coinvolto in un I inganno simile a quello che aveva provocato la distruzione di Gerusalemme. Il grande peccato dei giudei era stato il loro rigetto del Cristo; il grande peccato del mondo cristiano sarebbe stato il rigetto della legge di Dio, base del suo governo sia in cielo che sulla terra. I precetti di Dio sarebbero stati disprezzati e annullati. Milioni di esseri, servi del peccato, schiavi di Satana, condannati a soffrire la morte seconda, avrebbero rifiutato di prestare ascolto alle parole di verità. Terribile cecità! Strana infatuazione!
Due giorni prima della Pasqua, dopo essersi allontanato per l'ultima volta dal tempio e avere denunciato l'ipocrisia dei capi giudei, Cristo si recò di nuovo con i suoi discepoli sul monte degli Ulivi e si sedette con loro sul pendio erboso che dominava la città. Ancora una volta Egli contemplò le mura di Gerusalemme, le sue torri, i suoi palazzi. Ancora una volta il suo sguardo si posò sul tempio che, nel suo smagliante splendore, simile a un diadema, coronava il sacro colle.
Mille anni prima, il Salmista aveva magnificato il favore di Dio verso Israele, nel fare del tempio la sua dimora. « E il suo tabernacolo in Salem, e la sua stanza in Sion ». « Egli elesse la tribù di Giuda; il monte di Sion, il quale egli ama. Ed edificò il suo santuario, a guisa di palazzi eccelsi » Salmo 76: 2; 78: 68, 69 (D). Il primo tempio era stato edificato durante il periodo della maggiore prosperità ísraelitica. Grandí quantità di materiali pregiati erano state raccolte da re Davide, mentre il progetto della costruzione era stato fatto su ispirazione divina. Salomone, il più saggio dei monarchi d'Israele, aveva completato il lavoro, e il tempio era risultato la costruzione più splendida che mai il mondo avesse visto. Eppure, tramite il profeta Aggeo, il Signore Iddio aveva dichiarato circa il secondo tempio: « La gloria di quest'ultima casa sarà più grande di quella della prima ». « Farò tremare tutte le nazioni, le cose più preziose di tutte le nazioni affluiranno, ed io empirò di gloria questa casa, dice l'Eterno degli eserciti » Aggeo 2: 9, 7.
Dopo la distruzione per opera di Nebucadnetsar, il tempio fu riedificato circa cinquecento anni prima della nascita di Cristo, da un popolo che, dopo una lunga cattività, ritornava in un paese praticamente deserto e devastato. Vi erano, in seno al popolo, uomini anziani i quali, avendo conosciuto la gloria del tempio di Salomone, piansero quando furono gettate le fondamenta del nuovo edificio, tanto esso risultava inferiore al precedente. Il sentimento di tristezza di quei giorni è ben descritto dal profeta: « Chi è rimasto fra voi che abbia veduto questa casa nella sua prima gloria? E come la vedete adesso? Così com'è, non è essa come nulla agli occhi vostri? » Aggeo 2: 3; Esdra 3: 12. Fu f atta, allora, la promessa che la gloria della nuova casa sarebbe stata più grande di quella della prima. I
Il secondo tempio, pero, non uguagliava il primo quanto a magnificenza, né era stato oggetto dei segni della presenza divina tipici del primo tempio. La sua consacrazione non fu contrassegnata da nessuna manifestazione di potenza sovrannaturale, e nessuna nube di gloria venne a posarsi sul santuario appena eretto. Nessun fuoco scese dal cielo per consumare l'olocausto posto sull'altare. Lo « scechinà » non era più, nel luogo santissimo, in mezzo ai cherubini; non c'erano più né l'arca, né il propiziatorio, né le tavole della legge. Nessuna voce echeggiò dal cielo per far conoscere la volontà di Dio al sacerdote in attesa.
Per secoli, i giudei avevano cercato inutilmente di rendere: conto in che modo si sarebbe adempiuta la promessa fatta da Dio per mezzo del profeta Aggeo. L'orgoglio e l'incredulità avevano annebbiato le loro menti in modo tale che essi non riuscivano a comprendere il significato delle parole profetiche. Il secondo tempio non fu onorato dalla nube della gloria di Dio, bensì dalla presenza vivente di Colui nel quale abitava corporalmente tutta la pienezza della deità: Dio manifestato in carne. Il « Desiderio di tutte le nazioni » era venuto effettivamente nel suo tempio quando l'Uomo di Nazaret insegnava e guariva nei sacri recinti. Per la presenza di Cristo, e in questa sola, il secondo tempio superò in gloria il primo. Ma Israele aveva respinto il dono del cielo. Con l'umile Maestro che quel giorno uscì dalle sue porte dorate, la gloria si era per sempre allontanata dal tempio. Si adempivano già le parole del Salvatore: « Ecco, la vostra casa vi è lasciata deserta » Matteo 23: 38 (D).
I discepoli erano rimasti stupiti e sgomenti nell'udire la predizione di Cristo circa la distruzione del tempio, e vollero conoscere più a fondo il senso delle sue parole. Ricchezze, lavoro, abilità architettonica: tutto era stato profuso per oltre quarant'anni per assicurare tanto splendore. Erode il Grande aveva letteralmente dilapidato la ricchezza romana e il tesoro giudaico, senza contare i doni dell'imperatore del mondo che l'avevano arricchito ancora di più. Massicci blocchi di marmo bianco di dimensioni quasi favolose, mandati appositamente da Roma, formavano una parte della sua maestosa struttura. Su di essi i discepoli richiamarono l'attenzione del Maestro, dicendo: « Maestro, guarda che pietre e che edifizi! » Marco 13: l.
A queste parole Gesù solennemente rispose: « Io vi dico in verità:
Non sarà lasciata qui pietra sopra pietra che non sia diroccata » Matteo 24: 2.
I discepoli, allora, associarono il sovvertimento di Gerusalemme con gli eventi relativi alla venuta personale di Cristo, ammantatò di gloria temporale, per prendere possesso del trono dell'impero universale, punire gli ebrei impenitenti e infrangere il giogo dell'oppressore romano Poiché il Signore aveva loro detto che Egli sarebbe venuto di nuovo, essi collegarono la menzione del castigo di Gerusalemme con tale venuta. Raccolti intorno al Salvatore, sul monte degli Ulivi, chiesero: « Dicci, quando avverranno queste cose? e qual sarà il segno della tua venuta, e della fine del mondo? » Matteo 24: 3.
Il futuro fu misericordiosamente velato ai discepoli. Se essi, allora, avessero compreso perfettamente i due spaventosì fatti - le sofferenze e la morte del Redentore e la distruzione della città e del tempio sarebbero stati sopraffatti dall'orrore. Il Cristo, perciò, presentò loro un quadro degli eventi più sintomatici che si sarebbero verificati prima della fine dei tempi. Le sue parole, però, non furono del tutto capite; nondimeno il loro significato sarebbe stato svelato al suo popolo, quando questo avrebbe avuto bisogno delle direttive da lui impartite. La profezia di Gesù aveva due significati: mentre da un lato prediceva la distruzione di Gerusalemme, dall'altro preannunciava gli orrori dell'ultimo grande giorno.
Gesù indicò ai discepoli, che lo ascoltavano attenti, i castighi che si sarebbero abbattuti su Israele apostata, e la giustizia retributiva che sarebbe derivata dal rigetto del Messia e dalla sua crocifissione. Segni inconfondibili avrebbero preceduto quello spaventoso fato; ore tremende sarebbero sopraggiunte rapide e inattese. Il Salvatore così disse ai discepoli: « Quando dunque avrete veduta l'abominazione della desolazione, della quale ha parlato il profeta Daniele, posta in luogo santo (chi legge pongavi mente), allora quelli che saranno nella Giudea, fuggane ai monti » Matteo 24: 15, 16; Luca 21: 20, 2 l. Quando i labari romani sarebbero stati posti sul terreno sacro che si estendeva fuori le mura di Gerusalemme, i seguaci di Cristo avrebbero dovuto trovare salvezza nella fuga. Allorché sarebbero apparsi i segni premonitori, chi voleva fuggire non avrebbe dovuto indugiare. Per tutta la Giudea, come pure nella stessa città, il segnale della fuga doveva essere raccolto immediatamente. Chi si fosse trovato sul tetto della casa non doveva entrare in essa, neppure per mettere in salvo i suoi tesori più preziosi; chi era a lavorare nei campi o nelle vigne, non avrebbe dovuto perder tempo per raccogliere i propri indumenti deposti a motivo della calura del giorno. Non si dovevano attardare per nessun motivo, perché in tal caso sarebbero stati coinvolti nella distruzione generale.
Sotto il regno di Erode il Grande, Gerusalemme era stata non solo molto abbellita, ma l'erezione di torri, mura e fortezze aveva aggiunto nuova forza alla sua già salda posizione strategica, rendendola apparentemente inespugnabile. Chi, allora, avesse predetto pubblicamente la sua distruzione, sarebbe stato -come Noè ai suoi tempi ' tacciato di folle allarmista. Cristo, però, aveva detto: « Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno » Matteo 24: 35. A causa dei suoi peccati, l'ira si era andata accumulando contro Gerusalemme; la sua ostinata incredulità rendeva ormai sicuro il suo fato.
Per mezzo del profeta Michea, il Signore aveva dichiarato: « Deh! ascoltate, vi prego, o capi della casa di Giacobbe, e voi magistrati della casa d'Israele, che aborrite ciò ch'è giusto e pervertite tutto ciò ch'è retto, che edificate Sion col sangue e Gerusalemme con l'iniquità! I suoi capi giudicano per dei presenti, i suoi sacerdoti insegnano per un salario, i suoi profeti fanno predizioni per danaro, e nondimeno s'appoggiano all'Eterno, e dicono: "L'Eterno, non è egli in mezzo a noi? non ci verrà addosso male alcuno!" » Michea 3: 9-11.
Queste parole descrivevano fedelmente i corrotti ed egoisti abitanti di Gerusalemme i quali, pur asserendo di osservare rigidamente i precetti della legge di Dio, ne trasgredivano tutti i princìpi. Essi odiavano Cristo, la cui purezza e santità mettevano a nudo la loro iniquità; anzi lo accusavano addirittura di essere lui la causa di tutte le calamità che si erano abbattute su di loro a motivo dei loro peccati. Sebbene sapessero che Egli era senza peccato, essi avevano. dichiarato che la sua morte era necessaria alla loro salvezza come nazione. I capi giudei dicevano: « Se lo lasciamo fare, tutti crederanno in lui; e i romani verranno e ci distruggeranno e città e nazione » Giovanni 11: 48. Essi pensavano che se Gesù fosse stato sacrificato, sarebbero potuti diventare ancora una 'volta una nazione forte e compatta. Fu così che contribuirono alla decisione del sommo sacerdote, secondo la quale era meglio che un uomo morisse, anziché far perire l'intera nazione.
Così i capi giudei avevano edificato « Sion col sangue e Gerusalemme con l'iniquità » Michea 3: 10. Eppure, mentre uccidevano il loro Salvatore perché disapprovava i loro peccati, essi si stimavano tanto giusti da considerarsi il popolo eletto di Dio e da aspettare da parte del Signore la liberazione dai nemici. « Perciò, per cagion vostra, Sion sarà arata come un campo, Gerusalemme diventerà un mucchio di rovine, e il monte del tempio un'altura boscosa » Michea 3: 12.
Per circa quarant'anni, a partire dal momento in cui Gesù pronunciò il suo vaticinio su Gerusalemme, il Signore ritardò il suo castigo sopra la città e sopra la nazione. Meravigliosa fu la pazienza di Dio nei confronti di quanti avevano respinto il suo Vangelo e messo a morte il suo Figliuolo. La parabola del fico sterile rappresentava il comportamento dell'Altissimo verso il popolo giudeo. L'ordine' era stato dato: « Taglialo; perché sta lì a rendere improduttivo anche il terreno? » Luca 13: 7. Eppure la misericordia divina aveva atteso a lungo. Molti fra i giudei ignoravano ancora il carattere e l'opera di Cristo. I figli non avevano avuto l'opportunità di ricevere la luce che era stata disprezzata dai genitori. Dio voleva che la luce risplendesse su di essi per mezzo della predicazione degli apostoli e dei loro collaboratori. In tal modo essi avrebbero avuto l'occasione di costatare l'adempimento della profezia non solo nella nascita e nella vita di Cristo, ma anche nella sua morte e nella sua risurrezione. I figli non erano condannati per le colpe dei padri; ma una volta che avevano conosciuto la luce, se l'avessero respinta, sarebbero diventati anch'essi partecipi dei peccati dei genitori e, così, avrebbero fatto traboccare il calice della loro iniquità.
La grande sopportazione di Dio verso Gerusalemme valse solo a confermare i giudei nella loro ostinata impenitenza. Pieni di odio e di crudeltà nei riguardi dei discepoli di Gesù, essi respinsero l'ultima offerta della misericordia. Dio allora non li protesse più e rimosse da Satana e dai suoi angeli la sua potenza di controllo, sì che la nazione venne a trovarsi sotto il pieno controllo dei capi che si era scelti. Avendo schernito le profferte della grazia di Cristo che dava loro modo di poter resistere agli impulsi malefici, questi finirono con l'avere il sopravvento. Satana, allora, eccitò le più fiere e vili passioni dell'animo. Gli uomini non ragionavano più: agivano mossi dall'impulso e da un'ira cieca e violenta. Divennero addirittura satanici quanto a crudeltà. In seno alla famiglia e alla società, sia nelle classi elevate che in quelle basse, v'erano il sospetto, l'invidia, l'odio, la contesa, la ribellione e il delitto. Non c'era sicurezza in nessun posto: amici e parenti si tradivano a vicenda; i figli uccidevano ì genitori e i genitori i figli. I capi del popolo non riuscivano più ad autocontrollarsí, e le passioni, non più arginate, li rendevano tirannici. I giudei avevano accettato la falsa testimonianza per condannare l'innocente Figliuolo di Dio, e ora le false accuse mettevano in pericolo la loro stessa vita. Con il loro comportamento avevano ripetutamente detto: « Toglieteci d'innanzi agli occhi il Santo d'Israele! » Isaia 30: 11, e il loro desiderio veniva ora appagato. Il timore di Dio non li disturbava più. Satana stava alla testa della nazione, e le supreme autorità civili e religiose erano sotto il suo dominio.
I capi delle opposte fazioni talvolta si alleavano per depredare e torturare le loro povere vittime; quindi si scagliavano gli uni contro gli altri e si uccidevano senza pietà. Perfino la santità del tempio non riusciva a frenare la loro ferocia. Gli adoratori venivano trucidati dinanzi all'altare, e il santuario era contaminato dai cadaveri degli uccisi. Eppure, nella loro cieca e blasfema presunzione, gli istigatori di simili efferatezze dichiaravano pubblicamente di non temere che Gerusalemme sarebbe stata distrutta, in quanto essa era la città di Dio. Per stabilire con maggiore saldezza la loro autorità, essi pagarono dei falsi profeti perché proclamassero, perfino quando le legioni romane assediavano il tempio, che il popolo doveva aspettarsi la liberazione da parte di Dio. Alla fine, intere moltitudini finirono col credere che l'Altissimo sarebbe intervenuto per distruggere i loro avversari. Ma Israele, purtroppo, aveva sprezzato la protezione divina e ora si trovava senza difesa. Infelice Gerusalemme! Straziata dalle lotte intestine, vedeva il sangue dei suoi figli, che si uccidevano a vicenda, arrossare le strade, mentre gli eserciti nemici battevano le sue fortificazioni e facevano strage dei suoi uomini di guerra.
Tutte le predizioni di Gesù relative alla distruzione di Gerusalemme si avveravano alla lettera, e i giudei vedevano l'esattezza delle parole di avvertimento: « Con la misura onde misurate, sarà misurato a voi » Matteo 7: 2.
Segni e prodigi apparvero quale preannuncio di disastri e di desolazione. In piena notte una luce irreale risplendé sul tempio e sull'altare. Sulle nubi del tramonto si videro i carri e i soldati schierati in battaglia. I sacerdoti che di notte ministravano nel tempio rimasero terrorizzati da rumori misteriosi: la terra tremava e una grande quantità di voci gridavano: « Andiamo via di qui! ». La grande porta orientale, così pesante che a fatica poteva essere chiusa da una ventina di uomini e che era assicurata da pesanti sbarre di ferro infisse nella pietra del pavimento, si aprì a mezzanotte senza opera di mani (Milman, The History of the Jews, libro 13).
Per sette anni un uomo percorse le strade di Gerusalemme annunciando i mali che stavano per abbattersi sulla città. Giorno e notte egli ripeteva: « Una voce dall'oriente! Una voce dall'occidente! Una voce dai quattro venti! Una voce contro Gerusalemme e contro il tempio! Una voce contro gli sposi e contro le spose! Una voce contro il popolo! » Ibidem. Arrestato e fustigato, non emise un solo lamento. Agli insulti e alle percosse, rispose: « Guai, guai a Gerusalemme! Guai ai suoi abitanti! ». Il suo grido di avvertimento finì solo quando egli morì nel corso dell'assedio da lui predetto.
Nella distruzione di Gerusalemme non perì neppure un cristiano. Gesù aveva avvertito i suoi discepoli, e così tutti coloro che credettero nelle sue parole tennero conto del segno da lui predetto: « Quando vedrete Gerusalemme circondata d'eserciti », aveva detto Gesù, « sappiate allora che la sua desolazione è vicina. Allora quelli che sono in Giudea, fuggano ai monti; e quelli che sono nella città, se ne partano » Luca 21: 20, 2 l. Dopo che i romani, al comando di Cestio, avevano circondato la città, inaspettatamente interruppero l'assedio, proprio quando tutto sembrava favorevole a un attacco a fondo. Gli assediati che cominciavano a disperare di poter resistere oltre, erano sul punto di arrendersi quando il generale romano fece ritirare le sue forze, senza nessun apparente motivo. Era la misericordia di Dio che dirigeva le cose per il bene dei suoi figli. Il segno preannunciato era stato così offerto ai cristiani in attesa, ed essi ebbero l'opportunità di seguire l'avvertimento dato dal Salvatore. Le cose andarono in modo tale che ne i giudei, né i romani ostacolarono minimamente la fuga dei cristiani. I giudei si lanciarono all'inseguimento delle forze romane in ritirata e così, mentre gli opposti eserciti erano impegnati in una furibonda mischia, i cristiani poterono abbandonare la città. In quel momento l'intera contrada era priva di nemici ì quali, altrimenti, avrebbero cercato di intervenire e di ostacolarli. Inoltre, durante l'assedio i giudei erano riuniti a Gerusalemme per la celebrazione della festa dei Tabernacolí, e questo permise ai cristiani dell'intera zona di andarsene indisturbati. Essi fuggirono verso un luogo sicuro: la cittadina di Pella, nella Perea, oltre il Giordano.
Le forze giudaiche lanciate all'inseguimento di Cestio e del suo esercito, piombarono sui romani con tanto impeto da minacciarne la distruzione totale. Fu con grande difficoltà che i romani riuscirono a sottrarvisi con la ritirata. I giudei non ebbero quasi nessuna perdita e rientrarono a Gerusalemme da trionfatori, portando i trofei della loro vittoria. Questo apparente successo, però, fu dannoso perché ispirò loro un tale spirito di ostinata resistenza ai romani che rapidamente determinò un male indicibile sulla città votata alla distruzione.
Terribili furono le calamità che si abbatterono su Gerusalemme, quando l'assedio fu ripreso da Tito. La città fu investita al tempo della Pasqua, quando milioni di giudei erano convenuti dentro le sue mura. Le scorte di viveri che, se accuratamente amministrate, sarebbero potute bastare agli abitanti per anni, erano andate distrutte in seguito alle gelosie e alle rappresaglie degli opposti partiti. Si finì, così, col conoscere tutto l'orrore della fame. Una misura di frumento si vendeva per un talento. Gli stimoli della fame erano così forti che gli uomini rosicchiavano il cuoio delle cinture, dei sandali e perfino degli scudi. Di notte, molti uscivano dalla città per andare a cogliere le erbe selvatiche che crescevano fuori delle mura. In tal modo non pochi giudei furono fatti prigionieri e uccisi dopo atroci torture. Spesso accadeva che quanti ritornavano da queste spedizioni notturne venivano aggrediti dai propri concittadini e depredati del frutto della rischiosa impresa. Le torture più inumane furono inflitte'da chi stava al potere per costringere a consegnare quelle modeste riserve di viveri che qualcuno era riuscito a occultare. Non di rado queste crudeltà erano perpetrate da uomini ben pasciuti i quali volevano unicamente accumulare una buona riserva per l'avvenire.
I morti per fame o in seguito a epidemie furono migliaia. L'affetto naturale sembrava scomparso: i mariti derubavano le mogli e le mogli i mariti; i figli, a loro volta, giungevano financo a strappare il cibo dalla bocca dei genitori anziani. La domanda del profeta: « Una donna dimentica ella il bimbo che allatta? », trovava una risposta all'ombra delle mura della città. « Delle donne... hanno con le lor mani fatto cuocere i loro bambini, che han servito loro di cibo, nella ruina della figliuola del mio popolo » Isaia 49: 15; Lamentazioni 4: 10. Si adempieva di nuovo il vaticinio profetico dato quattordici secoli prima: « La donna più delicata e più molle tra voi, che per mollezza e delicatezza non si sarebbe attentata a posare la pianta del piede in terra, guarderà di mal occhio il marito che le riposa sul seno, il suo figliuolo e la sua figliuola, per non dar loro nulla... de' figliuoli che metterà al mondo, perché, mancando di tutto, se ne ciberà di nascosto, in mezzo all'assedio e alla penuria alla quale i nemici t'avranno ridotto in tutte le tue città » Deuteronomio 28: 56, 57.
I capi romani cercarono di terrorizzare i giudei per costringerli allaresa. I prigionieri che resistevano venivano percossi, torturati e crocifissi sotto le mura della città. Ogni giorno, tali esecuzioni si contavano a centinaia. La cosa continuò fino a che, lungo la valle di Giosafat e sul Calvario ci furono tante croci che non c'era quasi più spazio per passarvi in mezzo. Si effettuava così, e in modo spaventoso, l'imprecazione pronunciata dal popolo dinanzi a Pilato: « Il suo sangue sia sopra noi e sopra i nostri figliuoli » Matteo 27: 25.
Tito, sconvolto alla vista di tutti questi mucchi di cadaveri che giacevano nella vallata intorno a Gerusalemme, avrebbe messo fine volentieri a tali orrori e risparmiato alla città una sorte crudele. Dall'alto del monte degli Ulivi egli contemplò estatico il meravigli-oso tempio, e diede ordine ai suoi uomini che non ne fosse toccata neppure una pietra. Prima di dare inizio all'attacco di quella fortezza, Tito rivolse un ultimo invito ai capi giudei, perché essi non lo costringessero a contaminare col sangue quel sacro luogo. Se essi fossero usciti di là, per combattere altrove, nessun romano avrebbe violato la santità del tempio. Giuseppe (Flavio) stesso, con un eloquente appello esortò i giudei alla resa e li invitò a salvarsi e a salvare la città e il sacro luogo di culto. In risposta, ebbe imprecazioni e frecce che cercavano di colpire quell'ultimo mediatore umano. I giudei avevano respinto le esortazioni del Figliuolo di Dio, e ora ogni altro invito non faceva che accrescere in loro la determinazione a resistere fino all'ultimo. Vani furono, pertanto, gli sforzi di Tito per salvare il tempio. Qualcuno più grande di lui aveva dichiarato che non sarebbe rimasta pietra sopra pietra.
La cieca ostinazione dei capi giudei e i tremendi crimini perpetrati nella città assediata, suscitarono l'orrore e l'indignazione dei romani. Tito alla fine, decise di prendere d'assalto il tempio, intenzionato, possibilmente, a salvaguardarlo dalla distruzione. I suoi ordini, però, non furono rispettati. Dopo che, calata la notte, egli si era ritirato sotto la sua tenda, i giudei fecero una sortita dal tempio contro i soldati romani. Nella foga della lotta, un soldato gettò una torcia accesa attraverso un'apertura del portico, e immediatamente le stanze adiacenti il tempio, rivestite di legno. di cedro, furono preda delle fiamme. Tito si precipitò sul posto, seguito dai suoi generali e dai legionari, e diede ordine ai soldati di spegnere l'incendio. Le sue parole non furono ascoltate. Nel loro furore i soldati si precipitarono nell'interno del recinto sacro e passarono a fil di spada quanti si erano rifugiati nelle stanze attigue al sacro luogo. Il sangue scorreva a fiotti, scendendo dai gradini. I giudei morivano a migliaia. Al di sopra del fragore della battaglia si udirono delle voci gridare: « Icabod! » - la gloria se n'è andata!
« Tito non riuscì a frenare l'ira dei suoi uomini. Penetrato nel tempio in compagnia degli ufficiali, osservò l'interno del sacro edificio e rimase colpito dal suo splendore. Siccome le fiamme non avevano ancora raggiunto il luogo santo, Tito fece un ultimo tentativo per salvarlo, invitando i soldati ad arrestare il progredire dell'incendio. Il centurione Liberale cercò di imporre l'ubbidienza, in questo assecondato dagli altri ufficiali, ma tutto fu vano: il senso dì rispetto verso l'imperatore fu sopraffatto dalla furibonda animosità contro i giudei, oltre che dall'eccitazione della battaglia e dalla sete di saccheggio. I soldati vedevano ovunque il luccichio dell'oro, reso ancor più rutilante dalla v ampa delle fiamme, e pensavano che nel santuario fossero accumulate incalcolabili ricchezze. Un soldato, senza essere visto da nessuno, gettò una torcia accesa attraverso una porta scardinata, e in un baleno l'intera costruzione divenne preda del fuoco. Il fumo accecante e denso costrinse gli ufficiali a ripiegare, e così il maestoso tempio fu abbandonato alla sua sorte.
« Se per i romani simile spettacolo era spaventoso, si immagini che cosa esso dovesse rappresentare per i giudei! La cima del colle che dominava la città fiammeggiava come il cratere di un vulcano. Gli edifici crollavano l'uno dopo l'altro con un fragore pauroso, ed erano inghiottiti dalla voragine ardente. I tetti di cedro sembravano altrettante lingue di fuoco; i pinnacoli scintillavano, simili a fasci di luce rossa; le torri emettevano lunghe volute di fumo e di fiamme. Le colline circostanti la città erano illuminate a giorno, mentre gruppi di persone, somiglianti a macchie scure, contemplavano sgomente i progressi della devastazione. Le mura e le parti più elevate della città brulicavano di volti, alcuni pallidi per l'angoscia della disperazione, altri animati da impotente sete di vendetta. Le grida dei soldati romani che si muovevano qua e là, e il lamento di chi periva preda delle fiamme, si univano al fragore della conflagrazione e al rombo tonante delle grosse travi che crollavano. Gli echi dei monti rimandavano e ripetevano gli urli della popolazione. Ovunque, le mura risuonavano di gemiti e di lamenti: uomini che morivano di fame, raccoglievano le loro ultime forze per emettere un estremo grido di angoscia e di desolazione.
« La strage che avveniva all'interno era più spaventosa dello spettacolo esterno. Uomini e donne, vecchi e giovani, insorti e sacerdoti, chi combatteva e chi implorava pietà, venivano trucidati in una indiscríminata carneficina. Siccome, poi, il numero degli uccisi era superiore a quello degli uccisori, i legionari romani per portare a termine la loro opera di sterminio erano costretti a calpestare mucchi di cadaveri >> Milman, The History of the Jews, libro 16.
Dopo la distruzione del tempio, l'intera città cadde nelle mani dei romani. I capi giudei avevano abbandonato le torri inespugnabili e Tito, nel trovarle deserte, le contemplò con meraviglia e dichiarò che era stato Dio a dargliele nelle mani, poiché nessun congegno bellico, per potente che fosse, avrebbe potuto determinare la conquista di quelle superbe fortificazioni. Città e tempio furono rasi al suolo, e la terra sulla quale sorgeva la casa sacra fu « arata come un campo » Geremia 26: 18. Nell'assedio e nella strage che ne seguì. perirono oltre un milione di persone. I sopravvissuti furono fatti prigionieri, venduti come schiavi, condotti a Roma per ornare il corteo trionfale del conquistatore, dati in pasto alle belve negli anfiteatri, dispersi come miseri pellegrini senza casa e senza tetto per tutta la terra.
I giudei erano gli artefici dei propri ceppi: avevano, cioè, colmato il calice dell'ira. Nella totale distruzione che si abbatté su loro come nazione, come anche in tutte le calamità che seguirono la loro dispersione, essi non fecero che raccogliere la messe di quanto avevano seminato con le proprie mani. Dice il profeta: « t la tua perdizione, o I sraele... tu sei caduto per la tua iniquità » Osca 13: 9; 14: l. Le sofferenze d'Israele sono spesso presentate come un castigo abbattutosi sulla nazione in seguito a un decreto divino. t in questo modo che il grande seduttore cerca di nascondere la sua opera., Le cose, in realtà, non stanno così: con l'ostinato rigetto dell'amore e della misericordia di Dio, i giudei avevano provocato il ritiro da loro della protezione divina. Satana ebbe la possibilità di dominarli secondo la sua volontà. Le paurose crudeltà avvenute nella distruzione di Gerusalemme sono la dimostrazione del potere vendicativo di Satana su quanti si mettono sotto il suo controllo.
Noi, forse, non ci rendiamo conto di quanto dobbiamo essere grati a Cristo per la pace e la protezione di cui godiamo. t la potenza limitatrice di Dio che impedisce all'umanità di passare completamente sotto il giogo di Satana. I disubbidienti e gli ingrati debbono essere anch'essi riconoscenti all'Eterno per la misericordia e lo spirito di sopportazione di cui Egli dà prova, mettendo un freno al potere malefico del grande nemico delle anime. Però, quando gli uomini oltrepassano i limiti della divina sopportazione, questo freno viene rimosso. Dio non si erge dinanzi al peccatore come esecutore della sentenza emessa contro i trasgréssori: Egli abbandona a se stessi coloro che respingono la sua grazia, e cosi essi finiscono col raccogliere quanto hanno seminato. Ogni raggio di luce respinto, ogni avvertimento sprezzato o non preso in considerazione, ogni passione soddisfatta, ogni trasgressione della legge di Dio rappresentano altrettanto seme sparso, seme che darà inevitabilmente il suo frutto. Lo Spirito di Dio osteggiato costantemente, alla fine viene ritirato dal peccatore che, in tal modo, si trova sotto il pieno dominio delle passioni dell'anima e senza protezione contro le astuzie e l'inimicizia di Satana. La distruzione di Gerusalemme è un avvertimento tragico e solenne per tutti coloro che scherzano con i richiami della grazia divina e resistono agli inviti della misericordia di Dio. Mai era stata data una più chiara dimostrazione dell'odio di Dio per il peccato e dell'inevitabile punizione che si abbatterà sul colpevole.
La profezia del Salvatore relativa al castigo di Gerusalemme avrà un secondo adempimento, di cui quella terribile devastazione è solo una pallida immagine. Nella sorte della città eletta, noi possiamo vedere la condanna di un mondo che ha rigettato la misericordia di Dio e che ha calpestato la sua legge. Quanto sono tragici i resoconti della miseria umana della quale è stata testimone la terra nel corso di lunghi secoli di criminalità. Il -cuore freme e la mente viene meno dinanzi a siffatta costatazione. Terribili sono le conseguenze del rigetto dell'Autorità celeste. Eppure, le rivelazioni sul futuro offrono un quadro ancora più oscuro. La storia del passato -lunga teoria di sommosse, di conflitti, di sconvolgimenti, di guerre in cui « ... ogni calzatura... ogni mantello avvoltolato nel sangue, saran dati alle fiamme » Isaia 9: 4 - che cosa è in fondo se messa in confronto con i terrori di quel gran giorno in cui lo Spirito di Dio sarà rimosso e non terrà più a freno la manifestazione delle umane passioni e della rabbia di Satana? Allora il mondo vedrà, come mai prima, i risultati del suo governo.
In quel giorno, come accadde al tempo della distruzione di Gerusalemme, il popolo di Dio sarà salvato; salvato « chiunque... sarà iscritto tra i vivi » Isaia 4: 3. Cristo dichiarò che Egli verrà la seconda volta per raccogliere a sé gli eletti: « Manderà i suoi angeli con gran suono di tromba a radunare i suoi eletti dai quattro venti, dall'un capo all'altro de' cieli » Matteo 24: 31. Coloro che, invece, non avranno ubbidito all'Evangelo, saranno consumati dallo spirito della sua bocca e distrutti dal fulgore della sua apparizione (2 Tessalonicesi 2: 8). Come nell'antico Israele, gli empi si autodistruggono e cadono a cagione della loro inquítà. In seguito a una vita di peccato, essi si sono messi in disaccordo con Dio, e la loro natura è stata talmente degradata dal male che la manifestazione della gloria divina è per essi come un fuoco divorante.
Che gli uomini facciano attenzione e non trascurino la lezione insegnata dalle parole di Gesù. Allo stesso modo, come Egli avvertì i suoi discepoli della distruzione di Gerusalemme, dando loro un segno dell'avvicinarsi della rovina affinché potessero mettersi in salvo, così Egli ha avvertito il mondo della distruzione finale e ha fornito i segni premonitori del suo avvicinarsi, affinché chiunque vuole possa sottrarsí all'ira avvenire. Gesù ha detto: « E vi saranno de' segni nel sole, nella luna e nelle stelle; e sulla terra, angoscia delle nazioni » Luca 21: 25; Matteo 24: 29; Marco 13: 24-26; Apocalisse 6: 12-17. Quanti osservano questi segni della sua venuta sanno che Egli « è vicino, proprio alle porte » Matteo 24: 33. « Vegliate dunque », sono le sue parole di ammonimento, « perché non sapete quando viene il padron di casa... » Marco 13: 35. Chi ascolta l'avvertimento non sara lasciato nelle tenebre, e quel giorno non lo troverà impreparato. Chi, invece, non veglia, si accorgerà che quel giorno verra per lui « come viene un ladro nella notte » 1 Tessalonicesi 5: 2-5.
Il mondo, oggi, non è più pronto a dar credito al messaggio per l'ora presente di quanto lo fossero i giudei a ricevere l'avvertimento del Salvatore relativo a Gerusalemme. Ad ogni modo, venga quando venga, il giorno di Dio sopraggiungerà inatteso per gli empi. Mentre la vita prosegue il suo corso abituale; mentre gli uomini sono assorbiti dal piacere, dagli affari, dal traffico, dalla sete di guadagno; mentre i capi religiosi esaltano i progressi e la luce del mondo; mentre la gente si culla in una fallace sicurezza, allora, come un ladro che in piena notte ruba nelle case incustodite, una inattesa e repentina distruzione si abbatterà sugli empi e sui noncuranti e « non scamperanno affatto » 1 Tessalonicesi 5: 3.
Capitolo 2
Primi Cristiani
Quando Gesù rivelò ai suoi discepoli quale sarebbe stata la sorte di Gerusalemme, parlò loro anche delle scene relative al suo secondo avvento, e predisse l'esperienza del suo popolo dal momento in cui Egli sarebbe stato accolto in cielo a quello del suo ritorno con potenza e gloria per la loro liberazione. Dall'alto del monte degli Ulivi, il Salvatore vide l'uragano che stava per abbattersi sulla chiesa apostolica; e, addentrandosi ancor più nel futuro, i suoi occhi scorsero le furiose e devastatrici tempeste che avrebbero colpito i suoi seguaci nel corso dei secoli dì tenebre e di persecuzione. Con pochi e brevi cenni di tremenda portata, Egli predisse quello che i capi di questo mondo avrebbero escogitato contro la chiesa di Dio (Matteo 24: 9, 21, 22). I seguaci di Cristo avrebbero dovuto percorrere lo stesso sentiero di umiliazioni, di scherni e di sofferenze calcato dal Maestro. L'inimicizia che si era manifestata contro il Redentore del mondo si sarebbe manifestata anche contro tutti coloro che avrebbero creduto nel suo nome.
La storia della chiesa primitiva testimonia del pieno adempimento delle parole del Salvatore. Le potenze terrene e quelle infernali si allearono contro Cristo nella persona dei suoi seguaci. Il paganesimo, prevedendo che, se il Vangelo avesse trionfato, i suoi templi e i suoi altari sarebbero stati spazzati via, riunì le sue forze per annientare il Cristianesimo e accese ì fuochi della persecuzione. I cristiani furono privati di quanto possedevano, strappati alle loro case e sottoposti - a tremende afflizioni (Ebrei 10: 32). Essi subirono: « scherni e flagelli; ed anche legami e prigione » Ebrei 11: 36 (D). Innumerevoli furono coloro che suggellarono col sangue la loro testimonianza. Nobili e schiavi, ricchi e poveri, colti e incolti, tutti furono trucidati senza pietà.
Queste persecuzioni, cominciate con Nerone pressappoco al tempo del martirio dell'apostolo Paolo, proseguirono - con maggiore o minore violenza-attraverso i secoli. I cristiani venivano falsamente accusati dei più abietti crimini e considerati la causa di ogni calamità: carestie, pestilenze, terremoti. Diventati, così, oggetto dell'odio e del sospetto popolare, erano ingiustamente accusati da informatori assetati di guadagno. Venivano condannati come ribelli all'impero, nemici della religione e « peste » sociale. Numerosíssimi furono quelli che vennero gettati in pasto alle belve o arsi vivi negli anfiteatri. Alcuni furono crocifissi; altri, coperti con pelli di animali selvatici, vennero gettati nell'arena per essere dilaniati dai cani. Il loro martirio, spesso, costituiva la parte centrale delle feste pubbliche. Grandi moltitudini di persone si riunivano per godersi quello spettacolo, e salutavano l'agonia di chi moriva con risa e applausi.
Ovunque cercassero rifugio, i cristiani erano braccati come animali da preda, ed erano perciò costretti a nascondersi in luoghi solitari e desolati: « bisognosi, afflitti, maltrattati (di loro il mondo non era degno), vaganti per deserti e monti e spelonche e per le grotte della terra » Ebrei 11: 37, 38. Le catacombe offrirono un riparo a migliaia di essi. Sotto le colline circostanti Roma, lunghe gallerie erano state scavate nella terra e nella roccia; questa buia e intricata rete di corridoi si estendeva per chilometri e chilometri oltre le mura della città. In tali rifugi sotterranei, i seguaci di Cristo seppellivano i loro morti. Quando, poi, erano sospettati e proscritti, vi trovavano una casa. Allorché il Datore della vita sveglierà tutti coloro che hanno combattuto il buon combattimento, molti martiri di Cristo usciranno da queste sinistre caverne.
Sotto la più violenta persecuzione, questi testimoni di Gesù serbarono incontaminata la loro fede. Sebbene privi di ogni comodità, separati dalla luce del sole, perché costretti ad abitare nel buio ma amico rifugio sotterraneo, non si lamentavano. Con parole di fede, di pazienza e di speranza si incoraggiavano a vicenda a sopportare le privazioni e la distretta. La perdita di ogni vantaggio terreno non poteva costringerli a rinunciare alla loro fede in Cristo. Prove e persecuzioni erano solo altrettanti passi che li avvicinavano al loro riposo e alla loro rimunerazione.
Come i servitori di Dio dell'antichità, molti furono « martirizzati non avendo accettata la loro liberazione affin di ottenere una risurrezione migliore » Ebrei 11: 35. Essi ricordavano le parole del Maestro: perseguitati per amore di Cristo, dovevano stimarsi felici perché grande sarebbe stata la loro ricompensa in cielo, in quanto prima di loro anche i profeti erano stati ugualmente perseguitati. Essi si rallegravano di essere stati considerati degni di soffrire per la verità, e canti di trionfo salivano di mezzo alle fiamme crepitanti. Guardando in alto con fede, vedevano Gesù e gli angeli chinarsi oltre i bastioni celesti e osservarli con profondo interesse, approvando la loro fermezza. Una voce, procedente dal trono di Dio, annunciava: « Sii fedele fino alla morte, e io ti darò la corona della vita » Apocalisse 2: 10.
Vani furono gli sforzi di Satana per distruggere la chiesa di Cristo con la violenza. Il grande conflitto nel quale i discepoli di Cristo Perdettero la vita non finì quando questi fedeli vessilliferi caddero al loro posto di combattimento. Sconfitti, furono vincitori. Gli operai di Dio furono trucidati, è vero, però l'opera andò avanti speditamente; il Vangelo continuò a essere predicato, e il numero dei suoi aderenti aumentò sempre di più. Esso penetrò anche nelle regioni che fino ad allora erano state inaccessibili perfino alle aquile romane. Un cristiano, nel corso di una discussione con governanti pagani che propugnavano la continuazione delle persecuzioni, affermò: « Voi potete ucciderci, torturarci, condannarci... La vostra ingiustizia è la dimostrazione della nostra innocenza... A nulla serve la vostra crudeltà ». Essa, infatti, non era altro che un efficace invito a spingere altri alla persuasione cristiana. « Più noi siamo da voi falciati, più il nostro numero aumenta: il sangue dei martiri è una semenza! » Tertulliano, Apologia, par. 50.
Migliaia furono imprigionati e uccisi; ma altri vennero a colmare i vuoti da essi lasciati. Quelli che venivano martirizzati per la loro fede erano assicurati a Cristo e da lui considerati vincitori. Essi avevano combattuto il buon combattimento e avrebbero ricevuto la corona della gloria all'avvento di Cristo. Le sofferenze sopportate valsero a spingere i cristiani ancora più vicini gli uni agli altri e al loro Rendenrore. L'esempio dato con la loro vita e la loro testimonianza in punto di morte era una costante conferma della verità. Accadde - cosa del tutto inattesa- che dei sudditi di Satana si sottrassero al giogo del peccato e si schierarono sotto la bandiera di Cristo.
Satana, allora, cercò di elaborare dei piani che gli consentissero di lottare con maggior successo contro il governo di Diol piantando la sua bandiera addirittura nella chiesa cristiana. Se i seguaci di Cristo Potevano essere ingannati e sedotti, e così indotti a dispiacere a Dio, la loro forza e la loro compattezza sarebbero venute meno, ed essi sarebbero diventati una facile preda.
Il grande avversario fece in modo di vincere con l'astuzia là dove non era riuscito Con la forza. La persecuzione finì, e al suo posto subentrò la pericolosa attrattiva della prosperità temporale e dell'onore del mondo. Gli idolatri furono indotti ad accettare una parte della fede cristiana pur rigettando altre verità essenziali. Essi dicevano di accettare Cristo come Figliuolo di Dio e di credere nella sua morte e nella sua risurrezione; però non avevano la convinzione del proprio peccato e perciò non sentivano alcun, bisogno di pentimento e di cambiamento del cuore. Con alcune concessioni da parte loro, proposero che i cristiani, a loro volta, ne facessero altre per modo che tutti potessero unirsi sulla comune base della credenza in Cristo.
La chiesa venne a trovarsi in un serio pericolo. La prigione, la tortura, il fuoco, la spada erano delle benedizioni in confronto con la nuova situazione che si era andata determinando. Alcuni rimasero fedeli, dichiarando di non poter addivenire a compromessi di sorta. Altri, però, furono del parere che si poteva fare qualche concessione e modificare alcuni elementi della loro fede per unirsi a coloro che avevano accettato una parte del Cristianesimo, insistendo sul fatto che ciò poteva significare il mezzo più idoneo per la conversione dei pagani. Fu quello un tempo di profonda angoscia per i fedeli seguaci di Cristo perché, sotto il manto di un preteso Cristianesimo, Satana si insinuò nella chiesa per corrompere l'integrità della fede dei credenti e distogliere la loro mente dalla verità.
Alla fine, la maggior parte dei cristiani acconsentirono a fare delle concessioni e si addivenne, così, all'unione del Cristianesimo col paganesimo. Quantunque gli adoratori degli idoli asserissero di essersi convertiti e di essersi uniti alla chiesa, in realtà erano tuttora attaccati all'idolatria: si erano unicamente limitati a cambiare gli oggetti del loro culto ricorrendo alle immagini di Gesù, di Maria e dei santi. Il lievito dell'idolatria fu messo nella chiesa e continuò la sua opera nefasta. Dottrine false, riti superstiziosi, cerimonie idolatriche furono incorporati nella dottrina e nel culto. Essendosi i seguaci di Cristo congiunti con gli idolatri, la religione cristiana si corruppe e la chiesa finì col perdere la sua purezza e il suo vigore. Non mancarono, è vero, quelli che non si lasciarono fuorviare da questi inganni, che rimasero fedeli all'Autore della verità e che adorarono solo Iddio.
Fra quanti si professano seguaci di Gesù, ci sono sempre state due classi: mentre una studia la vita del Salvatore e cerca sinceramente di correggere i propri difetti e di conformarsi al Modello divino, l'altra sembra evitare di proposito le chiare e precise verità che mettono a nudo l'errore. Anche quando la chiesa si trovava nelle sue migliori condizioni, non è mai stata composta unicamente di elementi fedeli, puri e sinceri. Il nostro Salvatore insegnò che quanti volontariamente indulgono nel peccato, non debbono essere accolti nella chiesa; nondimeno Egli accolse degli uomini dal carattere difettoso e accordò loro il beneficio del suo insegnamento e del suo esempio perché avessero l'opportunità di riconoscere i propri sbagli e di correggersi. Fra i dodici apostoli c'era un traditore. Giuda fu accettato non per i suoi difetti di carattere, ma nonostante i difetti stessi. Egli fu aggiunto agli altri discepoli perché, tramite l'insegnamento di Cristo e il suo esempio, egli potesse sapere in che cosa consiste un carattere cristiano ed essere indotto a riconoscere i suoi sbagli e a pentirsi, e con l'aiuto di Dio giungere alla purezza dell'anima, mediante l'ubbidienza alla verità. Ma Gíuda non camminò nella luce che risplendeva su di lui, e cedendo al peccato lasciò il campo libero alle tentazioni di Satana. I lati negativi del suo carattere ebbero il sopravvento, ed egli abbandonò la propria mente al controllo. delle forze delle tenebre. Ogni volta che i suoi errori venivano rimproverati, egli si adirava e così, a poco a poco, di caduta in caduta, giunse al crimine supremo: il tradimento di Gesù. Altrettanto accade a chi accarezza il male, pur indossando il mantello della devozione. Tali persone odiano chi turba la loro pace, condannando il peccato che stanno commettendo. Quando poi, come fu il caso di Giuda, si presenta l'opportunità favorevole, finiscono col tradire chi li aveva richiamati al dovere unicamente per il loro bene.
Gli apostoli, nella chiesa,. ebbero a che fare con gente che si dicevia pia, pia che segretamente coltivava il peccato. Anania e Saffira, ad esempio, recitarono la parte degli ingannatori, asserendo di fare un grande sacrificio per il Signore, mentre in realtà avevano fraudolentemente trattenuto una parte del denaro per se stessi. Lo Spirito di verità rivelò agli apostoli qual era il vero carattere di questi impostori, e il castigo si abbatté immediato e severo, liberando la chiesa da una macchia che ne avrebbe offuscato la purezza. Quest'azione evidente dello Spirito di Cristo in seno alla comunità cristiana terrorizzò gli ipocriti e coloro che agivano male. Essi non potevano rimanere uniti con quanti, per abitudini e disposizioni, erano fedeli testimoni di Cristo. Quando sopraggiunsero le prove e le persecuzioni, desiderarono diventare discepoli di Cristo unicamente coloro che erano disposti ad abbandonare tutto per amore della verità. Così, finché ci furono persecuzioni, la chiesa si mantenne relativamente pura; però, quando le persecuzioni cessarono, si aggiunsero alla comunità cristiana delle persone parzialmente sincere e devote, e fu così che Satana riuscì a mettere il piede nella chiesa.
Non c'è unione fra il Principe della luce e il principe delle tenebre, come non puo esservene fra i loro seguaci. Quando i cristiani acconsentirono a unirsi con chi, provenendo dal paganesimo, era solo a metà convertito, cominciarono a calcare un sentiero che li avrebbe condotti sempre più lungi dalla verità. Satana esultava nel vedere la riuscita dei suoi piani nel sedurre un così gran numero di seguaci di Cristo, e si adoperò per indurli a perseguitare coloro che rimanevano fedeli a Dio. Nessuno sapeva meglio combattere la verità di coloro che un tempo ne erano stati i difensori. Questi cristiani apostati, unendosi ai compagni tuttora a metà pagani, si accanirono contro gli aspetti fondamentali della dottrina di Cristo.
Questo richiese una lotta asperrima da parte di coloro che intendevano rimanere fedeli, nonostante gli inganni e le abominazionì che sotto i paramenti sacerdotali venivano introdotti nella chiesa. La Bibbia non era più considerata come regola di fede. La dottrina della libertà religiosa era definita eresia, e i suoi sostenitori erano odiati e proscritti.
Dopo una lotta dura e prolungata, i pochi rimasti fedeli decisero di separarsi dalla chiesa apostata se questa avesse continuato ad aderire alla falsità e all'idolatria. Essi videro che tale separazione si imponeva se volevano ubbidire alla Parola di Dio: non ardivano tollerare oltre gli errori fatali alle- loro anime e dare un esempio che avrebbe messo in pericolo la fede dei loro figli e dei loro discendenti. Per garantire la pace e l'unità essi erano disposti, sì, a fare delle concessioni, purché esse fossero coerenti con la fedeltà a Dio. Non potevano, pero, assolutamente addivenire a compromessi che significassero il sacrificio delle proprie convinzioni religiose. Se l'unità poteva essere raggiunta solo compromettendo la verità e la giustizia, allora erano pronti a tutto, anche a lottare.
Sarebbe bene per la chiesa e per il mondo che i princìpi che sostennero queste anime generose, rivivessero nel cuore di quanti si dicono figliuoli di Dio. C'è un'allarmante indifferenza per quel che riguarda le dottrine fondamentali della fede cristiana, e si va rafforzando l'idea che dopo tutto esse non sono di importanza vitale. Questa degenerazione fortifica le mani degli agenti di Satana, sì che tali false teorie e inganni fatali, che i cristiani dei tempi andati affrontarono con grave rischio della propria vita, sono oggi considerati favorevolmente da migliaia di persone che si dicono seguaci di Cristo.
I primi cristiani formavano davvero un popolo particolare. Il loro comportamento irreprensibile e la loro fede incrollabile, costituivano un costante rimprovero per i peccatori ostinati. Quantunque essi fossero numericamente pochi, privi di ricchezze, di posizioni, di titoli onorifici, erano un motivo di terrore per chi agiva male, e ovunque il loro carattere e la loro dottrina erano conosciuti. Perciò erano odiati dagli empi, come Abele era odiato dal malvagio Caino. Per la stessa ragione che spinse Caino a uccidere il fratello, coloro che cercavano di sottrarsi ai richiami dello Spirito Santo misero a morte il popolo di Dio. In fondo, era la stessa ragione che aveva indotto i giudei a rigettare il Salvatore e a crocifiggerlo: la purezza e la santità del suo carattere erano un costante rimprovero al loro egoismo e alla loro corruzione. Dai giorni di Cristo in poi, i suoi discepoli fedeli hanno provocato l'odio e l'opposizione di chi ama e segue le vie del peccato.
Ci si potrebbe chiedere, allora, ín che modo il Vangelo può essere definito un messaggio di pace. Quando il profeta Isaia predisse la nascita del Messia, gli attribuì il titolo di « Principe della pace ». Quando gli angeli annunciarono ai pastori la nascita di Cristo, cantarono nelle pianure di Betlemme: « Gloria a Dio ne' luoghi altissimi, pace in terra fra gli uomini ch'Egli gradisce! » Luca 2: 14. C'è un'apparente contraddizione fra queste affermazioni e quella di Gesù: « Non son venuto a metter pace, ma spada » Matteo 10: 34. Se giustamente comprese, queste parole si armonizzano fra loro. Il Vangelo è un messaggio di pace; il Cristianesimo è un sistema che, se accettato e messo in pratica, dà pace, armonia e felicità a tutta la terra. La religione di Cristo unisce con vincoli di fratellanza tutti coloro che ne accettano gli insegnamenti. La missione di Gesù, quale fu se non quella di riconciliare gli uomini con Dio e gli uni con gli altri? Purtroppo, però, il mondo si trova sotto il dominio di Satana che è il più acerrimo nemico di Cristo. Il- Vangelo presenta princìpi di vita che sono in netto contrasto con le abitùdini e i desideri del mondo. Ne deriva, perciò, la ribellione di quanti odiano la purezza che mette a nudo e condanna i loro peccati. Essa porta alla persecuzione e alla distruzione di quanti esortano ad attenersi alla giu
stizia e alla santità del messaggio di Cristo. t in questo senso che il Vangelo è definito una spada: l'esaltazione della verità provoca, per reazione, l'odio e la contesa. Il Vangelo, così, è chiamato una spada.
La misteriosa provvidenza che perTnette che il giusto soffra la persecuzione per mano degli empi, è stata motivo di grande perplessità per molti che erano deboli nella fede. Alcuni finiscono addirittura col perdere la loro fiducia in Dio perché Egli lascia che i malvagi prosperino, mentre i buoni e i puri sono spesso afflitti e tormentati dal crudele potere dei primi. Come è possibile -si chiedono- che un Dio giusto e misericordioso, infinito in potenza, possa tollerare tanta ingiustizia e tanta oppressione? Questa è una domanda con la quale'noi non abbiamo nulla a che fare. Poiché Dio ci ha dato prove sufficienti del suo amore, noi non dobbiamo affatto dubitare della sua bontà, anche se non sempre riusciamo a comprendere le vie della sua provvidenza. Il Salvatore, prevedendo i dubbi che si sarebbero insinuati nella mente dei suoi discepoli nell'ora della prova e delle tenebre, disse loro: « Ricordatevi della parola che v'ho detta: Il servitore non è da più del suo signore. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi » Giovanni 15: 20. Gesù ha sofferto per noi più di quanto possa mai avere sofferto uno qualsiasi dei suoi seguaci. Quanti sono chiamati a soffrire torture e martirio non fanno che calcare le orme del diletto Figliuolo di Dio.
« Il Signore non ritarda l'adempimento della sua promessa » 2 Pietro 3: 9. Egli non dimentica e non trascura i suoi figli: permette solo che gli empi rivelino il loro vero carattere affinché chiunque voglia fare la sua volontà non sia tratto in inganno da loro. Inoltre, i giusti sono posti nella fornace dell'afflizione per essere purificati e perché il loro esempio possa convincere altri sulla realtà della fede e della pietà, e infine perché il loro comportamento coerente suoni condanna per gli empi e per gli increduli.
Dio permette all'empio di prosperare e di rivelare la sua inimicizia contro il cielo, affinché quando egli avrà colmato la misura della sua iniquità, tutti possano riconoscere la giustizia divina e la divina misericordia nella totale distruzione dei malvagi. Il giorno della sua vendetta si avvicina; in esso tutti coloro che avranno trasgredito la sua legge e oppresso il suo popolo riceveranno la giusta retribuzione per le loro opere. Allora ogni atto di crudeltà e di ingiustizia verso i figliuoli di Dio sarà punito come se fosse stato fatto a Cristo stesso.
C'è, però, un'altra domanda, ancora più importante, che dovrebbe richiamare l'attenzione delle chiese di oggi. Paolo dichiara: « Tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati » 2 Timoteo 3: 12. Perché, allora, la persecuzione sembra sonnecchiare? La sola ragione è che la chiesa si è conformata al mondo e così non provoca opposizioni. La religione corrente dei nostri giorni non riveste il carattere di purezza e di santità che contraddistinse la fede cristiana ai tempi di Cristo e degli apostoli. t solo perché esiste uno spirito di compromesso col peccato; perché le grandi verità della Parola di Dio sono considerate con indìfferenza; perché vi è nella chiesa tanta poca pietà vitale, che il Cristianesimo è popolare nel mondo. Lasciate che ci sia un risveglio della fede e della potenza della chiesa primitiva, e allora lo spirito di persecuzione rivivrà e saranno di nuovo accesi i fuochi del-la persecuzione.
Capitolo 3
Un'èra di Tenebre Spirituali
L'apostolo Paolo, nella sua seconda lettera ai Tessalonicesi, predisse la grande apostasia che sarebbe derivata dall'instaurarsi del potere papale. Egli affermò che il giorno del Signore « non verrà se prima non sia venuta l'apostasia e non sia stato manifestato l'uomo del peccato il figliuolo della perdizione, l'avversario, colui che s'innalza sopra tutto quello che è chiamato Dio od oggetto di culto; fino al punto da porsi a sedere nel tempio di Dio, mostrando se stesso e dicendo ch'egli è Dio ». L'apostolo, inoltre, avvertì i fratelli: « Il mistero dell'empietà è già all'opra » 2 Tessalonicesi 2: 3, 4, 7. Egli vedeva, fin d'allora, insinuarsi nella chiesa degli errori che avrebbero preparato la via allo sviluppo del papato.
A poco a poco, prima in modo furtivo e silenzioso, poi sempre più apertamente a mano a mano che acquistava vigore, « il mistero dell'empietà » finì col dominare le menti degli uomini, con la sua opera empia e blasfema. In maniera quasi impercettibile, le usanze pagane penetrarono nella chiesa cristiana. Lo spirito di compromesso e di conformismo era stato tenuto a freno quando la chiesa subiva le più violente persecuzioni a opera del paganesimo. Però, quando queste cessarono e il Cristianesimo penetrò nelle corti e nei palazzi reali, si abbandonò gradatamente l'umile semplicità di Cristo e degli apostoli, per accettare la pompa e l'orgoglio dei sacerdoti e dei governatori pagani. Alle richieste di Dio si sostituirono le teorie e le predizioni umane. La conversione nominale di Costantino, all'inizio del quarto secolo, provocò un grande giubilo, e il mondo, sotto l'apparenza della giustizia, entrò nella chiesa. Fu così che l'opera della corruzione andò progredendo rapidamente. Il paganesimo, che . sembrava sconfitto, divenne conquistatore. Il suo spirito dominava ormai la chiesa. Le sue dottrine, le sue cerimonie e le sue superstizioni vennero incorporate nella fede e nel culto di coloro che si dicevano seguaci. di Cristo.
Questo compromesso fra paganesimo e Cristianesimo favorì lo sviluppo dell'uomo del peccato, predetto dalla profezia come oppositore e soppiantatore di Dio. Questo gigantesco sistema di falsa religione è il capolavoro della potenza di Satana: monumento degli sforzi da lui compiuti per salire sul trono e dominare la terra secondo la sua volontà.
Una volta Satana cercò di giungere a un compromesso con Gesù. Si avvicinò al Figliuolo di Dio e mostrandogli tutti i regni del mondo e la loro gloria, glieli offrì in cambio del riconoscimento, da parte di Gesù, della supremazia del principe delle tenebre. Cristo respinse il tentatore presuntuoso e lo costrinse a ritirarsi. Satana, però, riesce a conseguire migliori risultati quando rivolge le stesse tentazioni agli uomini. Per assicurarsi vantaggi e onori terreni, la chiesa fu indotta a ricercare il favore e il sostegno dei grandi uomini della terra; e avendo così rigettato Cristo, scelse di tributare omaggio al rappresentante di Satana, il vescovo di Roma.
Una delle dottrine base del Romanesimo consiste nel riconoscere nel papa il capo visibile della chiesa universale di Cristo, investito di una suprema autorità sui vescovi e sui pastori di ogni parte del mondo. Inoltre, sono attribuiti al papa i titoli della Deità. Egli è stato definito « Signore Dio il papa » (1) ed è stato dichiarato infallibile.(2) Egli esige l'omaggio di tutti gli uomini, e così la pretesa di Satana nei confronti di Cristo è portata avanti per mezzo della chiesa di Roma, sì che molti sono quelli che gli rendono omaggio.
Coloro, però, che temono Dio e lo riveriscono affronteranno questa audace sollecitazione, come Gesù affrontò l'invito del subdolo nemico: « Adora il Signore Iddio tuo, e servi a lui solo » Luca 4: 8 (D). Dio non ha mai minimamente accennato nella sua Parola al fatto che Egli abbia designato un uomo come capo della chiesa. La dottrina della supremazia papale è in diretta opposizione con l'insegnamento delle Sacre Scritture. Il papa non può avere nessun potere sulla chiesa di Cristo, se non mediante l'usurpazione.
I sostenitori della chiesa di Roma persistono nell'accusare i protestanti di eresia e di volontaria separazione dalla vera chiesa. In realtà, quest'accusa si applica proprio a loro, perché sono essi che hanno ammain ato la bandiera di Cristo e si sono allontanati dalla « fede, che è stata una volta per sempre tramandata ai santi » Giuda 3.
Satana sa benissimo che le Sacre Scritture aiutano gli uomini a smascherare le sue insidie e a resistere al suo potere. Lo stesso Salvatore del mondo, infatti, -resistette ai suoi attacchi mediante la Parola. Ogni volta Egli oppose lo scudo della verità eterna: « Sta scritto ». A ogni insinuazione dell'avversario, Egli presentò la sapienza e la potenza della Parola. Satana, per riuscire a dominare gli uomini e a stabilire l'autorità dell'usurpatore papale, deve mantenerli nell'ignoranza delle Scritture, in quanto esse esaltano Dio e lasciano l'uomo nella posizione che gli compete. Perciò egli vorrebbe che le Sacre Scrítture rimanessero nascoste e fossero addirittura soppresse. Questa logica fu adottata dalla chiesa di Roma. Per secoli la diffusione della Bibbia fu vietata; era proibito leggerla o averla in casa. Questo, nell'intento di permettere che sacerdoti e prelati, privi di scrupoli, ne interpretassero gli insegnamenti in modo da poter sostenere le loro pretese. Fu così che il papa venne quasi universalmente riconosciuto come vice gerente di Dio sulla terra, dotato di autorità sia sulla chiesa che sullo stato.
Eliminate le Sacre Scritture che potevano smascherare l'errore, Sa tana potè agire a proprio arbitrio. La profezia aveva annunciato che il papato avrebbe pensato di « mutare i tempi e la legge » Daniele 7: 25, e la cosa non tardò a compiersi. Per offrire ai pagani convertiti un so stituto all'adorazione degli idoli e così promuovere la loro accettazione nominale del Cristianesimo, piano piano penetrò nel culto cristiano l'a dorazione delle immagini e delle reliquie. Il decreto di un concilio generale(3) venne poi a sanzionare questo sistema idolatrico. Per completare la sua opera sacrilega, Roma ebbe l'ardire di togliere dalla legge di Dio il secondo comandamento, che vieta il culto delle immagini, e di dividere il decimo in due, per conservare invariato il numero dei comandamenti.
Lo spirito di concessione al paganesimo schiuse la porta a un crescente dispregio dell'autorità celeste. Satana, operando attraverso i dirigenti inconvertiti della chiesa; calpestò anche il quarto comandamento e si sforzò di eliminare l'antico sabato, giorno benedetto e santificato da Dio (Genesi 2: 2, 3), per esaltare al suo posto la festività celebrata dai pagani come « venerabile giorno del sole ». Il cambiamento, all'inizio, non avvenne apertamente. Nei primi secoli il sabato era stato osservato da tutti i cristiani; essi erano gelosi dell'onore di Dio, stimavano immutabile la sua legge e custodivano con zelo la santità dei suoi precetti. Satana, però, operando con la massima sottigliezza tramite i suoi agenti, riuscì ad attuare il suo proponimento. Affinché l'attenzione della gente fosse richiamata sulla domenica, essa fu dichiarata giorno festivo in onore della risurrezione di Gesù. Quel giorno si celebravano delle funzioni religiose, però si trattava di un giorno di svago, mentre il sabato conservava il suo carattere di santità.
Per preparare la via all'opera che intendeva compiere, Satana aveva spinto i giudei, prima della venuta di Cristo, ad appesantire il sabato con le più rigorose esigenze, tanto da renderne l'osservanza un peso. Ora, traendo profitto dalla falsa luce che lo circondava, egli riuscì a farlo considerare come una istituzione prettamente giudaica. Mentre i cristiani in generale continuavano a osservare la domenica come un gaio giorno di festa, egli li spinse -nell'intento di dimostrare il loro odio verso il Giudaesimo- a fare del sabato un giorno di digiuno, pieno di malinconia e di tristezza.
All'inizio dei quarto -secolo, l'imperatore Costantino emanò un decreto che dichiarava la domenica giorno di festa per tutto l'impero romano(4) Il « giorno del sole » era rispettato da tutti i sudditi pagani e onorato anche dai cristiani. La politica imperiale, perciò, mirò a unire gli interessi contrastanti del paganesimo e del Cristianesimo. L'imperatore fu sollecitato a questo dai vescovi della chiesa che, spinti dall'ambizione e dalla sete di potere, si rendevano conto che se uno stesso giorno veniva osservato tanto dai cristiani che dai pagani, ne sarebbe derivata l'accettazione nominale del Cristianesimo da parte di questi ultimi, e così la chiesa ne avrebbe tratto potenza e gloria. Molti cristiani timorati di Dio furono gradualmente indotti a considerare la domenica come dotata di un certo grado di santità, pur continuando a osservare il sabato come giorno del Signore, in ottemperanza al quarto comandamento.
Il grande seduttore, però, non aveva completato la sua opera: era deciso a riunire tutto il mondo cristiano sotto la sua bandiera e ad esercitare la sua autorità attraverso il suo vice gerente, l'orgoglioso pontefice, il quale pretendeva di essere il rappresentante di Cristo. Per mezzo di pagani solo a metà convertiti, di prelati ambiziosi e di membri di chiesa amanti del mondo, egli riuscì ad attuare il suo proponimento. Di quando in quando venivano convocati grandi concili nei quali convenivano i dignitari delle chiese del mondo intero. Quasi in ogni concilio il sabato stabilito da Dio veniva spinto sempre più giù, mentre, allo stesso tempo, la domenica era costantemente innalzata. Fu così che tale festività pagana finì con l'essere onorata come un'istituzione divina, mentre il sabato biblico venne definito « reminiscenza del Giudaesimo », e la sua osservanza dichiarata decaduta.
Il grande apostata era riuscito a esaltare se stesso « sopra chiunque è chiamato dio, o divinità » 2 Tessalonicesi 2: 4 (D), aveva osato cambiare l'unico precetto della legge divina che addita in modo inconfondibile all'umanità l'Iddio vivente e vero. Nel quarto comandamento Dio è rivelato come Creatore dei cieli e della terra, e quindi è distinto da tutti i falsi dèi. Quale memoriale della creazione, il settimo giorno fu santificato come giorno di riposo per l'uomo. Esso era destinato a conservare sempre vivo dinanzi alle menti umane il fatto che Dio è sorgente di tutto e oggetto del culto e dell'adorazione. Satana, che cerca sempre di distogliere gli uomini dalla loro fedeltà all'Eterno e dall'ubbidienza alla sua legge, concentra tutte le sue energie specialmente contro il comandamento che indica in Dio il Creatore.
Oggi i protestanti sostengono che la risurrezione di Cristo, avvenuta di domenica, ha fatto di quel giorno il sabato cristiano. Manca loro, però, l'appoggio delle Sacre Scritture, perché è evidente che tale onore non fu conferito a quel giorno né da Gesù, né dagli apostoli. L'osservanza della domenica come istituzione cristiana ebbe origine dal « mistero dell'empietà » 2 Tessalonicesi 2: 7, che era già all'opera al tempo di Paolo. Del resto, dove e quando il Signore avrebbe adottato. questa figlia del papato? Quale valida ragione potrebbe essere fornita per u n cambiamento che le Scritture non sanzionano?
Nel sesto secolo il papato si era saldamente stabilito fissando la sua sede nella città imperiale. Il vescovo di Roma fu dichiarato capo di tutta la chiesa: il paganesimo aveva ceduto il passo al papato e il dragone aveva dato alla bestia « la propria potenza e il proprio trono e grande potestà » Apocalisse 13: 2.(5) Ebbero allora inizio i milleduecentosessant'anni di oppressione papale predetti nelle profezie di Daniele e dell'Apocalisse (Daniele 7: 25; Apocalisse 13: 5-7). I cristiani furono costretti a scegliere: o rinunciare alla propria integrità e accettare le cerimonie e il culto papali, oppure affrontare il carcere, il rogo, il patibolo, la mannaia del carnefice. Si adempirono le parole di Gesù: « Voi sarete traditi perfino da genitori, da fratelli, da parenti e da amici; faranno morire parecchi di voi; e sarete odiati da tutti a cagion del mio nome » Luca 21: 16, 17. La persecuzione si abbatté sui fedeli con inaudita veemenza, e il mondo diventò un immane campo di battaglia. Per centinaia di anni la chiesa di Cristo trovò rifugio nei luoghi deserti e nell'oscurità. « E la donna fuggì nel deserto, dove ha un luogo preparato da Dio, affinché vi sia nutrita per milleduecentosessanta giorni » Apocalisse 12: 6.
L'ascesa al potere della chiesa romana segnò l'inizio del Medioevo. A mano a mano che la sua potenza cresceva, le tenebre si facevano più fitte. La fede, che una volta si accentrava su Cristo, il vero fondamento, si trasferì sul papa di Roma. La gente, anziché confidare nel Figliuolo di Dio per la remissione dei peccati e per la salvezza eterna, guardava al papa, ai sacerdoti e ai prelati, ai quali il pontefice delegava la propria autorità. Si insegnava che il papa era il mediatore terreno e che nessuno poteva avvicinarsi a Dio se non per mezzo di lui. Si insegnava che per gli uomini egli occupava il posto di Dio, e che perciò doveva essere ubbidito. Una deviazione dalle direttive da lui impartite era motivo sufficiente perché i più severi castighi si abbattessero sui corpi e sulle anime dei colpevoli. Così la mente degli uomini fu distolta da Dio e rivolta su esseri fallibili, soggetti all'errore, crudeli; anzi, si può addirittura affermare che essa si rivolse sullo stesso principe delle tenebre, il quale esercitava la propria autorità per mezzo di loro. Il peccato si celava dietro un manto di santità. Quando le Scritture vengono soppresse e l'uomo si considera un essere superiore, non ci si può aspettare che frode, inganno, iniquità. Con l'esaltazione di leggi e tradizioni umane, si manifestò in pieno la corruzione che sempre deriva dall'abbandono della legge di Dio.
Per la chiesa di Cristo furono giorni pericolosi. Pochi erano coloro che tenevano alta la bandiera della verità. Sebbene la verità non fosse rimasta priva di testimoni, talvolta pareva che l'errore e la superstizione dovessero trionfare e che la vera religione dovesse essere bandita dalla terra. Il Vangelo era stato perduto di vista, mentre si moltiplicavano le forme della religione e la gente veniva oppressa da rigorose imposizioni.
Gli uomini erano non solo esortati a guardare al papa come loro mediatore terreno, ma a confidare nelle proprie opere per la remissione dei peccati. Lunghi pellegrinaggi, atti di penitenza, adorazione delle relíquie, erezione di chiese, cappelle e altari, versamento di forti somme di denaro alla chiesa: queste e altre cose simili erano imposte per placare l'ira di Dio e assicurarsi il suo favore, quasi che Egli fosse come gli uomini e che, irritandosi per delle futilità, potesse essere placato con doni o atti di penitenza.
Nonostante il vizio dilagasse anche fra i dirigenti della chiesa romana, l'influsso di questa cresceva continuamente. Verso la fine dell'ottavo secolo i sostenitori del papato affermarono che fin dai primi secoli i vescovi di Roma avevano avuto lo stesso potere che ora avevano assunto. Per dimostrarlo occorrevano delle prove che stabilissero l'esattezza di quest'affermazione: tali prove furono suggerite dal padre della menzogna. I monaci produssero degli scritti « antichi »: decreti inediti di concili i quali stabilivano la supremazia universale del papa fin dai tempi più remoti. Ne seguì che una chiesa che aveva respinto la verità accettò avidamente questi inganni.(6)
I pochi rimasti fedeli e che ancora edificavano sul vero fondamento (1 Corinzi 3: 10, 11) erano perplessi, perché ostacolati dalle scorie delle false dottrine che impedivano la loro opera. Come gli antichi costruttori delle mura di Gerusalemme al tempo di Nehemia, alcuni ripetevano: « Le forze de' portatori di pesi vengon meno, e le macerie sono molte; noi non potremo costruir le mura! » Nehemia 4: 10. Stanchi per la costante lotta contro la persecuzione, l'inganno, l'iniquità e ogni altro impedimento che Satana escogitava per ostacolare la loro opera, alcuni, che pure erano stati fedeli edificatori, si persero di animo. Per amore del quieto vivere e per salvaguardare sia quello che possedevano, sia la propria vita, abbandonarono il vero fondamento. Altri, invece, per nulla intimiditi dall'opposizione dei nemici, dichiararono impavidi: « Non li temete! Ricordatevi del Signore, grande e tremendo; e combattete » Nehemia 4: 14, e proseguirono la loro attività con al fianco la spada (Efesini 6: 17).
In ogni epoca lo stesso spirito di odio e di opposizione alla verità ha ispirato i nemici di Dio. La stessa vigilanza e la stessa fedeltà sono state sempre richieste dai suoi servitori. Le parole pronunciate da Cristo ai primi discepoli sono rivolte anche ai suoi seguaci della fine dei tempi: « Ora, quel che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate » Marco 13: 37.
Le tenebre si fecero sempre più fitte. Il culto delle immagini si andò generalizzando; si accendevano ceri dinanzi ad esse, ed erano loro offerte le preghiere. Si manifestò, allora, la più assurda e superstiziosa forma di culto. Le menti degli uomini erano dominate dalla superstizione a tal segno che la ragione parve del tutto capitolare. Sacerdoti e vescovi erano amanti del piacere, sensuali e corrotti; e il popolo, che guardava ad essi per essere guidato, precipitava sempre più nell'ignoranza e nel vizio.
Un altro passo in avanti nell'ambito delle pretese papali fu compiuto nell'undicesimo secolo. Papa Gregorio VII proclamò la perfezione della chiesa romana e affermò, tra l'altro, che secondo le Scritture essa non aveva mai sbagliato, né mai avrebbe potuto sbagliare. Le Scritture, però, non convalidavano questa sua dichiarazione. L'orgoglioso pontefice, inoltre, pretendeva di avere l'autorità di deporre gli imperatori, e affermò che nulla di quanto egli andava asserendo poteva essere revocato, in quanto egli solo aveva il potere di annullare qualsiasi altrui decisione.(7)
Un'impressionante illustrazione del carattere tirannico di questo sostenitore dell'infallibilità è fornita dal trattamento che egli riservò all'imperatore di Germania Enrico IV, il quale, poiché ardì negare l'autorità papale, venne scomunicato e detronizzato. Terrificato dall'abbandono da parte dei principi e dalle loro minacce, in quanto essi si sentivano incoraggiati alla ribellione dal decreto papale, Enrico IV volle rappacificarsi con Roma. Accompagnato dalla moglie e da un fido servitore, egli attraversò le Alpi in pieno inverno per andare a umiliarsi dinanzi al pontefice. Giunto al castello (di Canossa. N. d. T.) dove Gregorio si era ritirato, fu introdotto, privo della sua guardia, in un cortile interno dove, in quel- gelido inverno, a capo scoperto, a piedi nudi e vestito di sacco, attese che il papa lo ammettesse alla sua presenza. Fu solo dopo tre giorni di digiuno, seguito dalla confessione, che Enrico ottenne il perdono papale. Fu perdonato, ma a condizione che aspettasse il beneplacito del papa prima di poter ricevere nuovamente le insegne del suo potere, ossia esercitare l'autorità regale. Gregorio, lieto del suo trionfo, si vantò che era suo dovere fiaccare l'orgoglio dei re.
Quale stridente contrasto fra lo smisurato orgoglio di questo altezzoso pontefice e l'umiltà, la mansuetudine di Cristo, il quale raffigura se stesso nell'atto di bussare alla porta del cuore per esservi ammesso e recarvi il perdono e la pace! Quale contrasto con Colui che insegnò ai discepoli: « Chiunque fra voi vorrà essere primo, sarà vostro servitore » Matteo 20: 27.
Il trascorrere dei secoli mise in luce il costante aumento degli errori dottrinali di Roma. Già prima dello stabilirsi del papato, l'insegnamento dei filosofi pagani aveva goduto dell'attenzione della chiesa ed esercitato su di essa un non indifferente influsso. Molti, pur dicendosi convertiti, continuavano ad attenersi alle direttive della filosofia pagana, e non solo ne proseguivano lo studio, ma cercavano di imporlo anche agli altri. In tal modo, gravi errori si insinuarono nella fede cristiana. Uno dei più evidenti fu la credenza nell'immortalità naturale dell'anima e nello stato. cosciente dei morti. Questa dottrina costituì la base dell'insegnamento di Roma relativo all'invocazione dei santi e all'adorazione della Vergine Maria. Da essa nacque pure l'eresia delle pene eterne che finì con l'essere incorporata nella fede papale.
Si I preparò così la via a un'altra invenzione del paganesimo, che Roma chiamò purgatorio e che le servì per intimorire le folle credule e superstiziose. Con questa eresia si affermava l'esistenza di un luogo di tormento, dove le anime di coloro che non meritavano la dannazione eterna avrebbero subìto il castigo dei peccati commessi per poi passare in cielo, una volta che fossero stati liberati dalla loro impurità.(8)
Un'altra invenzione era necessaria a Roma per aiutarla ad approfittare del timore e dei vizi dei suoi aderenti: la dottrina delle ìndulgenze. La totale remissione dei peccati passati, presenti e futuri e la liberazione da ogni pena nella quale si era incorsi fu promessa a quanti si fossero arruolati nelle guerre del pontefice, intese a estendere i suoi possedimenti, a punire i nemici e a sterminare chi avesse osato negare la sua supremazia spirituale. Si insegnava al popolo che il versamento di denaro alla chiesa permetteva di liberarsi dal peccato e di liberare le anime di amici defunti gettate nelle fiamme del tormento. Con simili mezzi, Roma riempì i propri forzieri e conservò la magnificenza, il lusso e il vizio dei pretesi rappresentanti di Colui che non aveva nep pure dove posare il capo.(9)
L'ordinanza evangelica della cena del Signore fu sostituita dal sacrificio idolatrico della messa. I sacerdoti pretendevano di convertire il pane e il vino « nel corpo, nel sangue, nell'anima e nella divinità di Cristo >> Cardinale Wiseman, The Real Presence of the Body and Blood of Our Lord Jesus Christ in the Blessed Eucharist, Proved from Scripture, confer. 8, sez. 3, par. 26. Con blasfema presunzione, pretendevano di avere il potere di creare Dio, il Creatore di tutte le cose. I cristiani erano invitati, pena la morte, a confessare la loro fede in questa empia eresia. Intere moltitudini che ricusarono di credervi furono gettate nelle fiamme.(10)
Nel tredícesimo secolo fu istituita la più terribile di tutte le macchinazioni del papato: l'Inquisizione. Il principe delle tenebre operò con i capi della gerarchia papale. Nei loro segreti consigli, Satana e i suoi angeli controllavano le menti degli uomini empi, mentre un angelo di Dio, presente seppure invisibile, prendeva nota dei loro iniqui decreti e scriveva la storia di cose troppo orrende da poter essere esposte agli occhi umani. « Babilonia la grande » era « ebbra del sangue dei santi ». Milioni di corpi straziati sembravano invocare Iddio perché li vendicasse contro questa potenza apostata.
Il papato era diventato il despota del mondo: re e imperatori si piegavano ai decreti del pontefice romano. Il destino degli uomini, per il tempo e per l'eternità, sembrava sotto il suo controllo. Per centinaia di anni le dottrine di Roma erano state implicitamente e totalmente accettate, le sue cerimonie celebrate e le sue feste generalmente osservate. Il suo clero veniva onorato e generosamente finanziato. Mai la chiesa era pervenuta a tanta dignità, a tanta magníficenza, a tale potere.
Ma « il mezzogiorno del papato fu la mezzanotte del mondo » I. A. Wylie, The History of Protestantism, vol. 1, cap. 4. Le Sacre Scrit
ture erano quasi sconosciute non soltanto al popolo, ma anche ai sa cerdoti. Simili agli antichi farisei, i dirigenti romani odiavano la luce che avrebbe messo a nudo i loro peccati. Rimossa la legge di Dio, regola di giustizia, essi esercitavano un'autorità illimitata e praticavano il vizio senza ritegno. Predominavano la frode, l'avarizia e la corruzione. Gli uomini non esitavano dinanzi a nessun crimine che avesse potuto assicurare loro la ricchezza e la posizione. I palazzi dei papi e degli alti prelati erano teatro della più abietta deboscia. Alcuni pontefici si resero colpevoli di delitti così ripugnanti, che dei sovrani, giudicandoli mostri tanto abietti da non poter essere tollerati, ne chiesero la deposizione. Per secoli l'Europa non aveva fatto progressi nel campo del sapere, delle arti o della civiltà. Pareva che una paralisi morale e intellettuale fosse piombata sulla cristianità.
Le condizioni del mondo sotto il dominio di Roma fornivano un letterale e pauroso adempimento delle parole del profeta Osea: « Il mio popolo perisce per mancanza di conoscenza. Poiché tu hai sdegnata la conoscenza, anch'io sdegnerò d'averti per sacerdote; giacché tu hai dimenticata- la legge del tuo Dio, anch'io dimenticherò i tuoi figliuoli ». « Non v'è né verità, né misericordia, né conoscenza di Dio nel paese. Si spergiura, si mentisce, si uccide, si ruba, si commette adulterio; si rompe ogni limite, sangue tocca sangue » Osea 4: 6, 1, 2. Ecco quali furono i risultati dell'abbandono della Parola di Dio.
Capitolo 4
Fedeli Portatori di Fiaccole
In mezzo all'oscurità che sembrava essersi abbattuta sulla terra durante il lungo periodo della supremazia papale, la luce della verità non poteva estinguersi del tutto. In ogni tempo, infatti, ci sono stati dei testimoni di Dio, uomini che credevano in Cristo come unico mediatore fra Dio e l'uomo, che consideravano la Bibbia l'unica regola di vita e santificavano il vero sabato. Mai il mondo potrà sapere quanto sia debitore a questi uomini. Essi erano considerati eretici; i motivi che li animavano erano criticati; il loro carattere era diffamato e i loro scritti venivano o soppressi o fraintesi o mutilati. Nondimeno, essi rimasero saldi; e di secolo in secolo conservarono pura la fede, quale sacra eredità per le generazioni future.
La storia del popolo di Dio durante il periodo dell'oscurità che seguì lo stabilirsi della supremazia di Roma è scritta in cielo, mentre pochi accenni ad essa si trovano nei documenti umani. Poche tracce della loro esistenza possono essere rinvenute al di fuori delle accuse mosse loro dai persecutori. La politica di Roma consisteva nel cancellare ogni traccia di dissenso con le sue dottrine e con i suoi decreti. Tutto ciò che avesse sapore di eresia, si trattasse di persone o di scritti, Roma cercava di eliminarlo. Espressioni di dubbio od obiezioni circa l'autorità più o meno legittima dei dogmi papali, erano motivo sufficiente per mettere in pericolo la vita di ricchi e poveri, di gente altolocata o di umile condizione. Roma cercava anche di distruggere qualsiasi notizia relativa alla sua crudeltà nei confronti dei dissidenti. I concili papali decretarono che libri e scritti contenenti tali ricordi fossero dati alle fiamme. Poiché prima dell'invenzione della stampa i libri scarseggiavano ed era difficile conservarli, divenne facile per le autorità di Roma attuare il loro proponimento.
Nessuna chiesa esistente nella sfera della giurisdizione romana fu lasciata a lungo indisturbata, nel godimento della sua libertà di coscienza. Non appena il papato ebbe pieni poteri, si affrettò a stendere il suo braccio per opprimere chiunque avesse rifiutato di riconoscere -la sua autorità. Così, una dopo l'altra, le chiqse si sottomisero alla sua dominazione.
In Gran Bretagna il Cristianesimo primitivo aveva messo salde radici molto presto, e l'Evangelo, accettato dai bretoni nei primi secoli, serbava tuttora intatta la sua purezza. L'unico dono che le chiese britanniche ebbero da Roma furono le persecuzioni da parte degli imperatori pagani, persecuzioni che si estesero fino a quelle remote sponde. Molti cristiani lasciarono l'Inghilterra e ripararono in Scozia per poi passare in Irlanda. La verità da essi proclamata fu ovunque accolta con gioia.
Quando i sassoni invasero la Britannia, il paganesimo si impose. I conquistatori disdegnavano di essere istruiti dai loro schiavi, e così i cristiani furono costretti a rifugiarsi sui monti e nelle paludi selvagge. Nondimeno la luce, nascosta per un po' di tempo, continuava a brillare. In Scozia, un secolo più tardi, essa rifulse con tale chiarore da estendersi fino nelle terre più lontane. Dall'Irlanda giunse il pio Colombano che, con i suoi collaboratori, raccolse intorno a sé i credenti dispersi e stabilì nell'isola di Iona il centro della sua opera missionaria. Fra questi evangelisti vi era un osservatore del sabato, e così questa verità penetrò in seno alle popolazioni. A Iona venne organizzata una scuola dalla quale uscirono dei missionari non solo per la Scozia e per l'Inghilterra, ma anche per la Germania, per la Svizzera e per l'Italia.
Roma, però, aveva puntato il suo sguardo sulla Britannia e decise di imporle la propria autorità. Nel sesto secolo i suoi missionari intrapresero la conversione dei sassoni pagani. Accolti favorevolmente dai fieri barbari, i missionari riuscirono a indurne migliaia a professare la fede di Roma. A mano a mano che l'opera si estendeva, i dirigenti romani e i loro convertiti venivano in contatto con i primitivi cristiani. Ne risultò un contrasto stridente. Questi erano semplici, umili, aderenti per carattere, dottrina e costumi, all'insegnamento della Sacra Scrittura, mentre i primi rivelavano la superstizione, la pompa e l'arroganza di Roma. Gli emissari papali invitarono queste chiese cristiane a riconoscere la supremazia del sommo pontefice; ma i bretoni con mansuetudine risposero che desideravano amare tutti gli uomini e che il papa non aveva nessun diritto di arrogarsi la supremazia sulla chiesa. Essi, quindi, potevano solo manifestargli la sottomissione dovuta a ogni seguace di Cristo. Reiteratì tentativi furono fatti per indurli alla sottomissione totale e incondizionata; ma questi umili cristiani, stupiti dall'orgoglio di cui davano prova i rappresentanti di Roma, risposero con fermezza che non riconoscevano altro maestro se non Cristo. Allora si manifestò in pieno lo spirito del papato. Il rappresentante di Roma disse: « Se voi non accogliete i fratelli che vi recano la pace, riceverete i nemici che vi porteranno la guerra. Se non vi unite a noi per additare ai sassoni la via della vita, riceverete da loro il colpo mortale » I. H. Merle D'Aubigne, History of the Reformation of the Sixteenth Century, vol. 17, cap. 2. Non si trattava di vane minacce: la guerra, l'intrigo, l'inganno furono attuati contro i testimoni della fede biblica, a tal punto che le chiese della Britannia o furono distrutte o costrette a sottomettersi all'autorità papale sacro. In mezzo ai crescenti errori e alle superstizioni, molti, perfino in seno al popolo di Dio, rimasero, talmente.,. confusi, che, pur continuando a osservare il sabato, la domenica si astenevano dal lavoro. Questo, però, non soddisfaceva i dirigenti di Roma: essi volevano non solo che la domenica fosse santificata, ma che il sabato venisse profanato. Denunciavano con forte linguaggio coloro che ardivano onorarlo. Era solo sottraendosi al potere di Roma che si poteva ubbidire alla legge di Dio.
I valdesi furono tra i primi popoli europei ad avere una traduzione delle Sacre Scritture.(11) Centinaia di anni prima della Riforma, essi possedevano la Bibbia in manoscritto, nella loro lingua natia. Avevano la verità non adulterata, e ciò li rendeva particolarmente oggetto dell'odio e della persecuzione. Essi affermavano che la chiesa romana era la Babilonia apostata dell'Apocalisse e che, anche a costo della loro vita, dovevano resistere alla sua corruzione. Mentre sotto la pressione di prolungate e incessanti persecuzioni alcuni vennero a un compromesso con la propria fede, abbandonando a poco a poco i loro princìpi distintivi, altri rimasero saldamente ancorati alla verità. Nel corso dei secoli di tenebre e di apostasia ci furono dei valdesi che non vollero riconoscere la supremazia romana, respinsero il culto delle immagini stimandolo idolatrico e osservarono il vero sabato.(12) In mezzo alle più violente tempeste di opposizione, essi serbarono la fede. Seppure trafitti dalle lance delle truppe savoiarde, arsi dal fuoco dei roghi romani, essi rimasero incrollabili dalla parte della Parola e dell'onore di Dio.
Dietro il baluardo di quelle maestose montagne -che in ogni tempo erano state un rifugio per i perseguitati e per gli oppressi- i valdesi trovarono un asilo. Qui la luce della verità continuò a brillare in mezzo alle tenebre del Medioevo, e per mille anni i suoi testimoni serbarono intatta la fede degli avi.
Dio aveva provveduto per il suo popolo un santuario la cui grandezza ben si addiceva alle sublimi verità che Israele aveva ricevuto in deposito. Per quegli esuli fedeli, le montagne erano un emblema dell'immutabile giustizia di Dio. Essi additavano ai figli le cime torreggianti che si stagliavano maestose contro il cielo e parlavano loro di Colui presso il quale non c'è né variazione né ombra di mutamento, e le cui parole durano quanto le colline eterne. Dio aveva stabilito le montagne -dicevano - dotandole di una potenza tale che nessun braccio all'infuori di quello dell'Onnipotente avrebbe potuto smuoverle dal loro posto. Allo stesso modo Egli aveva stabilito la sua legge, che è la base del suo governo in cielo e sulla terra. Il braccio dell'uomo, è vero, poteva raggiungere i propri simili e distruggere la loro vita; però, mutare fosse pure un solo precetto della legge divina o annullare una delle celesti promesse sarebbe stato per lui come tentare di sradicare i monti e farli precipitare nel mare. Nella loro fedeltà alla sua legge, i servitori di Dio debbono essere incrollabili come le colline immutabili.
I monti che cingevano le loro vallate erano una' costante testimonianza della potenza creativa di Dio, oltre che dell'infallibile certezza della sua cura protettrice. Quei pellegrini impararono ad amare i simboli silenziosi della presenza di Dio. Non si lamentavano dell'asprezza della loro sorte; mai si sentivano abbandonati, neppure in mezzo alle grandi solitudini montane. Ringraziavano Iddio che aveva loro provveduto un riparo contro l'ira e la crudeltà degli uomini, e si rallegravano della possibilità loro offerta di adorare nel suo cospetto. Spesso, quando erano perseguitati dai nemici, trovavano sui monti un sicuro ricetto. Dalle alte cime essi cantavano le lodi dell'Eterno, e le schiere mandate da Roma erano impotenti a far tacere quegli inni di ringraziamento.
La pietà di questi seguaci di Cristo era pura, semplice e fervente Essi stimavano i princìpi della verità di gran lunga superiori a case, terreni, amici, parenti, e perfino alla stessa vita. Fin dalla loro più tenera infanzia, i fanciulli venivano istruiti nelle Sacre. Scritture e abituati a considerare con un sacro rispetto le esigenze della legge di Dio. Allora. le copie della Bibbia erano rare, e perciò le sue preziose parole venivano imparate a mente. Molti di loro sapevano ripetere lunghi brani del Vecchio e del -Nuovo Testamento. Il pensiero di Dio era collegato col sublime scenario della natura e con le benedizioni della vita di tutti i giorni. I bambini imparavano a guardare con gratitudine a Dio, come il datore di ogni bene e di ogni conforto.
Da genitori teneri e affettuosi quali essi erano, amavano i figli con troppa saggezza per abituarli ad appagare ogni loro desiderio egoistico. Dinanzi a loro si apriva la via della prova e delle privazioni, forse anche del martirio e della morte. Così, fin dall'infanzia, questi fanciulli erano educati in modo da poter sopportare le privazioni, esercitare l'autocontrollo, pensare e agire di propria iniziativa. Si-insegnava loro molto presto a portare delle responsabilità, a essere cauti nel parlare e a capire il valore del silenzio. Una parola indiscreta raccolta da un orecchio nemico poteva significare un pericolo di morte non solo per chi l'aveva detta, ma anche per centinaia di fratelli, perché - simili a lupi in cerca di preda - i nemici della verità non davano tregua a quanti osavano pretendere la libertà religiosa.
I valdesi avevano sacrificato la propria prosperità terrena per amore della verità, e con lodevole perseveranza lavoravano per il loro pane quotidiano. Ogni palmo di terreno coltivabile dei monti veniva accuratamente sfruttato: le valli, i fianchi dei monti, anche se poco fertili, erano coltivati con la massima cura. L'economia e la severa rinuncia costituivano una parte dell'educazione che i bambini ricevevano come unica eredità. Veniva loro insegnato che Dio vuole che la vita sia disciplinata e che è possibile sopperire alle proprie necessità solo mediante il lavoro personale, l'assiduo impegno, la previdenza e la fede. Il procedimento, è vero, appariva duro e faticoso, però era sano e corrispondeva a ciò di cui l'uomo ha bisogno a motivo del suo stato di decadenza, ed era la scuola istituita da Dio per la loro formazione e il loro sviluppo. I giovani venivano addestrati al lavoro e alle privazioni, però non si trascurava la cura del loro intelletto. Essi imparavano che tutte le loro facoltà appartenevano a Dio e che dovevano essere sviluppate e adoperate al suo servizio.
La chiesa valdese quanto a semplicità e purezza somigliava alla chie sa dei tempi apostolici. Rigettando la supremazia del papa e dei prelati romani, considerava la Bibbia come unica, suprema e infallibile autorità in materia di fede. I suoi pastori, a differenza dei signorili sacerdoti di Roma, seguivano l'esempio del Maestro, che venne sulla terra « non per essere servito, ma per servire ». Essi pascevano la greggia di Dio guidandola verso i verdeggianti pascoli e le fonti vive della sua Parola. Lungi dall'esteriorità della pompa e dell'orgoglio degli uomini, la gente si riuniva non in magnifiche chiese o in grandiose cattedrali, ma all'ombra delle montagne, nelle vallate alpine o, in tempo di pericolo, in rifugi scavati nella roccia, per udire la parola di verità annunciata dai servitori di Cristo. I pastori non solo predicavano l'Evangelo, ma visitavano gli ammalati, istruivano i fanciulli, ammonivano gli sviati e si adoperavano per comporre le divergenze, stabilire l'armonia e l'amore fraterno. In tempo di pace erano sostentati dalle offerte spontanee dei fedeli; ma, come l'apostolo Paolo che fabbricava le tende, ognuno di loro imparava un mestiere o una professione per poter provvedere, all'occorrenza, al proprio sostentamento.
I giovani erano istruiti dai pastori. Pur dando la dovuta attenzione alla cultura generale, la Bibbia rimaneva lo studio fondamentale. I vangeli di Matteo e di Giovanni venivano imparati a mente, e altrettanto si faceva con molte epistole. I giovani erano occupati anche nella copia delle Sacre Scritture. Alcuni manoscritti contenevano l'intera Bibbia, mentre altri presentavano solo porzioni di essa. Il tutto era accompagnato da alcune semplici spiegazioni del testo a uso di quanti erano incapaci di esporre le Scritture. Si dìffondevano, così, i tesori della ve.rità rimasta per tanto tempo nascosta per volere di coloro che cercavano di esaltare se stessi al di sopra di Dio.
Con un lavoro paziente e perseverante, talvolta svolto nelle profonde e oscure caverne della terra, alla luce delle torce, le Scritture venivano ricopiate versetto per versetto, capitolo per capitolo. In questa maniera, l'opera fu portata a termine e la volontà rivelata di Dio risplendette come oro purissimo. Solo quanti erano impegnati in quest'opera sapevano a quale prezzo e in mezzo a quali dure prove essa era riuscita a brillare ancor più chiara e potente. Gli angeli del cielo circondavano questi fedeli servitori.
Satana aveva sollecitato i sacerdoti e gli alti prelati romani a seppellire la Parola della verità sotto il ciarpame dell'errore, dell'eresia e della superstizione. Essa, però, era rimasta meravigliosamente incorrotta attraverso tutti i secoli di oscurità, in quanto recava non il marchio dell'uomo, ma l'impronta di Dio. Gli uomini sono stati instancabili nei loro tentativi intesi a offuscare il senso evidente delle Scritture, e si sono adoperati in mille modi per far pensare a inesistenti contraddizioni; ma simile all'arca 'che galleggiava sui flutti agitati, la Parola di Dio è riuscita a sfidare e a vincere le tempeste che ne minacciavano la distruzione. Come le miniere celano nelle loro viscere ricche vene di oro e di argento, per cui è necessario scavare a fondo per mettere in luce questi tesori, così la Sacra Scrittura racchiude tesori di verità che vengono rivelati solo a chi li cerca con ardore, con umiltà e con preghiera. Dio vuole che la Bibbia sia il libro di testo dell'intera umanità: nell'infanzia, nella gioventù e nella virilità, e che venga studiata in ogni tempo. Egli ha dato la sua Parola agli uomini quale rivelazione di se stesso, e ogni nuova verità riscontrata è una nuova espressione del carattere del suo Autore. Lo studio della Scrittura è il mezzo ordinato da Dio per mettere gli uomini in più intima comunione col loro Creatore, e per dar loro una più chiara conoscenza della sua volontà. Essa è il mezzo di comunicazione fra Dio e l'uomo.
I valdesi, pur considerando il timore dell'Eterno come il principio -della saggezza, non erano ciechi quanto all'importanza del contatto col mondo, alla conoscenza in generale e alla vita attiva: tutte cose intese ad allargare la mente e a sviluppare le facoltà dell'essere. Dalle loro scuole di montagna, i giovani venivano mandati in istituti culturali della Francia e dell'Italia, dove si schiudeva dinanzi a loro un campo di studi e di pensiero ben più vasto di quello offerto nelle loro Alpi natie. I giovani, è vero, si trovavano esposti alla tentazione, scorgevano tutta la bruttura del vizio e si imbattevano negli agenti di Satana, i quali li attaccavano con le più sottili eresie e le più pericolose seduzioni. Però, l'educazione ricevuta fin da piccoli era di tale natura da renderli idonei ad affrontare tutto ciò.
Nelle scuole dove si recavano non potevano confidarsi con- nessuno. I loro abiti erano confezionati in modo da permettere di celarvi il loro più prezioso tesoro: i manoscritti della Bibbia. Essi portavano così su di sé il frutto di mesi, se non addirittura di anni, di arduo lavoro; e ogni volta che potevano farlo senza suscitare sospetti, cautamente lo offrivano a coloro che sembravano avere il cuore aperto all'accettazione della verità. I giovani valdesi erano stati preparati a questo compito fin dal seno materno, comprendevano quale fosse il loro dovere e lo assolvevano fedelmente. Nei centri culturali dove si recavano, si -verificavano delle conversioni; e non di rado il seme della verità finiva col germogliare e portare il suo frutto nell'intera scuola. I dirigenti romani, nonostante le più severe indagini, non riuscivano a scoprire la causa di quella che essi definivano eresia.
Lo spirito di Cristo è uno spirito missionario. Il primo impulso di un cuore rigenerato è quello di condurre altri al Salvatore. Questo era lo spirito dei cristiani valdesi. Essi sentivano che Dio esigeva da loro molto di più che la semplice conservazione della verità in tutta la sua purezza nell'ambito della chiesa. Sentivano che su loro gravava la solenne responsabilità di far brillare la loro luce su quanti ancora giacevano nelle tenebre. Essi sapevano che per la potenza della Parola di Dio dovevano cercare di infrangere il giogo imposto da Roma. I minìstri valdesi erano preparati per essere missionari; e chiunque intendeva entrare nel ministero doveva acquisire, anzitutto, un'esperienza come evangelista. Ogni candidato doveva servire per tre anni in un campo missionario, prima di poter ricevere l'incarico di una chiesa locale. Questo servizio esigeva un grande spirito di rinuncia e di sacrificio, e rappresentava un'adeguata introduzione alla vita pastorale in quel tempo che metteva alla prova le anime degli uomini. I giovani che venivano consacrati al sacro ministero vedevano dinanzi a sé non già la prospettiva di Vantaggi o di gloria terreni, ma una vita di disagi e di pericoli che poteva concludersi anche col martirio. I missìonari andavano a due a due, come Gesù aveva mandato i suoi discepoli. In generale, un giovane era accoppiato con un uomo di età matura, dotato di esperienza, che gli era di guida e di consiglio e che, allo stesso tempo, era responsabile della sua preparazione. Il giovane doveva attenersi alle direttive impartite dall'anziano. Questi collaboratori non stavano sempre insieme, però si incontravano spesso per pregare, consigliarsi e fortificarsi a vicenda nella fede.
Rivelare lo scopo della loro missione poteva significare disfatta sicura. Per questo motivo essi celavano con cura il loro vero essere. Ogni ministro conosceva un mestiere o esercitava una professione. Così i missionari potevano proseguire la loro opera sotto il manto di un'attività di carattere secolare. Generalmente essi sceglievano quella di mercante o di mercìaio ambulante. « Portavano con sé seta, bigiotteria e altri articoli non facilmente procurabili a quell'epoca, se non mediante lunghi viaggi. Come mercanti, essi erano bene accolti là dove, come missionari, sarebbero stati rudemente respinti » Wylie, vol. 1, cap. 7. I loro cuori si levavano a Dio per chiedergli saggezza nel presentare un tesoro più prezioso dell'oro e delle gemme. Essi portavano segretamente su di sé delle copie della Bibbia, completa o in porzioni, e ogni volta che se ne presentava loro l'opportunità, richiamavano l'attenzione dei clienti su quei manoscritti. Spesso nasceva un vivo interesse dì leggere la Parola di Dio, e in tal caso essi lasciavano porzioni della Bibbia a quanti desideravano possederla.
L'opera di questi missionari ebbe inizio nelle pianure e nelle valli ai piedi delle loro stesse montagne. Poi si estese ben oltre questi limiti. A piedi nudi, vestiti di abiti rozzi segnati dal viaggio come lo erano quelli del loro Maestro, essi attraversavano le grandi città e penetravano in regioni lontane. Ovunque spargevano il prezioso seme, e sul loro passaggio sorgevano delle chiese, mentre non di rado il sangue dei martiri rendeva testimonianza della verità. Il gran giorno di Dio metterà in luce una ricca messe di anime che sono state raccolte grazie all'opera di questi uomini fedeli. Velata e silenziosa, la Parola di Dio compieva la sua opera attraverso la cristianità ed era accolta con gioia nelle case e nei cuori degli uomini.
Per i valdesi, le Sacre Scritture non erano semplicemente una storia dei rapporti di Dio con gli uomini nei tempi passati, o una rivelazione delle responsabilità e dei doveri del tempo presente, ma anche un'esposizione dei pericoli e delle glorie future. Essi credevano che la fine di ogni cosa non fosse lontana e, studiando la Bibbia con preghiera e con lacrime, rimanevano sempre più colpiti e impressionati dalle sue affermazioni, oltre che dal dovere che sentivano di far conoscere agli altri le verità apportatricí della salvezza; e attingevano conforto, speranza e pace dalla loro fede in Cristo. A mano a mano che la luce rischiarava il loro intelletto e rallegrava i loro cuori, essi desideravano ardentemente farla risplendere anche su quanti si trovavano ancora nelle tenebre dell'errore papale.
Essi si rendevano conto che sotto la guida del papa e dei sacerdoti, intere moltitudini invano cercavano di ricevere il perdono mediante la mortificazione del corpo per espiare i peccati dell'anima. Abituati a confidare nelle proprie buone opere in vista della salvezza, gli uomini guardavano sempre a se stessi, e la loro mente si chinava sopra il proprio stato di colpevolezza. Si vedevano esposti all'ira di Dio e inutilmente, per trovare sollievo, affliggevano l'anima e il corpo. In tal modo, molte anime coscienziose rimanevano legate alle dottrine di Roma. Migliaia di persone abbandonavano amici, parenti e si chiudevano nelle celle dei conventi per tutta la vita. Con ripetuti digiuni, dure afflizioni, prolungate veglie notturne, estenuanti prostrazíoni per ore e ore sulle fredde e umide pietre del suolo, lunghi pellegrinaggi, umilianti penitenze e spaventose torture, cercavano -ma inutilmente- la pace dell'anima. Oppressi dal senso del peccato, ossessionati dal timore dell'ira vendicativa di Dio, molti soffrivano a lungo, fino a che l'organismo non veniva meno e, senza un raggio di speranza, scendevano nella tomba.
I valdesi desideravano porgere a queste anime affamate il pane della vita, offrire loro i messaggi di pace racchiusi nelle promesse di Dio e additare ad esse Cristo, come unica speranza di salvezza. Sapevano che la dottrina delle buone opere, quale mezzo per cancellare la trasgressione della legge di Dio, era falsa. Credere nel valore dei Meriti umani significa offuscare la visione dell'infinito amore di Cristo. Gesù morì per l'uomo, perché l'umanità caduta non può fare nulla che la raccomandi a Dio. I meriti di un Salvatore crocifisso e risorto costituiscono la base della fede cristiana. La dipendenza dell'anima da Cristo è altrettanto reale e intima quanto quella di un membro dal corpo e del tralcio dalla vite.
Gli insegnamenti del papa e dei sacerdoti avevano indotto gli uomini a considerare il carattere di Dio e di Cristo rigido, inflessibile, inesorabile. Il Salvatore veniva descritto privo di simpatia verso l'uomo caduto e, per conseguenza, si stimava necessario invocare la mediazione dei sacerdoti e dei santi. Coloro la cui mente era stata illuminata dalla Parola di Dio, bramavano additare Cristo a queste anime smarrite, perché esse trovassero in lui un Salvatore pieno di compassione e di amore che, a braccia tese, invitava tutti ad andare a lui col loro fardello di peccato, con i loro crucci, con la loro stanchezza. Essi desideravano ardentemente rimuovere quelle ostruzioni che Satana aveva accumulato per impedire agli uomini di vedere le promesse di Dio e di andare direttamente a lui, confessare i peccati e ottenere il perdono e la pace.
Il missionario valdese, con slancio schiudeva davanti alle menti anelanti di conoscenza le preziose verità del Vangelo. Cautamente, presentava le porzioni della Sacra Scrittura ricopiate con la massima cura, e pieno di intensa gioia si adoperava per infondere la speranza nelle anime consapevoli del proprio stato di peccato e che vedevano solo un Dio di vendetta, sempre pronto a punire. Con le labbra tremanti e con le lacrime agli occhi, egli spiegava ai fratelli le sublimi promesse che indicano al peccatore l'unica sua speranza. Così la luce della verità penetrava in molte menti ottenebrate, rimuovendo da esse la precedente nube di oscurità e permettendo ai raggi del Sole di giustizia di risplendere nel cuore, apportandovi la guarigione. Accadeva, talvolta, che certi brani della Scrittura fossero letti e riletti perché l'ascoltatore voleva essere certo di avere capito bene. In modo particolare si amava la ripetizione di parole come: « Il sangue di Gesù, suo Figliuolo, ci purifica da ogni peccato » 1 Giovanni 1: 7. « E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figliuol dell'uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna » Giovanni 3: 14,15.
Molti giunsero a capire gli errori di Roma e si accorsero di quanto fosse vana l'intercessione degli uomini o degli angeli a favore del peccatore. Via via che la luce penetrava nelle loro menti, essi esclamavano con giubilo: « Cristo è il mio sacerdote; il suo sangue è il mio sacrificio; il suo altare è il mio confessionale ». Abbandonandosi fidenti ai meriti di Gesù, ripetevano: « Or senza fede è impossibile piacergli » Ebrei 11: 6. « Non v'è sotto il cielo alcun altro nome che sia stato dato agli uomini, per il quale noi abbiamo ad esser salvati » Atti 4: 12.
La certezza dell'amore del Salvatore pareva troppo bella ad alcune di queste anime squassate dalla tempesta. Il sollievo che essa recava era così grande, e il fascio di luce che risplendeva su di esse così potente, che pareva loro di essere trasportate in cielo. Le loro mani afferravano fiduciose la mano di Cristo, i loro piedi poggiavano sicuri sulla Roccia dei secoli. Ogni timore di morte era fugato, e ora esse potevano affrontare impavide anche la prigione e il rogo se in tal modo potevano onorare il nome del Redentore.
La Parola di Dio era recata di luogo in luogo e letta ora a una sola anima, ora a un gruppo di persone desiderose di luce e di verità. Spesso l'intera notte era trascorsa in tale lettura. La meraviglia e l'ammirazione degli uditori erano talmente grandi, che non di rado il messaggero si vedeva costretto a interrompere la lettura per dar modo agli ascoltatori di afferrare bene la buona novella della salvezza. Spesso si sentiva esclamare: « Dio accetterà davvero la mia offerta? Mi sorriderà Egli? Mi perdonerà? ». La risposta veniva letta in Matteo 11: 28: « Venite a me, voi tutti che siete travagliati ed aggravati, e io vi darò riposo ».
La fede accettava le promesse, e si udivano affermazioni piene di giubilo: « Non più lunghi pellegrinaggi; non più estenuanti viaggi verso luoghi santi dove si conservano le reliquie. lo posso andare a Gesù così come sono, pieno'di peccato: Egli non disprezzerà la preghiera del cuore pentito. "I tuoi peccati ti sono rimessi". I miei, anche i miei peccati possono essere perdonati! ».
Un'onda di sacra gioia riempiva il cuore, mentre il nome di Gesù veniva magnificato dalla lode e dal ringraziamento. Queste anime felici ritornavano a casa per diffondere la luce e ripetere ad altri, meglio che potevano, la loro nuova esperienza. Avevano trovato la Via vivente e vera; c'era una strana e grande potenza nelle parole della Scrittura che parlavano direttamente al cuore di coloro che bramavano la verità. Era la voce di Dio, che recava la convinzione in quanti ascoltavano.
Il messaggero della verità proseguiva il suo cammino; però la sua umiltà, la sua sincerità, la sua serietà e il suo zelo erano oggetto di frequenti riflessioni. In molti casi í suoi uditori non gli chiedevano né donde venisse né dove andasse. Erano rimasti talmente sopraffatti prima dalla sorpresa, poi dalla gratitudine e dalla gioia, che non avevano pensato a fargli domande. Quando lo avevano pregato di accompagnarli a casa, egli aveva risposto che doveva visitare le pecore perdute del gregge. Essi si chiedevano se per caso egli non fosse un angelo mandato dal cielo.
In molti casi il messaggero della verità non si vedeva più. Forse si era recato in altri paesi, forse era stato rinchiuso in qualche oscuro carcere, oppure le sue ossa giacevano là dove aveva testimoniato della verità. Però le parole da lui lasciate dietro di sé non potevano andare distrutte e compievano la loro opera nel cuore degli uomini. I benefici risultati di esse saranno resi noti nel gran giorno del giudizio.
I missionari valdesi invadevano il regno di Satana, e le podestà delle tenebre vigilavano con la massima cura. Ogni sforzo compiuto per la propagazione della verità era sorvegliato dal principe del male, ed egli suscitava timore nei suoi accoliti. I capi del papato vedevano nell'opera di questi umili itineranti un serio pericolo per la loro causa. La luce della verità, se lasciata risplendere senza ostacoli, sarebbe riuscita a spazzare via le pesanti nubi di errore che avviluppavano la gente, e avrebbe rivolto la mente degli uomini verso Dio; forse essa sarebbe perfino riuscita a distruggere la supremazia di Roma.
L'esistenza di questo popolo che si atteneva alla fede dell'antica chiesa, era una costante testimonianza contro l'apostasia di Roma, e per conseguenza provocava l'odio e la persecuzione. Il rifiuto di abbandonare le Sacre Scritture suonava offesa per Roma, che non poteva tollerarlo. Essa, allora, decise di eliminare questi « oppositori ». Ebbero inizio, così, le più terribili crociate contro il popolo di Dio nei suoi rifugi montani. Degli inquisitori furono lanciati sulle sue tracce, e la scena dell'innocente Abele che cade sotto i colpi di Caino si rinnovò frequentemente.
Le fertili terre vennero devastate, e furono rase al suolo case e cappelle. Là dove un tempo si vedevano i campi ubertosi e le abitazioni di un popolo innocente e attivo, non rimase che un deserto. Simile all'animale da preda reso ancora più furente dall'odore del sangue, l'ira dei persecutori fu portata al parossismo dalle sofferenze delle loro vittime. Molti di questi testimoni della vera fede furono inseguiti su per i monti, lungo le vallate, e costretti a rifugiarsi in mezzo al boschi o sulle cime delle montagne.
Nessuna accusa poteva essere mossa contro il carattere morale di queste persone. Perfino i loro nemici dichiaravano che si trattava di gente pacifica, quieta e pia. La loro grande colpa consisteva nel non volere adorare Iddio secondo la volontà del papa. Per questo « crimine », si abbattevano su di loro tutte le umiliazioni, gli insulti e le torture che uomini e demoni potevano inventare.
Roma, decisa a farla finita con « l'odiata setta », lanciò contro di essa una bolla che la dichiarava eretica e la consegnava nelle mani del carnefice.(13) I valdesi non erano accusati di ozio, di disonestà o di vita disordinata; di loro era detto che avevano una tale apparenza di pietà e di santità da sedurre « le pecore della vera greggia ». Per questo motivo il papa decretò che questa « setta maligna e abominevole », se ricusava di abiurare, « venisse schiacciata come serpi velenose » Wylie, vol. 16, cap. l. Questo orgoglioso personaggio pensava che un giorno avrebbe ritrovato le sue parole? Sapeva che esse venivano registrate nei libri del cielo e che al giudizio le avrebbe di nuovo incontrate? « In verità vi dico », affermò Gesù, « che in quanto l'avete fatto ad uno di questi miei minimi fratelli, l'avete fatto a me » Matteo 25: 40.
Questa bolla invitava i membri della chiesa romana a unirsi nella crociata contro gli eretici. Come incentivo a impegnarsi in quest'opera crudele, essa. « assolveva da ogni pena ecclesiastica, generale e particolare; scioglieva da qualsiasi giuramento fatto chiunque si fosse unito a questa crociata; legittimava il diritto a qualunque cosa fosse stata illegalmente presa; prometteva la remissione di tutti i peccati a chi avesse ucciso gli eretici; annullava ogni contratto stipulato con i valdesi e dava ordine ai domestici di abbandonarli; proibiva a ogni persona di dar loro qualsiasi aiuto, e autorizzava a impossessarsi delle loro proprietà » Wylie, vol. 16, cap. l. Questo documento rivela chiaramente quale fosse lo spirito che agiva dietro le quinte. Non si trattava della voce di Cristo, ma del ruggito del dragone.
I dirigenti della chiesa di Roma non conformavano il loro carattere al grande ideale stabilito dalla legge di Dio, al posto della quale si ergeva un ideale che si potesse adattare loro, fermamente decisi come erano a costringere tutti ad attenervisi, perché così voleva Roma. Si ebbero, per conseguenza, le più spaventose tragedie. Sacerdoti e papi corrotti e blasfemi compievano l'opera che Satana additava loro. Nella loro natura non vi era posto per la misericordia. Lo stesso spirito che portò alla crocifissione di Cristo e all'uccisione degli apostoli; lo stesso spirito che animava il sanguinario Nerone contro i fedeli del suo tempo, era all'opera per liberare la terra dalla presenza dei diletti figliuoli di Dio.
La persecuzione imperversò per molti secoli contro il popolo di Dio, il quale la sopportò con una pazienza e una costanza che onoravano il suo Redentore. Nonostante le crociate e l'inumana strage cui erano esposti, i valdesi continuarono a mandare i loro missionari per diffondere la verità. Minacciati di morte, uccisi, il loro sangue fecondava il seme sparso e ne determinava il frutto. Così i valdesi testimoniarono per Dio secoli prima della nascita di Lutero. Dispersi dappertutto, diffusero il seme della Riforma che ebbe inizio al tempo di Wycliff, crebbe e si estese al tempo di Lutero, e proseguirà sino alla fine dei tempi per mezzo di coloro che sono disposti a soffrire ogni cosa « a motivo della parola di Dio e della testimonianza - di Gesù » Apocalisse 1: 9.
Capitolo 5
La Luce Irrompe in Inghilterra
Prima della Riforma vi furono momenti in cui il numero delle copie della Bibbia era molto limitato; Dio, però, non permise la scomparsa della sua Parola. Le sue verità non dovevano rimanere nascoste per sempre. Egli avrebbe potuto sciogliere le catene che legavano la Parola con la stessa facilità con cui avrebbe potuto schiudere le porte delle prigioni e i cancelli di ferro per mandarne liberi i suoi servitori. In vari paesi d'Europa, molti uomini, animati dallo Spirito di Dio, andavano alla ricerca della verità quasi si trattasse di tesori nascosti. Provvidenzialmente guidati verso le Sacre Scritture, essi studiavano le sacre pagine con vivo interesse, decisi ad accettare la luce a ogni costo. Pur non scorgendo chiaramente tutto quello che le Scritture insegnavano, riuscirono a distinguere molte verità tenute a lungo nascoste. In qualità di messaggeri del cielo, essi andavano attorno infrangendo le catene dell'errore e della superstizione, e invitando quanti erano stati a lungo schiavi a levarsi e ad affermare la propria libertà.
Salvo che fra i valdesi, la Parola di Dio era rimasta chiusa per secoli, in linguaggi noti solo agli studiosi. Era giunto però il momento che la Scrittura venisse tradotta e data agli uomini di vari paesi nella loro lingua natia. Il mondo aveva superato la mezzanotte, e si dileguavano le ore dell'oscurità. In molti luoghi già si notavano i chiari segni dell'imminente aurora.
Nel quattordicesimo secolo, sorse in Inghilterra la « stella del mattino » della Riforma. John Wycliff fu l'araldo della Riforma non solo per la Gran Bretagna, ma per l'intero mondo cristiano. La grande protesta contro Roma da lui formulata non doveva più tacere. Essa diede inizio alla lotta che ebbe per risultato l'emancipazione, degli individui, delle chiese e delle nazioni.
Wycliff aveva ricevuto un'ottima istruzione. Per lui il timore dell'Eterno era il principio della saggezza. In collegio era noto per la sua fervente pietà come anche per i suoi notevoli talenti e la sua profonda cultura. Assetato di sapere, cercò di addentrarsi in ogni ramo di studio. Si applicò alla filosofia scolastica, ai canoni della chiesa, alla legge civile, specialmente a quella del suo paese. Nella sua ulteriore attività si notò il valore di questa sua preparazione. Una piena conoscenza della filosofia speculativa del suo tempo gli permise di metterne In risalto gli errori. Grazie ai suoi studi della legge nazionale ed ecclesiastica, era preparato alla grande battaglia per la libertà civile e religiosa. Oltre a saper ben maneggiare le armi della Parola di Dio, egli possedeva una disciplina intellettuale che lo qualificava per ben capire le tattiche dei dotti. La forza del suo genio, unita alla vastità e alla completezza del suo sapere, imponeva il rispetto sia degli amici che degli oppositori. I suoi sostenitori videro con soddisfazione che il loro campione si ergeva da dominatore in mezzo alle menti più eccelse della nazione; i suoi nemici non potevano biasimare la riforma non potendo accusare di ignoranza e di debolezza i suoi sostenitori.
Mentre Wycliff era ancora in collegio, si diede allo studio della Sacra Scrittura. In quei tempi in cui la Bibbia esisteva solo nelle lingue antiche, soltanto gli studiosi potevano accedere alla fonte della verità, che invece risultava preclusa alla gente priva di cultura. Si preparava, così, la via alla futura opera di Wycliff come riformatore. Uomini di talento avevano studiato la Parola di Dio e vi avevano trovato la grande verità della sua grazia gratuita. Nel loro insegnamento avevano diffuso la conoscenza di questa verità e indotto altri a rivolgersi verso gli oracoli divini.
Quando la sua attenzione fu attratta verso la Sacra Scrittura, Wycliff si diede a esaminarla con lo stesso impegno che gli aveva permesso di acquisire una solida preparazione scolastica. Fino ad allora egli aveva sentito una grande mancanza che né i suoi studi, né l'insegnamento della chiesa potevano soddisfare. Nella Parola di Dio egli trovò quello che invano aveva cercato fino allora. Vide chiaramente rivelato il piano della salvezza, e capì che Cristo è l'unico avvocato dell'uomo. Si consacrò al servizio del Signore, deciso a proclamare le verità scoperte.
Come i riformatori che gli succedettero, Wycliff all'inizio della sua opera non si rese conto dove questa lo avrebbe condotto. Egli non si mise deliberatamente contro Roma; però era chiaro che la sua devozione per la verità lo avrebbe messo in conflitto con la falsità. Più chiaramente egli discerneva gli errori del papato, più ardentemente presentava l'insegnamento biblico. Egli vedeva che Roma aveva abbandonato la Parola di Dio per attenersi alle tradizioni umane. Impavido, accusò il clero di aver messo da un lato le Sacre Scritture; chiese che la Bibbia fosse restituita al popolo e che la sua autorità venisse nuovamente stabilita nella chiesa. Egli era un maestro abile e sincero, oltre che un eloquente predicatore. La sua vita quotidiana era una dimostrazione delle verità che egli andava predicando. La sua conoscenza delle Scritture, la potenza del suo ragionamento, la purezza della sua vita, il suo indomito coraggio e la sua integrità, gli conquistarono la stima e la fiducia generali. Molti erano insoddisfatti della fede' fin lì professata, perché notavano nella chiesa romana il prevalere dell'iniquità; per conseguenza salutarono con indicibile gioia le verità messe in luce da Wycliff. I papisti, per contro, divennero furibondi nel vedere come questo riformatore andasse acquistando un ascendente maggiore del loro. Wycliff era un acuto rivelatore degli errori e, senza timore alcuno, si batté contro gli abusi che erano stati sanzionati dall'autorità romana. Quando era cappellano del re, si oppose al pagamento del tributo chiesto dal papa al monarca britannico, e dimostrò come le pretese dì autorità papale sui governanti secolari fossero contrarie alla ragione e alla rivelazione. Le, richieste avanzate dal papa avevano suscitato una viva indignazione, e quindi gli insegnamenti di Wycliff ebbero un'efficace portata sugli esponenti della nazione inglese. Re e nobili, compatti, negarono l'ingerenza pontificia nel campo delle cose temporali e rifiutarono di pagare il tributo. In tal modo la supremazia papale in Inghilterra subì un fiero colpo.
Un altro male che il riformatore, dopo lunga meditazione, combatté decisamente, fu l'istituzione dell'ordine dei- frati mendicanti. Questi frati dilagavano in Inghilterra recando un serio danno alla grandezza e alla prosperità della nazione. Industria, cultura, morale, tutto, in una parola, risentiva del loro pernicioso influsso. La vita di ozio e di mendicità dei monaci non rappresentava solo un peso per le risorse economiche del popolo, ma contribuiva a mettere in discussione l'utilità del lavoro. I giovani finivano con l'essere demoralizzati e corrotti. A causa dell'esempio dei frati, molti sceglievano la vita monastica, e ciò non soltanto senza il consenso dei genitori, ma addirittura in opposizione ai loro ordini. Uno dei primi padri della chiesa di Roma, sottolineando la preminenza dei voti monastici sugli obblighi del dovere e dell'amore filiale, dichiarò: « Se tuo padre giacesse davanti alla tua porta, piangendo e gemendo; se tua madre ti mostrasse il corpo che ti portò e il seno che ti nutrì, passa sui loro corpi e vai avanti, a Cristo ». Con questa « mostruosa mancanza di umanità », come più tardi fu definita da Lutero, che sapeva più del lupo e del tiranno che dell'uomo e del cristiano, i cuori dei figli si irrigidirono contro i genitori (Barnas Sears, The life of Luther, pp. 69, 70). In tal modo i capi romani, simili agli antichi farisei, con la loro tradizione annullavano il comandamento di Dio. I focolari rimanevano deserti, e i genitori venivano privati della compagnia dei figli e delle figlie.
Perfino gli studenti delle università si lasciavano sedurre dalle false affermazioni dei monaci e convincere a entrare nei loro ordini. Molti, in un secondo tempo, se ne pentivano, rendendosi conto di avere danneggiato la propria vita e di avere dato un dispiacere alla famiglia. Purtroppo, pero, una volta che si erano messi nei lacci si accorgevano che era quasi impossibile riconquistare la libertà. Numerose famiglie, temendo l'influsso esercitato dai frati, si astenevano dal mandare i propri figli all'universià. Questo determinò la diminuzione del numero dei goliardi nei grandi centri di istruzione, e le scuole cominciarono a languire, mentre l'ignoranza prendeva gradatamente il sopravvento.
Il papa aveva accordato a questi monaci la facoltà di ascoltare le confessioni e di impartire l'assoluzione. La cosa provocò non pochi mali perché i frati, desiderosi di accrescere i propri cespiti, erano propensi a concedere la remissione dei peccati perfino a criminali di ogni genere. Ne derivò, come logica conseguenza, il dilagare dei peggiori vizi. I malati e i poveri erano trascurati, mentre i doni che sarebbero potuti servire per alleviare tante necessità passavano ai monaci che, con minacce, esigevano l'elemosina del popolo e non esitavano ad accusare di empietà quanti osavano astenersi dal recare i loro oboli. Nonostante la loro professione di povertà, essi si arricchivano sempre più, e i loro magnifici edifici, le loro sontuose tavole imbandite mettevano in evidenza la crescente povertà della nazione. Mentre essi- trascorrevano il tempo nel lusso e nel piacere, mandavano in giro -come loro rappresentanti- uomini privi di cultura i quali sapevano solo narrare favole fantasiose, leggende curiose e divertire la gente rendendola, così, più facilmente succube dei monaci. In questo modo i frati continuavano a esercitare la loro presa sulle moltitudini superstiziose, e le inducevano a credere che in fondo tutto il dovere religioso consisteva nel riconoscere la supremazia del pontefice, nell'adorare i santi, nell'offrire doni ai monacil e che tutto ciò era sufficiente per assicurarsi un posto in paradiso.
Uomini dotti e pii si adoperarono con tutte le forze per provocare una riforma in questi ordini monastici. Fu Wycliff a colpire il male alla sua radice. Lo fece, dimostrando che il sistema stesso era falso e che doveva essere abolito. Nacquero, allora, la discussione e l'indagine. La gente, vedendo i frati andare in giro a offrire in vendita il perdono del papa, cominciò a dubitare circa la possibilità di procurarsi il perdono a pagamento e a chiedersi se invece non fosse il caso di chiederlo a Dio anziché al pontefice romano (11). Il popolo era allarmato a motivo della rapacità dei frati, la cui ingordigia sembrava insaziabile. « Monaci e preti di Roma », diceva, « ci divorano come un cancro. Se Dio non ce ne libera, finiremo col morire tutti » D'Aubigne, vol. 17, cap. 7. Per mascherare la loro avarizia, questi monaci mendicanti pretendevano di calcare le orme del Salvatore e di imitarne l'esempio. Affermavano che Gesù e i suoi discepoli erano sostentati dalla carità del popolo. Questa pretesa però si ritorse a loro danno, perché indusse molta gente a cercare direttamente la verità nella Bibbia. La cosa, naturalmente, non piaceva a Roma. La mente degli uomini ricorreva alla Sorgente della verità, che Roma invece intendeva tener nascosta.
Wycliff cominciò a scrivere e a pubblicare dei trattati contro i frati, non tanto per polemizzare quanto per richiamare l'attenzione degli uomini sulla Bibbia e sul suo Autore. Dichiarò che il papa ha facoltà di perdono e di scomunica nella stessa misura in cui l'hanno i comuni sacerdoti, e che nessun uomo può essere scomunicato a meno che non abbia prima richiamato su di sé la condanna di Dio. Wycliff non poteva agire con maggiore efficacia per demolire la gigantesca struttura del potere temporale e spirituale eretta dal papa, che imprigionava le anime e i corpi di milioni di persone.
In seguito, Wycliff fu invitato a difendere i diritti della corona britannìca contro le ingerenze romane. Nominato ambasciatore del re, trascorse due anni in Olanda, in conferenze con i legati pontifici. Questo gli consentì di venire in contatto con ecclesiastici di Francia, d'Italia e di Spagna, e di sapere molte cose che se fosse rimasto in Inghilterra non avrebbe mai conosciuto. Apprese, infatti, cose che gli furono della massima utilità nel corso dei suoi lavori successivi. Nei rappresentanti della curia romana, Wycliff lesse il vero carattere e gli scopì della gerarchia romana. Ritornato in Gran Bretagna, rinnovò ancora più apertamente e con nuovo zelo i suoi precedenti insegnamenti, affermando che la concupiscenza, l'orgoglio e l'inganno erano gli dèi dì Roma.
In uno dei suoi trattati, parlando del papa e dei suoi collaboratori, scrisse: « Essi attingono dal nostro paese il fabbisogno dei poveri, e dal tesoro reale migliaia di monete d'oro. Tutto ciò col pretesto di sacramenti e di cose spirituali; il che altro non è se non deprecabile eresia simoniaca e tacita adesione - da parte del mondo cristiano - all'eresia stessa. Certo, anche se il nostro impero disponesse di un'immensa massa di oro e nessuno - a parte il collettore ecclesiastico - vi attingesse, col passare del tempo questo mucchio d'oro si esaurirebbe in quanto il collettore porta via dalla nostra terra tutto il denaro e in cambio vi lascia la maledizione divina a causa della sua simonia » John Lewis, History of the Life and Sufferings of I. Wycliff, p. 37, ediz. 1820.
Poco dopo il suo ritorno in Inghilterra, per decreto reale, Wycliff fu nominato rettore di Lutterworth. Questo dimostrava che il sovrano non era stato affatto disturbato dal suo inequivocabile linguaggio. Pertanto, l'influsso di Wyclíff si faceva sentire sia nel determinare l'azione della corte, che nell'orientare la fede della nazione.
I fulmini papali, però, non tardarono a scatenarsi. Tre bolle furono mandate in Inghilterra: una all'università, una al re e una ai prelati. Esse ingiungevano che misure ìmmediate e decise fossero prese nei confronti di colui che insegnava l'eresia, per ridurlo al silenzio. August Neander, General History of the Christian Religion and Church, per. 6, sez. 2, parte I, par. 8.(14) Prima ancora che le bolle arrivassero, i vescovi nel loro zelo avevano invitato Wycliff a presentarsi dinanzi a loro per essere giudicato. Wycliff andò, accompagnato da due dei più potenti principi del regno. La folla, a sua volta, circondò l'edificio del tribunale e vi penetrò all'interno, intimidendo i giudici a tal segno che questi, per tema di complicazioni, sospesero l'udienza e la rinviarono. Wycliff poté andarsene in pace. Poco dopo, Edoardo III, ormai in età avanzata, continuamente assillato dalle sollecitazioni dei prelati che lo invitavano ad agire contro il riformatore, morì. In seguito a, questo. decesso, il protettore di Wycliff venne nominato reggente del regno.
L'arrivo in Inghilterra delle bolle papali, esigeva dalla nazione l'arresto e la carcerazione dell'eretico. Tali misure, ovviamente, erano il preludio del patibolo. Appariva evidente che Wycliff sarebbe presto finito preda della vendetta. Però Colui che aveva detto: « Non temere,... io sono il tuo scudo » Genesi 15: 1, stese di nuovo il suo braccio potente a protezione del suo servitore. La morte, infatti, non si abbatté sul riformatore, ma sul pontefice Gregorio XI. Gli ecclesiastici, che si erano riuniti per giudicare Wycliff, si dispersero.
La provvidenza divina diresse il corso degli eventi in modo da dare alla Riforma l'opportunità di svilupparsi. La morte di Gregorio fu seguita dalla nomina di due papi rivali; due poteri contrastanti, ognuno dei quali si dichiarava infallibile, esigevano l'ubbidienza.(15) Ognuno di essi invitava i fedeli ad assisterlo, combattendo contro l'altro; e aggiungeva all'invito terribili anatemi contro gli avversari e promesse di celeste rimunerazione a quanti, invece, si sarebbero schierati dalla sua parte. Tale situazione indebolì sensibilmente il potere papale. Le due fazioni rivali si adoperarono al massimo l'una contro l'altra, e così Wycliff fu lasciato tranquillo. Anatemi e recriminazioni passavano da un papa all'altro, mentre fiumi di sangue scorrevano per il sostegno delle opposte pretese. Delitti e scandali erano all'ordine del giorno, e così il riformatore, nel quieto riparo della sua parrocchia di Lutterworth, poté lavorare diligentemente additando agli uomini Gesù, il principe della pace.
Lo scisma, con la lotta e la corruzione che provocò, preparò la via della Riforma in quanto permise alla gente di rendersi conto di quello che il papato fosse realmente. In un opuscolo da lui pubblicato: On the schism of the Popes (« Sullo scisma dei papi »), Wycliff invitava i suoi lettori a considerare se i due papi non dicessero il vero quando si accusavano reciprocamente di essere l'anticristo. « Dio », scriveva, « non poteva permettere che il nemico regnasse tramite uno di questi sacerdoti... e ha permesso questa divisione affinché gli uomini, nel nome di Cristo, possano più facilmente vincerli entrambi » R. Vaughan, Life and Opinions of John de Wycliff, vol. 2, p. 6, ed. 183 1.
Wycliff, come il suo Maestro, predicava l'Evangelo ai poveri. Non contento di diffondere la luce della verità nelle umili case della sua parrocchia di Lutterworth, volle che essa raggiungesse ogni parte dell'Inghilterra. Per attuare questo programma, Wycliff organizzò un gruppo di predicatori, uomini semplici e devoti, che amavano la verità e che altro non chiedevano se non di diffonderla. Questi uomini andavano dappertutto, insegnando sulle piazze dei mercati, nelle vie delle grandi città, lungo i sentieri di campagna. Visitavano i vecchi, gli ammalati, i poveri, e annunciavano loro la lieta novella della grazia di Dio.
Nella sua qualità di professore, di teologia a Oxford, Wycliff predicava la Parola di Dio nelle aule universitarie.. Esponeva la verità al suoi studenti con tanta fedeltà da meritare l'attributo di « dottore evangelico ». Nondimeno, l'opera somma della sua vita fu la traduzione della Sacra Scrittura in lingua inglese. In un'opera intitolata: On the Truth and Meaning of Scripture (« Della verità e del significato delle. Sacre Scritture »), egli manifestò la sua intenzione di tradurre la Bibbia affinché chiunque, in Inghilterra, potesse leggere nella propria lingua le meravigliose opere di Dio.
Improvvisamente, pero, la sua attività venne interrotta. Sebbene non avesse ancora sessant'anní, l'incessante lavoro, lo studio, gli attacchi da parte degli avversari, avevano influito non poco sul suo organismo, tanto che invecchiò prima del tempo e si ammalò gravemente. La notizia. rallegrò i frati i quali pensarono che Wycliff si sarebbe amaramente pentito del male fatto alla chiesa romana. Si precipitarono a casa sua per raccogliere la sua confessione. Rappresentanti dei quattro ordini religiosi, accompagnati da quattro ufficiali civili, si raccolsero intorno al capezzale dell'uomo ritenuto moribondo. « Hai la morte sulle labbra », gli dissero. « Pentìti dei tuoi errori e ritratta, in nostra presenza, tutto quello che hai detto contro di noi ». Il riformatore ascoltò in silenzio, quindi chiese a chi lo assisteva di aiutarlo a mettersi a sedere sul letto; infine, fissando quanti lo circondavanol in attesa di una sua abiura, disse con la sua voce ferma e forte che tanto spesso li aveva f atti tremare: « Io non morrò: vivrò e dichiarerò ancora le male opere dei frati! » D'Aubigné, vol. 17, cap. 7. Stupiti e confusi, i monaci si affrettarono ad abbandonare la stanza.
Le parole di Wycliff si avverarono. Egli sopravvisse e poté mettere nelle mani dei suoi connazionali il più potente strumento contro Roma: la Bibbia, l'agente celeste che libera, illumina ed evangelizza la gente. Nel compimento di quest'opera dovettero essere superati non pochi e grandi ostacoli ma egli, incoraggiato dalle promesse della Parola di Dio, proseguì impavido nonostante fosse afflitto dalla malattia, sapesse che gli rimanevano solo pochi anni di vita e si rendesse conto della forte opposizione da affrontare. Tuttora dotato del pieno vigore delle sue f acoltà intellettuali, ricco di esperienza, Wycliff era stato protetto e preparato dalla provvidenza di Dio per quello che sarebbe stato il suo lavoro supremo. Mentre il mondo cristiano era in pieno tumulto, il riformatore, nella quiete della sua parrocchia di Lutterworth, incurante della tempesta che imperversava intorno, si applicò al compito da lui prescelto.
Ultimata l'opera, si ebbe la prima traduzione della Bibbia in lingua inglese. In tal modo la Parola di Dio fu dischiusa all'Inghilterra. Ora Wycliff non temeva più né il carcere né il patibolo, perché aveva messo nelle mani del popolo britannico una luce che non si sarebbe più spenta. Nel dare la Bibbia ai propri connazionali, egli aveva fatto più che infrangere i ceppi dell'ignoranza e del vizio, più che liberare e innalzare il paese. La sua opera doveva risultare più importante delle brillanti vittorie riportate sui campi di battaglia.
L'arte della stampa era ancora ignota e le copie della Bibbia potevano essere prodotte solo mediante un lavoro lento e faticoso. L'interesse per quel libro, però, era così grande che molti si misero volenterosamente all'opera per copiarlo. Con tutto ciò, era solo a prezzo di grandi difficoltà che i copisti riuscivano a soddisfare le varie richieste. Alcuni degli acquirenti più facoltosi desideravano l'intera Bibbia; altri, invece, ne comperavano solo delle porzioni. Non era infrequente il caso che varie famiglie si unissero per procurarsene una copia. Fu così che la Bibbia di Wycliff riuscì a trovare la via dei focolari.
L'appello alla ragione umana risvegliò le coscienze, strappandole alla loro passiva sottomissione ai dogmi papali. Wycliff insegnava le tipiche dottrine del Protestantesimo: la salvezza per grazia mediante la fede in Cristo e l'infallibilità della sola Scrittura. I predicatori da lui mandati .facevano circolare la Bibbia, insieme con gli scritti del riformatore. Tutto ciò ebbe un successo tale che la nuova fede fu accettata da circa la metà del popolo inglese.
L'apparizione della Sacra Scrittura-mise in orgasmo le autorità ecclesiastiche. Esse, ora, dovevano affrontare un agente ben più temibile di Wycliff; un agente contro il quale le loro armi si sarebbero spuntate. A quell'epoca, in Inghilterra, non c'era nessuna legge che proibisse la Bibbia, poiché prima di allora la Sacra Scrittura non era mai stata pubblicata nella lingua del popolo. Tali leggi furono proclamate in un secondo tempo e imposte con rigore. Al tempo di Wycliff, perciò, nonostante tutto quello che fece il clero, -la Bibbia aveva libera circolazione.
I capi della gerarchia ecclesiastica cospirarono nuovamente per far tacere la voce del riformatore, e lo convocarono successivamente dinanzi a tre tribunali. Dapprima fu un sinodo di vescovi che dichiarò eretici i suoi scritti e che, accaparrandosi il favore del giovane monarca Riccardo Il, ottenne da questi un decreto che condannava al carcere chiunque avesse seguito le dottrine riprovate.
Wycliff si appellò al Parlamento e qui egli attaccò la gerarchia romana, invitandola a presentarsi davanti al consiglio della nazione e chiedendo una riforma degli enormi abusi sanzionati dalla chiesa. La sua eloquenza nel dipingere le usurpazioni e la corruzione della sede papale confuse i suoi nemici. Gli amici e i sostenitori di Wycliff, i quali erano stati costretti a cedere dinanzi all'autorità ecclesiastica, pensavano che il riformatore, ormai vecchio, solo e senza amici, si sarebbe piegato dinanzi all'autorità congiunta della corona e della mitria. Essi furono testimoni della completa sconfitta dei suoi avversari. Il Parlamento, scosso dagli appelli di Wycliff, respinse il decreto di persecuzione, e il riformatore fu nuovamente libero.
Una terza volta egli fu citato dinanzi al supremo tribunale ecclesiastico del regno. Qui l'eresia non avrebbe goduto di nessun favore; Roma, finalmente, avrebbe trionfato e l'opera del riformatore sarebbe stata arrestata. Questa era almeno l'idea del clero. Se tale progetto si fosse attuato, Wycliff sarebbe stato costretto all'abiura, oppure avrebbe lasciato quella corte giudiziaria per salire sul patibolo.
Wycliff, però, non si ritrattò. Ripeté con fermezza i suoi insegna~ menti e respinse le accuse dei suoi persecutori. Dimenticando la propria persona. e la propria posizione, chiamò i suoi uditori in giudizio dinanzi al tribunale divino, e pesò i loro sofismi e i loro inganni sulla bilancia della verità eterna. In quell'aula di giustizia si sentì la potenza dello Spirito Santo. I presenti, quasi paralizzati dalla potenza di Dio, sembravano inchiodati ai loro posti. Simili a dardi scoccati dall'Onnipotente, le parole del riformatore colpirono i loro cuori. L'accusa di eresia, formulata contro di lui, si ritorse contro gli stessi accusatori. Perché - egli chiedeva - osavano diffondere i loro errori? Per amore del guadagno, per fare commercio della grazia di Dio?
« Contro chi pensate di lottare? », concluse. « Contro un vecchio ormai sull'orlo della fossa? No! Voi lottate contro la verità! Verità che è più forte di voi e che trionferà su voi » Wylie, vol. 2, cap. 13. Così dicendo, lasciò l'assemblea senza che nessuno dei suoi avversari cercasse di impedirglielo.
L'opera di Wycliff era ormai quasi compiuta, ed egli stava per deporre il vessillo della verità così a lungo portato; nondimeno egli doveva ancora una volta rendere testimonianza all'Evangelo. La verità doveva essere proclamata dalla stessa roccaforte del regno dell'errore. Wycliff fu invitato a presentarsi davanti al tribunale papale di Roma, che tanto spesso aveva sparso il sangue dei santi. Egli non si faceva illusioni circa i pericoli che lo minacciavano, ma era deciso a rispondere all'invito. Ne fu però impedito da un attacco di paralisi che rese impossibile il viaggio. Però, se non poteva far udire la sua voce a Roma, poteva esprimersi per lettera; e così fece. Dal suo rettorato dí Lutterworth inviò al papa una lettera, rispettosa e cristiana quanto al suo spirito, ma nella quale egli condannava la pompa e l'orgoglio della curia romana.
« In verità io mi rallegro », diceva, « di poter esporre e dichiarare a ogni uomo la fede che professo, e specialmente di farlo al vescovo di Roma. Poiché io la ritengo sana e giusta, stimo che egli sarà lieto di sanzionarla o, qualora essa risultasse errata, di correggerla.
« lo credo che l'Evangelo di Cristo è l'intero corpo della rivelazione di Dio... Credo che il vescovo di Roma, in quanto vicario di Cristo sulla terra, sia costretto più di qualunque altro uomo a sottomettersi alla legge del Vangelo, tanto più che fra i discepoli di Gesù la grandezza non consiste nella dignità e negli onori del mondo, bensì nella fedele imitazione della vita e dei modi di Cristo... Egli, durante il suo pellegrinaggio terreno, fu il più povero fra gli uomini, e respinse ogni onore e ogni dominio mondani...
« Nessun uomo fedele dovrebbe seguire il papa o uno dei santi uomini, se non in quanto essi, a loro volta, calcano le orme del Signore Gesù Cristo. Pietro e i figli di Zebedeo, desiderosi degli onori di questa terra, si dimostrarono in ciò ben lungi dallo spirito del Maestro, e per conseguenza non possono ne debbono essere imitati in questi errori...
« Il papa dovrebbe lasciare alle potenze secolari ogni autorità di carattere temporale, e in tal senso esortare e dirigere il clero. Così fece Gesù e così fecero i suoi apostoli. Nondimeno, se io ho sbagliato in uno di questi punti, molto umilmente mi sottometterò alla correzione, e se occorre anche alla morte. Se potessi agire secondo la mia volontà e seguire il mio desiderio, vorrei presentarmi personalmente davanti al vescovo di Roma;» ma purtroppo il Signore ha disposto altrimenti e mi ha insegnato che conviene ubbidire a lui anziché agli uomini ».
Concludendo, disse: « Preghiamo Iddio che agisca col nostro pontefice Urbano VI, come ha già cominciato a fare, affinché egli col suo clero possa seguire il Signore Gesù Cristo, sia nella vita che nell'insegnamento, per modo che il popolo venga santamente ammaestrato e che tutti possano camminare fedelmente sulle orme del divino Maestro » John Foxe, Acts and Monuments, vol. 3, pp. 49, 50.
. In tal modo Wycliff presentò al papa e ai suoi cardinali la mansuetudine e l'umiltà di Cristo, mostrando non solo a loro, ma a tutto il mondo cristiano, il contrasto esistente fra essi e il Maestro, del quale si dicevano i rappresentanti.
Wycliff era convinto che la sua vita sarebbe stata il premio della sua fedeltà. Il re, il papa e i vescovi, invece, erano unanimi nell'idea di condannarlo: secondo le previsioni, solo pochi mesi lo separavano dal rogo. Ma il suo coraggio era incrollabile. « Perché parlate di cercare lontano la corona del martirio? », diceva. « Predicate l'Evangelo di Cristo agli alti prelati e il martirio non vi mancherà. Che cosa? Dovrei vivere e tacere?... Mai! Che la spada colpisca: io aspetto! » D'Aubigné, vol. 17, cap. 8.
La provvidenza divina, però, proteggeva ancora il riformatore. L'uomo che per tutta la vita era stato uno strenuo difensore della verità; che era stato esposto quotidianamente al pericolo di morte, non doveva rimanere vittima dell'odio dei suoi nemici. Wycliff non aveva mai cercato di proteggersi; ma il Signore era sempre stato il -suo scudo. Ma mentre i suoi avversari si ritenevano certi di potersi impadronire di lui, la mano di Dio lo sottrasse alle loro insidie. Nella sua chiesa di Lutterworth, mentre stava per celebrare la comunione, Wycliff cadde colpito da un attacco di paralisi, e di lì a poco morì.
Dio aveva assegnato a Wycliff un incarico particolare: aveva messo la Parola della verità sulla sua bocca e innalzato una barriera di protezione intorno a lui, affinché la Parola ispirata giungesse al popolo. La vita del riformatore fu salvaguardata e la sua attività prolungata per dargli modo di gettare i fondamenti della grande opera della Riforma.
Wycliff usciva dalle tenebre del Medioevo. Non vi era stato, prima di lui, nessuno per indicargli i sistemi della Riforma. Suscitato come Giovanni Battista, per una speciale missione, egli fu l'araldo di una nuova èra. Nei sistemi di verità da lui proclamata, si notavano una unità e una compiutezza che non furono superate neppure cento anni più tardi. Il fondamento gettato era così vasto e profondo, la struttura talmente salda e verace, che i successori non ebbero bisogno di ricominciare.
Il grande movimento inaugurato da Wycliff e che consisteva nel liberare la coscienza e l'intelletto, come anche nello sciogliere le nazioni così a lungo legate al carro trionfale di Roma, ebbe origine dalla Bibbia. Essa fu la sorgente di quel fiume di benedizioni che, simile ad acqua della vita, fluì attraverso i tempi a partire dal quattordicesimo secolo. Wycliff accettò le Sacre Scritture con fede implicita, stimandole rivelazione della volontà di Dio e sufficiente regola di fede e di condotta. Egli era stato abituato a considerare la chiesa di Roma come autorità divina e infallibile, e ad accettarne con assoluto rispetto gli insegnamenti e le usanze stabiliti da migliaia di anni. Eppure ebbe la forza di distaccarsene per ascoltare e seguire la santa Parola di Dio, che costituiva l’autorità che egli raccomandò di riconoscere. Egli dichiarò che l'unica e vera autorità non è quella della chiesa che parla mediante il papa, ma la voce di Dio che si fa sentire per mezzo della sua Parola. Egli insegnava non solo che la Bibbia è una perfetta rivelazione della volontà dell'Eterno, ma che lo Spirito Santo ne è l'unico interprete. Inoltre affermava che ogni uomo deve conoscere quale sia il proprio dovere, con un attento e personale studio della Sacra Scrittura. Così distolse le menti degli uomini dal papa e dalla chiesa di Roma per rivolgerle alla Parola di Dio.
Wycliff fu uno dei più grandi riformatori. Per vastità di intelletto, per chiarezza di pensiero, per fermezza nel sostenere -la verità, per franchezza nel difenderla, ben pochi furono pari a lui. Purezza di vita, inalterata applicazione allo studio e al lavoro, incorruttibile integrità, bontà cristiana, fedeltà nel ministero: queste furono le caratteristiche del primo riformatore. Tutto ciò, nonostante le tenebre intellettuali e la corruzione morale del suo tempo.
Il carattere di Wycliff è una testimonianza resa alla potenza educatrice e trasformatrice delle Sacre Scritture. Fu la Bibbia a fare di lui quello che egli fu. Lo sforzo compiuto per comprendere le grandi verità della rivelazione infonde una vigorosa freschezza alle facoltà umane; contribuisce ad allargare la mente, ad affinare le percezioni psichiche e a far maturare il discernimento. Lo studio della Bibbia nobilita il pensiero, i sentimenti e le aspirazioni come nessun altro campo di studi può fare. Esso infonde saldezza di propositi, pazienza e coraggio; affina il carattere e santifica l'anima. Un sincero, riverente studio delle Scritture, mettendo la mente dello studioso in contatto con la mente infinita, darebbe al mondo uomini dotati di un intelletto più vivo e acuto, e di princìpi più nobili, più di quanto non possa derivare dalla migliore educazione impartita dalla filosofia umana. « La dichiarazione delle tue parole illumina; dà intelletto ai semplici » Salmo 119: 130.
Le dottrine insegnate da Wycliff continuarono a propagarsi per un certo tempo. I suoi seguaci, conosciuti come wicliffiani e lollardi, non solo attraversarono l'Inghilterra, ma raggiunsero anche altre terre, diffondendo ovunque la conoscenza del Vangelo. Ora che il loro capo era scomparso, i predicatori si adoperavano con più zelo di prima, e vaste moltitudini si radunavano per ascoltare il loro insegnamento. Fra i-convertiti si notavano persone della nobiltà e perfino la moglie del re. In molti luoghi ci fu una profonda riforma nei costumi del popolo, e vennero rimossi dalle chiese i simboli idolatrici del Romanesimo. Ben presto, però, la spietata tempesta della persecuzione si abbatté su chi aveva ardito accettare la Bibbia come guida. I monarchi britannici, bramosi di rafforzare il loro potere assicurandosi l'appoggio di Roma, non esitarono a sacrificare i riformatori. Per la prima volta nella storia dell'Inghilterra venne decretato il rogo contro i discepoli del Vangelo. Martirio si succedette a martirio. I difensori della verità, proscritti e torturati, potevano solo innalzare il loro grido verso il Signore degli eserciti. Braccati come nemici della chiesa e traditori del regno, continuarono a predicare nei luoghi segreti, trovando asilo nelle umili dimore dei poveri, e spesso nascondendosi nelle caverne e nelle spelonche.
Nonostante l'ínfuriare della persecuzione, continuò a farsi sentire nei secoli una protesta calma, pia, sincera e paziente contro la dilagante corruzione della fede religiosa. I cristiani di quel tempo lontano avevano solo una conoscenza parziale della verità, però avevano imparato ad amare Iddio e a ubbidire alla sua Parola. Per amore di essa soffrivano pazientemente. Come i discepoli dei tempi apostolici, molti di loro sacrificarono i propri beni terreni per la causa di Cristo. Quanti ancora potevano vivere nelle loro case, erano lieti di ospitare i fratelli perseguitati. Quando, poi, venivano costretti a loro volta a fuggire, accettavano volentieri il retaggio dei fuorilegge. Purtroppo, migliaia di essi, terrorizzati dall'imperversare delle persecuzioni, comperavanó la propria libertà rinunciando alla loro fede, e lasciavano il carcere indossando l'abito del penitente, perché così fosse resa pubblica la loro abiura. Ma molti furono coloro che seppero testimoniare impavidi della verità, in oscure celle, nelle « Torri dei lollardi », in mezzo alle torture e alle fiamme, lieti di essere stimati degni di partecipare alle sofferenze di Cristo. Fra loro c'erano uomini di nobili natali, come anche di umili origini.
I papisti non erano riusciti ad attuare la propria volontà durante la vita di Wycliff, e il loro odio non poteva essere placato fintantoché il corpo del riformatore giaceva quieto nella tomba. Perciò, con decreto del concilio di Costanza, oltre quarant'anni dopo la sua morte, le ossa di Wycliff furono esumate e date pubblicamente alle fiamme. Le ceneri vennero gettate nel vicino ruscello. « Quel ruscello », dice un antico scrittore, « trasportò le ceneri nell'Avon; l'Avon, a sua volta, le depose nel Severn; il Severn le portò al mare, e il male le consegnò all'oceano sconfinato. Così le ceneri di Wycliff sono l'emblema della sua dottrina ora sparsa in tutto il mondo » T. Fuller, Church Hístory of Britain, vol. 4, sez. 2, par. 54. I suoi nemici non si resero conto del significato del loro malvagio gesto.
Grazie agli scritti di Wycliff, Giovanni Huss di Boemia fu condotto a rinunciare ai molti errori del Romanesìmo e a schierarsi dalla parte della Riforma. Così in questi due paesi, tanto distanti fra loro, fu sparso il seme della verità. Dalla Boemia l'opera si estese ad altri paesi. Le menti umane venivano dirette verso la Parola di Dio, tanto a lungo negletta. Una mano divina stava preparando la via alla grande Riforma.
Capitolo 6
Due Eroi di Fronte Alla Morte
Il seme del Vangelo era stato gettato in Boemia nel nono secolo. La Bibbia era stata tradotta e il culto veniva celebrato" nella lingua del popolo. Però, via via che l'autorità papale cresceva, la Parola di Dio era offuscata. Gregorio VII, che si era proposto di umiliare l'orgoglio dei re e di rendere schiavo il popolo, promulgò una bolla che vietava il culto pubblico in lingua boema. Affermava che « era piaciuto all'Onnipotente decretare che il culto gli fosse reso in lingua sconosciuta, perché non pochi mali e non poche eresie erano derivati dall'avere ne.gletto tale regola » Wylie, vol. 3, cap. l. Roma, così, decretò che la luce della Parola di Dio fosse spenta e che il popolo rimanesse immerso nelle tenebre. Il cielo, comunque, aveva provveduto alla salvaguardia della chiesa. Molti valdesi e albigesi, strappati dalla persecuzione dalle loro case della Francia e dell'Italia, ripararono in Boemia. Sebbene non ardissero insegnare apertamente, operavano in segreto, con molto zelo. Fu così che la vera fede venne tramandata di secolo in secolo.
Prima di Huss, vi erano stati in Boemia uomini che avevano apertamente condannato la corruzione della chiesa e del popolo. La loro attività aveva suscitato un vasto e profondo interesse. Il clero, allarmato, scatenò una persecuzione contro quanti si professavano discepoli del Vangelo. Costretti a riunirsi nelle foreste e sui monti, braccati dai soldati, molti furono messi a morte. Fu, poi, decretato che chiunque si fosse distaccato dal culto romano fosse condannato al rogo. I cristiani, morendo, guardavano fiduciosi al trionfo ultimo della loro causa. Uno di coloro che insegnavano la salvezza solo mediante la fede nel Salvatore crocifisso, ebbe a dire in punto di morte: « L'ira dei nemici della verità ora ha il sopravvento; ma non sarà sempre così. Sorgerà fra il popolo uno, senza spada e senza autorità, contro il quale tutte le armi si spunteranno » Ibidem. Ormai non era lontano il tempo di Lutero. Stava per apparire qualcuno la cui testimonianza contro Roma avrebbe scosso le nazioni.
Giovanni Huss era di umili natali, e rimase orfano di padre molto presto. Sua madre, donna pia che considerava l'educazione e il timore di Dio più importanti dei beni terreni, si sforzò di inculcare tali princìpi nel figlio. Huss studiò prima nella scuola provinciale, quindi fu ammesso per pura carità all'università di Praga. La madre lo accompagno fino alla sua nuova residenza. Giunta vicino alla grande città, non potendo dare altra eredità al figlio, si inginocchiò davanti a lui e invocò sull'orfanello la benedizione del Padre celeste. Ella era ben lungi dall'immaginare in che modo la sua preghiera sarebbe stata esaudita.
All'università, Huss si distinse per la sua instancabile applicazione e per i suoi rapidi progressi; e tutto questo, accoppiato alla sua vita integra e alla sua gentilezza, gli valse la stima generale. Egli era un fedele discepolo della chiesa romana e un sincero ricercatore delle benedizioni spirituali che essa elargiva. Durante un giubileo, Huss andò a confessarsi, e dopo aver regalato gli ultimi spiccioli delle sue magre risorse, si unì alla processione per ottenere l'assoluzione promessa. Ultimati gli studi, entrò nel sacerdozio e non tardò ad affermarsi, tanto che fu ammesso alla corte del re. Diventato professore, fu successivamente nominato rettore di quella stessa università in cui si era laureato. Il povero studente di un tempo finì col diventare il vanto della nazione, mentre il suo nome correva per tutta l'Europa.
Huss cominciò l'opera della Riforma in un altro campo. Alcuni anni dopo aver ricevuto gli ordini religiosi, fu designato predicatore della cappella di Betlemme. Il suo fondatore sosteneva - considerandola della massima importanza - la necessità di predicare la Sacra Scrittura nella lingua del popolo. Nonostante l'opposizione di Roma, tale consuetudine non era stata del tutto abbandonata in Boemia. Va detto però che, purtroppo, vi era una grande ignoranza della Bibbia, e che fra la gente di ogni ceto imperavano i peggiori vizi. Huss denunciò senza esitazione questi mali e fece appello alla Parola di Dio per inculcare i princìpi della verità e della purezza da lui propugnati.
Un cittadino di Praga, Gerolamo, che più tardi diventò intimo collaboratore di Huss, reduce dall'I nghi I terra, aveva portato seco gli scritti di Wycliff. La regina d'Inghilterra, convertitasi agli insegnamenti del riformatore britannico, era una principessa boema. Fu anche grazie al suo appoggio che le opere di Wycliff trovarono vasta diffusione nella sua terra natia. Huss esaminò quelle opere con vivo interesse, e si convinse che il suo autore era un cristiano sincero. Finì col considerare favorevolmente la riforma che Wycliff sosteneva. Senza rendersene conto, Huss già stava calcando un sentiero che lo avrebbe condotto molto lontano da Roma.
Intorno a quell'epoca giunsero a Praga, provenienti dall'Inghilterra, due stranieri. Uomini colti, avevano ricevuto la luce della verità ed erano venuti a diffonderla in quella terra lontana. Cominciarono con un aperto attacco alla supremazia papale, ma le autorità li costrinsero a tacere. Siccome, però, non erano disposti a recedere dal loro proposito, ricorsero a un altro espediente. Oltre che predicatori erano pittori, perciò sfruttarono questa loro capacità artistica. In un luogo aperto al pubblico, dipinsero due quadri. Uno rappresentava l'entrata di Gesù in Gerusalemme: « mansueto, e montato sopra un, asino » Matteo 21: 5 (D), seguito dai discepoli scalzi, in abiti dimessi. L'altro, invece, raffigurava una processione pontificia: il papa indossava ricche vesti, cingeva il triregno e cavalcava un cavallo magnificamente bardato. Lo precedevano dei trombettieri ed era seguito da alti prelati in abiti sontuosi.
Era, quello, un sermone che attirava l'attenzione di tutti. La folla si accalcava per contemplare quei quadri, e nessuno poteva fare a meno di capire l'insegnamento che ne scaturiva. Non pochi rimasero colpiti dal contrasto fra la mansuetudine e l'umiltà di Cristo, il maestro, e l'orgoglio, l'arroganza del papa che si diceva suo servo. Ci fu a Praga -una profonda emozione, e i due stranieri, dopo poco tempo, ritennero opportuno andarsene per salvaguardare la loro vita. Nondimeno, la lezione che avevano impartita non fu dimenticata. I quadri provocarono una' profonda impressione nella mente di Huss e lo spinsero a uno studio più approfondito della Bibbia e degli scritti di Wycliff. Sebbene egli non fosse ancora preparato ad accettare tutte le riforme sostenute da Wycliff, si rendeva sempre più chiaramente conto del carattere del papato e, con grande zelo, cominciò a denunciare l'orgoglio, l'ambizione e la corruzione della gerarchia romana.
Dalla Boemia la luce si estese alla Germania in seguito a contrasti sorti nell'università di Praga, che indussero alcune centinaia di studenti tedeschi ad andarsene. Molti di loro avevano ricevuto da Huss la conoscenza della Bibbia e così, rientrati in patria, vi diffusero l'Evangelo.
Roma venne a conoscenza di quello che stava accadendo, e Huss fu invitato a presentarsi al papa. Ubbidire significava esporsi a sicura morte. Il re e la regina di Boemia, l'università, i membri della nobiltà, le personalità del governo si unirono per mandare al pontefice una petizione con la quale chiedevano che Huss fosse autorizzato a rimanere a Praga e a farsi rappresentare a Roma da un delegato. Il papa, lungi dall'aderire alla richiesta, procedette al giudizio e alla condanna di Huss, quindi lanciò l'interdetto sulla città di Praga.
In quei tempi, simile sentenza creava ovunque un vivo allarme. Le cerimonie che l'accompagnavano erano di natura tale da terrorizzare la gente, che considerava il pontefice come il rappresentante di Dio, possessore delle chiavi del cielo e dell'inferno, dotato della facoltà di invocare castighi temporali e spirituali. Si pensava che le porte del cielo sarebbero rimaste chiuse per le zone colpite dall'interdetto e che, finché non fosse piaciuto al papa revocarlo, i morti sarebbero stati esclusi dalla dimora dei beati. Per dimostrare quanto grave fosse siffatta calamità, tutte le funzioni religiose erano sospese, le chiese chiuse, i matrimoni celebrati nel cortile antistante la chiesa, i morti -essendo vietato seppellirli in terra consacrata- venivano sepolti, senza alcun rito funebre, nei campi o nei fossati. Così, ricorrendo a misure che colpivano l'immaginazione popolare, Roma si sforzava di esercitare il proprio dominio sulle coscienze degli uomini.
Praga era sconvolta. Una parte della popolazione accusava Huss di essere la -causa di tutte quelle disgrazie, e chiedeva che fosse consegnato a Roma. Per placare la tempesta, il riformatore si ritirò per un po' di tempo nel suo villaggio natio. Scrivendo agli amici rimasti nella capitale, diceva: « Se mi sono ritirato da voi, è stato per attenermi al precetto e all'esempio di Gesù Cristo per non dare motivo ai malvagi di attirare su di sé l'eterna condanna e per non essere, nei confronti delle persone pie, fonte di afflizione e dì persecuzione. Mi sono ritirato anche per tema che dei sacerdoti empi continuassero a lungo a impedire in mezzo a voi la predicazione della Parola di Dio. Non vi ho lasciati per rinnegare la divina verità, per la quale io sono pronto, con l'aiuto di Dio, a dare la vita » Bonnechose, The Reformers Before the Reformation, vol. 1, p. 87. Huss non interruppe la sua attività, anzi percorse il paese circostante, continuando a predicare a masse assetate di conoscenza. Accadde così che le misure cui era ricorso il papa per sopprimere l'Evangelo, finirono col contribuire a una più vasta diffusione di esso. « Perché noi non possiamo nulla contro la verità; quel che possiamo è per la verità » 2 Corinzi 13: 8.
« La mente di Huss, in quel periodo della sua vita, era in preda a un doloro so conflitto. Quantunque la chiesa cercasse di sopraffarlo con i suoi fulmini, egli non ne aveva rigettata l'autorità. Per lui, la chiesa di Roma continuava a essere la chiesa di Cristo e il papa il rappresentante e il vicario di Dio. Huss lottava contro l'abuso di autorità e non contro il principio stesso. Fu questo a determinare una tremenda lotta fra le convinzioni del suo intelletto e i richiami della sua coscienza. Se l'autorità era giusta e infallibile, come egli riteneva, come mai si sentiva spinto a disubbidirle? D'altro canto, si rendeva conto che ubbidire significava peccare. Perché, si chiedeva, l'ubbidienza a una chiesa infallibile doveva condurre a tale conclusione? Era questo il dilemma che Huss non riusciva a sciogliere; era questo il dubbio che lo torturava continuamente. La soluzione più approssimativa cui egli poteva gíungere era -come del resto era già accaduto ai tempi del Salvatoreche i sacerdoti della chiesa erano diventati empi e si servivano della propria autorità legale per fini illegali. Ciò lo indusse ad adottare come guida, e a predicarla agli altri, la massima secondo la quale i precetti della Scrittura, convogliati attraverso l'intelletto, sono regola di coscienza. In altri termini, Dio che parla nella Bibbia, e non la chiesa che parla per mezzo del sacerdote, è l'unica guida infallibile » Wylie, vol. 3, cap. 2.
Quando, dopo un po' di tempo, a Praga la calma si fu ristabilita, Huss ritornò alla sua cappella di Betlemme per riprendere con maggior zelo e coraggio la predicazione della Parola di Dio. I suoi nemici erano potenti e attivi, ma la regina e molti nobili erano suoi amici, e buona parte della popolazione era con lui. Confrontando i suoi insegnamenti puri ed elevati e la sua vita santa coi dogmi degradanti predicati dai discepoli di Roma, come anche con la loro avarizia e depravazione, molta gente finì con lo stimare un vero onore schierarsi dalla sua parte.
Fino ad allora Huss era stato solo nei suoi lavori, ma ora Gerolamo -che mentre era in Inghilterra aveva accettato gli insegnamenti di Wycliff - si unì a lui nell'opera della Riforma. I due, uniti nella vita, non furono separati nella morte. Genio brillante, eloquenza, cultura - doti queste che attiravano il favore popolare - erano le qualità che Gerolamo possedeva in misura eminente; mentre per quel che riguardava la forza del carattere, Huss gli era superiore. Il suo sobrio discernimento era di freno allo spirito impulsivo di Gerolamo che, però, con sincera umiltà, si rendeva conto del valore di Huss e ben volentieri si sottometteva ai suoi consigli. Per l'attività congiunta di questi due uomini, la Riforma si estese rapidamente.
Dio fece brillare una grande luce nella mente di questi uomini eletti, rivelando loro non pochi errori di Roma. Essi, però, non ricevettero tutta la luce che doveva essere data al mondo. Dio si serviva di loro per strappare le anime alle tenebre di Roma. Molti erano gli ostacoli che essi dovevano affrontare; e il Signore li guidò passo passo, nella misura in cui procedevano, poiché non potevano ricevere, così all'improvviso, tutta la luce. Pari allo splendore del sole in pieno mezzodì per chi è rimasto a lungo immerso nel buio, se essa fosse stata loro presentata in tutta la sua pienezza, li avrebbe fatti indietreggiare Per questo Dio la rivelò a poco a poco, per modo che essa potesse essere assimilata dalle anime. Di secolo in secolo, poi, altri fedeli operai si sarebbero susseguiti per guidare gli uomini sempre più avanti lungo il cammino della Riforma.
Perdurava intanto lo scisma nella chiesa: tre papi si contendevano il primato, e la lotta provocava tumulto e sangue. Non contenti di scagliarsi reciprocamente degli anatemi, ricorsero alle armi. Ognuno di essi riteneva fosse proprio dovere procurarsi armamenti e soldati. Naturalmente, tutto ciò comportava spese non indifferenti, per cui nell'intento di raccogliere il denaro occorrente, furono posti in vendita incarichi, benefici e benedizioni da parte delle chiese.(9) Anche i sacerdoti - imitando i superiori - si diedero alla simonia per umiliare i rivali e per rafforzare il proprio potere. Con un ardire che andava aumentando di giorno in giorno, Huss tuonò contro le abominazioni che venivano commesse e tollerate in nome della religione, e la gente, a sua volta, accusò apertamente i capi della chiesa, come causa delle miserie che opprimevano il mondo cristiano.
Praga si vide di nuovo minacciata da un sanguinoso conflitto. Come negli antichi tempi d'Israele, il servitore di Dio fu accusato: « Sei tu colui che mette sossopra Israele » 1 Re 18: 17. La città fu interdetta, e Huss dovette ancora una volta ritirarsi nel suo villaggio natio. La testimonianza da lui fedelmente data nella cappella di Betlemme era finita; ma prima di deporre la propria vita quale testimone della verità, egli sarebbe stato chiamato a predicare al mondo intero da un pulpito più elevato.
Per risanare i mali che travagliavano l'Europa, l'imperatore Sigismondo chiese a uno dei tre papi rivali, Giovanni XXIII, di convocare un concilio generale a Costanza. Questo papa non vedeva di buon occhio la convocazione del concilio, Poiché la sua vita intima e la sua politica non erano tali da poter reggere a un'inchiesta, anche se condotta da prelati la cui moralità - come spesso era il caso a quei tempi - lasciava parecchio a desiderare. Comunque, egli non ardiva opporsi alla volontà di Sigismondo.(16)
I principali obiettivi che il concilio sì prefiggeva erano: risanare lo scisma nella chiesa ed estirpare l'eresia. I due antipapì furono invitati a presentarsi davanti al concilio, e analogo invito fu rivolto a Giovanni Huss nella sua qualità di principale propagatore delle nuove opinioni. I primi, per salvaguardare la propria incolumità, non intervennero e si fecero rappresentare dai loro delegati. Papa Giovanni, pur risultando apparentemente come convocatore del concilio, vi intervenne con molta apprensione, timoroso che l'imPeratore accarezzasse il segreto proposito di deporlo, e di chiedergli conto dei vizi che avevano disonorato la tiara, e dei crimini che gliel'avevano assicurata. Ad ogni modo, egli fece il suo ingresso a Costanza con gran pompa, seguito da una schiera di cortigiani e accompagnato da ecclesiastici di alto rango. Tutto il clero e tutti i dignitari della città, seguiti da una folla immensa, gli andarono incontro a porgergli il benvenuto. Sul suo capo c'era un baldacchino dorato, portato da quattro fra i principali magistrati. Lo precedeva l'ostia. I sontuosi abiti dei cardinali e dei nobili aggiungevano particolare lustro al corteo.
Frattanto un altro viaggiatore si avvicinava a Costanza. Huss, consapevole dei pericoli che lo minacciavano, si congedò dagli amici come se non dovesse più rivederli. Si mise in cammino, presago di andare al rogo. Nonostante avesse ottenuto il salvacondotto dal re di Boemia e ne avesse ricevuto un secondo, durante il viaggio, dall'imperatore Sigismondo, egli prese le necessarie disposizioni in vista di una sua probabile morte.
In una lettera indirizzata ai suoi amici di Praga, diceva: « Fratelli miei... io parto con un salvacondotto del re per affrontare i miei numerosi e mortali nemici... Pure confido nell'Iddio onnipotente e nel mio Salvatore, fiducioso che Egli ascolterà le vostre fervide preghiere e metterà nella mia bocca la sua prudenza e la sua saggezza per modo che io possa resistere loro. Egli mi accorderà il suo Spirito Santo per fortificarmi nella sua verità affinché io sappia affrontare coraggiosamente le tentazioni, il carcere e, se necessario, una morte crudele. Gesù Cristo soffrì per i suoi diletti; perciò, perché dovremmo stupirci che Egli ci abbia lasciato il suo esempio per sopportare con pazienza ogni cosa per la nostra salvezza? Egli è Dio e noi siamo le sue creature; Egli è il Signore e noi siamo i suoi servitori; Egli è il Sovrano del mondo e noi siamo poveri mortali. Eppure, Egli ha sofferto. Per conseguenza, perché non dovremmo soffrire anche noi, soprattutto quando la sofferenza è per noi una purificazione? Diletti, se la mia morte deve contribuire alla sua gloria, pregate che essa venga presto e che Dio mi aiuti a sopportare con pazienza le mie calamità. Se invece è meglio che io ritorni fra voi, preghiamo Dio che io riparta da questo concilio senza macchia, cioè che io non sopprima neppure un iota della verità del Vangelo e dia, in tal modo, un buon esempio. Però, se è volontà dell'Onnipotente che io sia restituito a voi, sappiamo andare avanti con cuore ancora più intrepido nella conoscenza e nell'amore della sua legge » Bonnechose, vol. 1, pp. 147, 148.
In un'altra lettera indirizzata a un ex sacerdote cattolico, diventato discepolo dell'Evangelo, Huss parlava con profonda umiltà dei propri errori e si scusava di avere « trovato diletto nell'indossare ricchi paludamenti e nell'aver sprecato ore preziose in occupazioni frivole ». Quindi aggiungeva: « Che la tua mente sia occupata dalla gloria di Dio e non dal desiderio di prebende e di possedimenti. Guardati dall'adornare.la tua casa più dell'anima tua, e abbi la massima cura dell'edificio spirituale. Sii pio e umile col povero; non sprecare le tue sostanze in festini. Se tu non correggi la tua vita e non ti astieni dalle cose superflue, io temo che sarai severamente punito come lo sono io... Tu conosci la mia dottrina, perché hai ricevuto i miei ammaestramenti fin dalla tua fanciullezza; perciò è inutile che io te ne scriva di nuovo. Ad ogni modo io ti scongiuro, per la grazia del nostro Signore, di non imitarmi in nessuna delle vanità in cui tu puoi avermi visto cadere ». Sull'involucro che racchiudeva la lettera, egli aggiunse: « Amico mio, ti scongiuro di non infrangere questo sigillo fino a che tu non abbia la certezza della mia morte » Idem, vol. 1, pp. 148, 149.
Durante il viaggio, Huss vide ovunque i segni della diffusione delle sue dottrine e del f avore di cui godeva la sua causa. La gente si accalcava per vederlo, e in alcune città i magistrati lo scortarono lungo la via.
Giunto a Costanza, Huss godette di una piena libertà perché al salvacondotto dell'imperatore si era aggiunta una personale garanzia di protezione da parte del papa. Però, in un secondo tempo, in aperta violazione di queste solenni e reiterate dichiarazioni, il riformatore fu arrestato per ordine del papa e dei cardinali e messo in un disgustoso carcere. In seguito, fu poi trasferito in una fortezza sul Reno e ivi tenuto prigioniero. Il papa, però, non godette a lungo della propria perfidia perché finì egli stesso nel medesimo carcere (Idem, vol. 1, p. 247).
Giudicato dal concilio, Giovanni XXIII fu dichiarato colpevol e dei più abbietti crimini quali: omicidio, simonia, adulterio -e « peccati innominabili ». In ultimo fu privato della tiara e imprigionato. Deposti anche gli antipapi, fu eletto un nuovo pontefice.
Sebbene lo stesso papa si fosse macchiato di crimini maggiori di quelli che Huss aveva rinfacciato ai sacerdoti, a motivo dei quali aveva chiesto una riforma, il concilio che destituì il pontefice infierì contro il riformatore. La carcerazione di Huss suscitò viva indignazione in tutta la Boemia, e potenti nobili rivolsero al concilio una vibrata protesta contro simile oltraggio. L'imperatore, al quale ripugnava la violazione di un salvacondotto, cercò di impedire che si procedesse contro il riformatore; pero i nemici di Huss erano influenti e decisi. Essi fecero appello ai pregiudizi dell'imperatore, ai suoi timori e al suo zelo per la chiesa. Ricorsero, inoltre, a elaborate argomentazioni per dimostrare che « non si è tenuti a mantenere le promesse fatte agli eretici o a persone sospette di eresia, anche se munite di salvacondotto dell'imperatore e dei re » Jacques Lenfant, History of the Council of Constance, vol. 1, p. 516. In tal modo essi raggiunsero il loro intento.
Indebolito dalla malattia e dal carcere -Pumidità della cella e l'aria mefitica di essa gli provocarono una febbre che poco mancò non lo conducesse -alla tomba- Huss venne finalmente condotto alla presenza del concilio. Carico di catene, egli si trovò di fronte all'imperatore il cui onore e la cui buona fede si erano impegnati di proteggerlo. Nel corso del lungo processo, Huss difese la verità con fermezza; e al cospetto dei dignitari della chiesa e dello stato pronunciò una solenne e vibrata protesta contro la corruzione della curia romana. Invitato a scegliere fra l'abiura e la morte, non esitò a scegliere il martirio.
La grazia di Dio lo sostenne, e durante le lunghe settimane che trascorsero prima del verdetto finale, la pace del cìelo inondò la sua anima. « Io scrivo questa lettera », diceva a un amico, « nel mio carcere, con le mani serrate nei ceppi, in attesa della sentenza di morte che sarà pronunciata domani ... Quando, con l'aiuto di Cristo Gesù, noi ci incontreremo dì nuovo nella pace beata della vita futura, saprai quanta misericordia Dio ha avuto per me e quanto Egli mi ha efficacemente aiutato e sostenuto in mezzo alle tentazioni e alle prove » Bonnechose, vol. 2, p. 67.
Nell'oscurità del suo carcere, egli previde il trionfo della vera fede. In sogno gli apparve la cappella di Praga, dove aveva predicato l'Evangelo, e vide il papa e i vescovi cancellare le immagini di Cristo che egli aveva dipinto sulle pareti. « Tale visione lo turbò. L'indomani vide, sempre in sogno, dei pittori restaurare quelle immagini a accrescerne il numero. Dopo aver fatto ciò, i pittori rivolti alla folla che li circondava, esclamarono: "Ora ì papi e i vescovi vengano pure: essi non riusciranno più a cancellare queste immagini". Nel raccontare il sogno, il riformatore disse: "Sono certo che l'immagine di Cristo non sarà mai cancellata. Essi volevano distruggerla; ma per opera di predicatori migliori di me, essa sarà nuovamente riprodotta nei cuori" » D'Aubigné, vol. 1, cap. 6.
Per l'ultima volta Huss fu condotto dinanzi al concilio. Era un'assemblea numerosa e brillante: l'imperatore, i principi dell'impero, i deputati reali, i cardinali, i vescovi, i sacerdoti, e una immensa folla che si era radunata per essere spettatrice degli eventi di quel giorno. Da ogni parte del mondo cristiano erano convenuti i testimoni di questo primo grande sacrificio della lunga lotta, mediante la quale sarebbe stata assicurata la libertà di coscienza.
Invitato a comunicare la sua decisione finale, Huss dichiarò che rifiutava di abiurare. Indi, fissando i suoi sguardi penetranti sul monarca vergognosamente infedele alla sua parola d'onore, disse: « Ho deciso di mia spontanea volontà di presentarmi dinanzi a questo concilio, sotto la pubblica protezione e la parola dell'imperatore qui presente » Bonnechose, vol. 2, p. 84. Un vivo rossore si diffuse sul volto di Sigismondo, mentre gli occhi di tutti si volgevano verso di lui.
Pronunciata la sentenza, ebbe inizio il rito della degradazione. I vescovi fecero indossare al prigioniero gli abiti sacerdotali. Egli, nel toccarli, disse: « Nostro Signore Gesù Cristo fu coperto dì una veste bianca in segno di scherno, quando Erode lo fece condurre davanti a Pilato » Idem, vol. 2, p. 86. Esortato ancora una volta a ritrattare, egli si rivolse verso il popolo e dichiarò: « Come potrei levare la fronte verso il cielo? Come potrei guardare questa folla di persone alle quali ho predicato il puro Vangelo? No. lo stimo la loro salvezza più importante di questo misero corpo condannato a morte » Ibidem. I paramenti furono rimossi l'uno dopo l'altro e ogni vescovo, nel compiere la propria parte del rito, pronunciava una maledizione. Alla fine « gli posero in testa una specie di mitria di carta in forma di piramide, sulla quale erano dipinte orribili figure di demoni ». Sulla parte anteriore di essa si leggeva: « Eresiarca ». Huss disse: « Molto lietamente porterò questa corona infamante per amor tuo, Gesù, che cingesti per me una corona di spine » Ibidem. '
Dopo che Huss fu così acconciato, « i prelati dissero: "Ora noi consegniamo la tua anima al diavolo". Giovanni Huss, levando gli occhi al cielo, replicò: 'T io rimetto il mio spirito nelle tue mani, Signor Gesù, perché tu mi hai redento" » Wylie, vol. 3, cap. 7.
Consegnato alle autorità secolari, venne condotto sul luogo del supplizio. Una immensa processione lo seguiva: centinaia di uomini armati, sacerdoti, vescovi in ricche vesti e gli abitanti di Costanza. Dopo che egli fu legato al palo e che tutto fu pronto per l'accensione del rogo, il martire fu invitato ancora una volta a salvarsi, rinunciando ai propri errori. « Quali errori », egli chiese, « dovrei abbandonare? lo non mi riconosco colpevole di nessuno. Chiamo, Dio a testimone che tutto quello che ho scritto e predicato è, stato per strappare le anime al peccato e alla perdizione. Perciò molto lietamente confermerò col mio sangue la verità che ho scritta e predicata » Ibídem. Quando le fiamme sprizzarono crepitando intorno a lui, egli cominciò a cantare: « Gesù, figliuol di Davide, abbi pietà di me! », e continuò il suo canto fino a che la sua voce non fu soffocata per sempre.
Gli stessi nemici furono colpiti dal suo eroico comportamento. Un papista zelante, descrivendo il martirio di. Huss e di Gerolamo, che mon poco dopo, dichiarò: « Entrambi si comportarono con fermezza, quando si avvicinò la loro ultima ora. Essi si prepararono per il fuoco come se fossero dovuti andare a un banchetto di nozze. Non emisero un lamento. Quando le fiamme salirono, essi si misero a cantare degli inni, e la veemenza del fuoco a stento riuscì a sopraffare quel canto e a farlo tacere » Ibidem.
Dopo che il corpo dì Huss fu totalmente consumato, le sue ceneri, con la terra sulla quale posavano, furono raccolte e gettate nel Reno che, a sua volta, le trasportò nel mare. I persecutori si illudevano di avere, così, sradicato la verità da lui predicata, mentre non sapevano che quelle ceneri sarebbero state un seme che si sarebbe propagato nel mondo, e che in regioni fino ad allora sconosciute avrebbe portato frutti copiosi in testimonianza della verità. La voce che aveva parlato al concilio di Costanza aveva risvegliato echi che si sarebbero fatti udire anche nei secoli avvenire. Huss non era più; però le verità per le quali egli aveva dato la vita non potevano più perire. Il suo esempio di fede e la costanza di cui aveva dato prova sarebbero stati di incoraggiamento a moltitudìni di persone per aiutarle a rimanere salde anche dinanzi alla tortura e alla morte. La sua esecuzione aveva mostrato al mondo intero la perfida crudeltà di Roma. I nemici della verità, anche se non se ne rendevano conto, avevano rafforzato la causa che desideravano distruggere.
Intanto un altro rogo stava per accendersi a Costanza. Il sangue di un altro testimone doveva esaltare la verità. Gerolamo, nel salutare Huss allorché questi partiva per recarsi al concilio, lo aveva esortato a essere forte e coraggioso, dichiarando che qualora gli fosse capitato qualche contrattempo, egli non avrebbe esitato a correre in suo aiuto. Udendo della carcerazione dell'amico, il fedele discepolo si preparò immediatamente a mantenere la promessa fatta. Senza salvacondotto, partì alla volta di Costanza, accompagnato da un solo amico. Giunto sul posto, si rese conto di essersi esposto a un serio pericolo, senza alcuna possibilità di poter liberare Huss. Egli, allora, lasciò la città, ma venne arrestato lungo la via del ritorno a ricondotto a Costanza incatenato, sotto la sorveglianza di un drappello di soldati. Quando egli apparve dinanzi al concilio, i suoi tentativi di rispondere alle accuse che gli venivano mosse furono soffocati dal grido: « Alle fiamme con lui! Alle fiamme! » Bonnechose, vol. 1, p. 234. Chiuso in carcere, fu incatenato in una posizione che gli causava acute sofferenze, e venne nutrito con pane e acqua. Dopo alcuni mesi, la durezza di questo trattamento gli provocò una grave malattia. I suoi nemici, allora, per tema che egli potesse sfuggir loro, lo trattarono con meno rigore, pur tenendolo ancora in carcere per un anno.
La morte di Huss non aveva sortito gli effetti desiderati dai papisti. La violazione del salvacondotto aveva provocato un'ondata di indignazione e il concilio, per ovviare alle difficoltà sorte, anziché dare Gerolamo alle fiamme, decise di costringerlo, se possibile, all'abiura. Egli fu condotto dinanzi all'assemblea e invitato a scegliere fra l'abiura e il rogo. All'inizio della prigionia, la morte sarebbe stata per lui una liberazione in confronto alle orribili sofferenze che avrebbe dovuto affrontare; ora, invece, indebolito dalla malattia, dalla durezza del carcere e dalla tortura morale dovuta alla forte tensione nervosa, separato dagli amici, addolorato per la morte di Huss, egli venne meno e accondiscese a sottomettersi alla volontà del concilio. Gerolamo affermò di accettare la fede cattolica e di ripudiare le dottrine di Wycliff e di Huss, eccetto le « sante verità » da essi insegnate. (Idem, vol. 2, p. 14 1).
Con questo espediente, Gerolamo cercava di far tacere la voce della propria coscienza e di sottrarsi alla sorte che lo minacciava. Però, nella solitudine del carcere, egli si rese chiaramente conto di quello che aveva fatto. Pensò al coraggio e alla fedeltà di Huss e, Per contrasto, vide tutta la bassezza della propria abiura. Pensò al divin Maestro che egli aveva giurato di servire, e che per amor suo aveva sofferto la morte della croce. Prima dell'abiura, egli aveva trovato in mezzo alle sofferenze conforto nella certezza del favore divino; ora, invece, il rimorso gli torturava l'anima. Sapeva che gli sarebbero state chieste altre ritrattazioni prima di Poter essere in pace con Roma, e capiva che il sentiero nel quale si era incamminato poteva condurre solo all'apostasia totale. Allora decise: non avrebbe rinnegato il Signore per sottrarsi a un breve periodo di sofferenza.
Non passò molto tempo che Gerolamo fu nuovamente chiamato dinanzi al concilio. La sua sottomissione non- aveva soddisfatto i giudici. La loro sete di sangue, alimentata dalla morte di Huss, chiedeva nuove vittime. Egli avrebbe potuto salvare la propria vita a prezzo di un totale rinnegamento della verità, ma aveva deciso di confessare la sua fede e di seguire nelle fiamme il suo fratello martire.
Gerolamo ritirò la sua precedente abiura e, come un morente, chiese di potersi difendere. Temendo gli effetti delle sue parole, i prelati volevano che egli si limitasse ad affermare o a rinnegare la verità delle accuse che gli erano state mosse. Gerolamo protestò contro tali crudeltà e ingiustizie. « Mi avete tenuto chiuso in un orribile carcere per trecentoquaranta giorni », disse, « in mezzo alla sporcizia, all'umidità, al fetore, privo di tutto; poi mi avete chiamato dinanzi a voi; e mentre prestate ascolto alle accuse dei miei mortali nemici, rifiutate di ascoltarmi... Se voi siete realmente uomini saggi e luci del mondo, guardatevi dal peccare contro la giustizia. Quanto a me, io sono solo un debole mortale; la mia vita ha ben poca importanza, e se vi esorto a non pronunciare un'ingiusta sentenza, parlo meno per me che per voi » Idem, vol. 2, pp. 146, 147.
Alla fine la richiesta venne accolta e, in presenza dei suoi giudici, Gerolamo si inginocchiò e pregò perché lo Spirito divino dirigesse i suoi pensieri e le sue parole, aiutandolo a non dire nulla contro la verità, nulla che non fosse degno del Maestro. Quel giorno si adempié per lui la promessa di Gesù al primi discepoli: « Sarete menati davanti a governatori e re per cagion mia... Ma quando vi metteranno nelle loro mani, non siate in ansietà del come parlerete o di quel che avrete a dire; perché in quell'ora stessa vi sarà dato ciò che avrete a dire. Poiché non siete voi che parlate, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi » Matteo 10: 18-20.
Le parole di Gerolamo suscitarono stupore e ammirazione nei suoi stessi nemici. Per un anno intero egli era rimasto chiuso in carcere, impossibilitato a leggere e a vedere, in preda a grandi sofferenze fisiche e ad ansietà mentali. Eppure i suoi argomenti erano da lui esposti con tale chiarezza e con tanta potenza che si sarebbe detto avesse avuto modo di studiare indisturbato. Egli additò agli uditori la lunga schiera di santi uomini che erano stati condannati da giudici ingiusti. Quasi in ogni generazione vi erano stati uomini che pur sforzandosi di elevare i loro contemporanei, erano stati rimproverati e scacciati. Più tardi, però, si era riconosciuto che essi erano meritevoli di rispetto e di onori. Cristo stesso fu condannato come malfattore da un ingiusto tribunale.
Precedentemente, all'atto dell'abiura, Gerolamo aveva riconosciuto la giustizia della sentenza di condanna di Huss. Ora, invece, si dichiarava pentito e testimoniava dell'innocenza e della santità del martire. « Lo conoscevo fin dalla sua fanciullezza », disse. « Era un uomo eccellente, giusto e santo. Fu condannato, nonostante la sua innocenza. Anch'io sono pronto a morire e non mi ritrarrò davanti ai tormenti che i miei nemici e i falsi testimoni preparano per me. Essi un giorno saranno chiamati a rendere conto delle loro imposture davanti al grande Iddio, che nessuno può ingannare » Bonnechose, vol. 2, p. 151.
Rimproverandosi di avere rinnegato la verità, Gerolamo proseguì: « Di tutti i peccati commessi fin dalla fanciullezza, nessuno è più deprimente per il mio spirito e mi procura un così acuto rimorso di quello commesso in questo luogo, quando approvai l'iniqua sentenza contro Wycliff e contro il santo martire Giovanni Huss, mio maestro e amico. Sì! Lo confesso con tutto il cuore e lo dichiaro con profondo orrore: ho sbagliato, ho grandemente sbagliato quando, per paura della morte, condannai le loro dottrine. Perciò io ti supplico... onnipotente Iddio, di perdonare i miei peccati e particolarmente questo, che è il più odioso di tutti! ». Rivolgendosi poi ai giudici, egli disse con fermezza: « Voi condannaste Wycliff e Giovanni Huss, non perché avevano scosso la dottrina della chiesa, ma semplicemente perché ardivano protestare contro gli scandali del clero, contro la pompa, l'orgoglio e i vizi dei sacerdoti e dei Prelati. Quello che essi affermarono e che è irrefutabile, lo penso anch'io e lo confermo! ».
Le sue parole furono interrotte. I prelati frementi d'ira gridarono: « Che bisogno c'è di altre prove? Noi vediamo coi nostri occhi il più ostinato degli eretici! ».
Intrepido, nonostante la tempesta, Gerolamo proseguì: « Che cosa?! Pensate forse che io abbia paura di morire? Mi avete tenuto per un anno in un orribile carcere, più orribile della morte stessa. Mi avete trattato più crudelmente di un turco, di un ebreo o di un pagano, e la mia carne si è letteralmente imputridita sulle mie ossa. Eppure io non mi lamento, perché i lamenti fanno ammalare lo spirito e il cuore. Però io non posso fare a meno di esprimere il mio stupore dinanzi a tanta barbarie nei confronti di un cristiano » Idem, voi. 2 pp. 151-153.
La tempesta d'ira esplose di nuovo, e Gerolamo fu ricondotto in carcere. Vi erano, però, nell'assemblea, degli uomini sui quali le parole da lui dette avevano prodotto una profonda impressione e che desideravano salvargli la vita. In prigione, Gerolamo ebbe la visita di dignitari della chiesa, che lo esortarono a sottomettersi al concilio e che gli fecero considerare i vantaggi e le brillanti prospettive che si sarebbero schiusi dinanzi a lui come ricompensa della sua rinuncia a opporsi a Roma. Egli, però, come il Maestro quando gli venne offerta la gloria del mondo, rimase saldo.
« Provatemi con le Sacre Scritture », egli disse, « che io sono nell'errore, e io abiurerò ».
« Le Sacre Scritture! », esclamò uno dei tentatori. « Ma come è possibile giudicare ogni cosa per mezzo di esse? Chi può capirle, finché la chiesa non le ha interpretate? ».
« Le tradizioni degli uomini », replicò Gerolamo, « sono più degne di fede del Vangelo del nostro Salvatore? Paolo non esortava coloro ai quali scriveva a prestare ascolto alle tradizioni degli uomini, ma diceva invece di investigare le Scritture ».
« Eretico! », fu la risposta. « lo mi pento di avere così a lungo discusso con te e mi rendo conto che sei guidato dal diavolo » Wylìe, vol. 3, cap. 10.
Dopo che la sentenza di condanna fu pronunciata, Gerolamo venne condotto sul luogo stesso dove Huss era stato giustiziato. Vi si recò cantando e col volto illuminato di pace e di gioia. Il suo sguardo era fisso su Gesù e per lui la morte perdeva ogni orrore. Quando il carnefice, per accendere il rogo, scivolò alle sue spalle, il martire gli disse: « Accendi pure davanti a me. Se io avessi avuto paura di morire non sarei qui! ».
Le sue ultime parole, pronunciate mentre le fiamme divampavano, furono una preghiera: « Signore, Padre onnipotente », gridò, « abbi pietà di me e perdona i miei peccati, perché tu sai che io ho sempre amato la tua verità » Bonnechose, vol. 2, p. 168. La sua voce venne meno, ma le sue labbra continuarono a muoversi in preghìera. Quando il fuoco ebbe compiuta la sua opera, le ceneri del martire, con la terra sulla quale giacevano, furono raccolte e, come quelle di Huss, gettate nel Reno.
Così morirono i fedeli testimoni di Dio; ma la luce della verità da essi proclamata, unita a quella del loro fulgido esempio di eroismo, non poteva spegnersi. Come agli uomini non è dato impedire al sole di seguire il proprio corso e di risplendere sul mondo, così essi non sarebbero riusciti a impedire il sorgere di un nuovo giorno che stava per levarsi.
L'esecuzione di Huss aveva acceso in Boemia una fiamma di indignazione e di orrore. Tutta la nazione sentiva che egli era rimasto vittima dell'astuzia dei sacerdoti e del tradimento dell'imperatore. Huss fu riconosciuto un fedele predicatore della verità; il concilio che aveva decretato la sua morte venne accusato dì assassinio, e le dottrine del riformatore finirono col richiamare un'attenzione senza precedenti. Gli scritti di Wycliff, per decreto papale, erano stati condannati alle fiamme; però una parte di essi poté essere sottratta alla distruzione. Tratti dai nascondigli dove erano stati messi, divennero oggetto di studio, insieme con la Bibbia o porzioni di essa. Così molta gente aderì alla fede riformata.
Gli uccisori di Huss non se ne stettero a contemplare il trionfo della sua causa: il papa e l'imperatore si unirono per schiacciare il movimento, e gli eserciti di Sigismondo invasero la Boemia.
Ma sorse un liberatore. Ziska, condottiero dei boemi, che poco dopo l'inizio delle ostilità diventò totalmente cieco, fu uno dei più abili generali della storia. Fidando nell'aiuto di Dio e nella giustizia della sua causa, quel popolo resistette ai più agguerriti eserciti che lo fronteggiavano. Reiteratamente l'imperatore reclutò nuove leve e invase la Boemia: ogni volta, però, egli'fu ignominiosamente respinto. Gli hussiti non temevano la morte, e così nessuno poteva resistere loro. Alcuni anni dopo, il bravo Ziska morì, ma il suo posto fu preso da Procopio, un generale altrettanto valoroso e abile e, sotto certi aspetti, migliore condottiero del predecessore.
I nemici dei boemi, sapendo che il guerriero cieco era morto, ritennero propizia l'occasione per riconquistare quello che avevano perduto. Il papa proclamò una crociata contro gli hussiti, e un poderoso esercito invase la Boemia, ma solo per andare incontro a una terribile disfatta. Fu bandita un'altra crociata, e in tutti i paesi d'Europa furono raccolti uomini, denaro e munizioni per la guerra. Innumerevoli schiere di soldati si arruolarono sotto la bandiera del papa, nella certezza che alla fine gli eretici hussiti sarebbero stati sterminati. Fiducioso nella vittoria, l'esercito penetrò in Boemia. Il popolo si riunì per respingerlo. I due eserciti opposti si avvicinarono l'uno all'altro fino a che solo un fiume li separo. « I crociati erano numericamente superiori, ma anziché attraversare il corso d'acqua e impegnare battaglia contro le forze hussite, rimasero fermi a osservare quei guerrieri » Wylie, vol. 3, cap. 17. D'improvviso un misterioso terrore si impossessò di loro e, senza colpo ferire, quella poderosa schiera di armati si disperse e si dissolse come polverizzata da un potere invisibile. L'esercito hussita, lanciatosi all'inseguímento del nemico in fuga, raccolse un immenso bottino di guerra. Così quella crociata, anziché impoverire la Boemia, l'arricchì.
Alcuni anni dopo, sotto un nuovo papa, si organizzò un'altra crociata. Come prima, uomini e mezzi furono raccolti in tutta Europa. Grandi erano gli allettamenti posti dinanzi a chi si fosse unito a questa impresa. A ogni crociato venne garantito il perdono assoluto dei più odiosi crimini commessi. Tutti coloro che sarebbero morti in battaglia avrebbero ricevuto una ricca rimunerazione celeste. Quelli che, invece, sarebbero sopravvissuti, avrebbero mietuto onori e ricchezze sul campo di battaglia. Fu messo insieme un poderoso esercito che attraversò la frontiera e invase la Boemia. Le forze hussite ripiegarono attirando gli invasori sempre più lontano dalle loro basi di partenza, e sempre più nel cuore del paese. Questa ritirata strategica degli hussiti fece credere ai crociati di avere ormai partita vinta. Ma non era così: gli eserciti di Procopio si fermarono e affrontarono gli invasori. I crociati, accortisi troppo tardi dello sbaglio commesso, ne commisero un altro: rimasero nei loro accampamenti in attesa degli sviluppi della situazione. Quando udirono il rumore delle forze nemiche che si avvicinavano, ancor prima che gli hussiti fossero in vista, furono colti da uno strano panico. Principi, generali, semplici soldati gettarono le armi e fuggirono in. ogni direzione. Invano il legato pontificio cercò di riunire quelle forze terrorizzate e disorganizzate: egli stesso fu trascinato Via dall'onda dei fuggitivi. La rotta fu totale, e di nuovo un immenso bottino cadde nelle mani dei vincitori.
Anche questa volta un potente esercito nemicol mandato dalle più forti nazioni europee e formato da uomini agguerriti, valorosi, bene addestrati e bene equipaggiati, era fuggito, senza difendersi, dinanzi ai difensori di una piccola e debole nazione. Gli invasori erano stati colpiti da un terrore soprannaturale: Colui che aveva rovesciato le schiere di Faraone al Mar Rosso, che aveva messo in fuga gli eserciti di Madian dinanzi a Gedeone e ai suoi trecento uomini, che in una sola notte aveva schiantato le forze dell'orgogliosa Assiria, aveva ancora una volta steso la sua mano per annichilire gli eserciti dell'oppressore. « Ecco là, son presi da grande spavento, ove prima non c'era spavento; poiché Dio ha disperse le ossa di quelli che ti assediavano; tu li hai coperti di confusione, perché Iddio li disdegna » Salmo 53: S.
I capi della chiesa romana, disperando di poter vincere con la forza, ricorsero alla diplomazia. Si addivenne a un compromesso che, mentre ufficialmente accordava ai boemi la libertà di coscienza, in realtà li metteva in potere di Roma. I boemi avevano precisato quattro condizioni per il trattato di pace con Roma: libera predicazione della Bibbia; diritto dell'intera chiesa a partecipare, nella comunione, al pane e al vino, e uso della lingua materna per il culto; esclusione del clero da ogni ufficio o posizione di carattere secolare; in caso di crimini, sia per i laici che per gli ecclesiastici, valeva la giurisdizione dei tribunali civili. Le autorità della chiesa romana accettarono « i quattro articoli degli hussiti, riservandosi però il diritto che essi venissero spiegati, cioè che ne fosse determinata la portata dal concilio. In altri termini, tale facoltà era concessa al papa e all'imperatore » Wylie, vol. 3, cap. 18. Su questa base l'accordo fu raggiunto; e Roma, con la dissimulazione e con la frode, riuscì a ottenere quello che non era riuscita a conseguire con la guerra. Infatti, mettendo la propria interpretazione sugli articoli proposti dagli hussiti, come anche sulla Bibbia, essa poteva pervertire il loro significato, sì da farli servire ai suoi scopi.
In Boemia molti non acconsentirono al trattato, visto che esso tradiva la loro libertà. Ne seguirono dissensi, divisioni e spargimento di sangue. In questa lotta perse la vita il prode Procopio, e con lui Praticamente ebbe fine la libertà boema.
Sigismondo, il traditore di Huss e di Gerolamo, divenne re di Boemia e dimentico del giuramento fatto di sostenere i diritti dei boemi, aprì le porte al papato. Però egli trasse ben poco profitto dal suo servilismo per Roma. Infatti, per circa vent'anni la sua esistenza era stata piena di fatiche e di pericoli, i suoi eserciti erano stati sistematicamente sconfitti e le finanze ridotte a zero dalla lunga e infruttuosa guerra. Dopo un anno di regno egli morì, lasciando la sua nazione in una situazione vicina alla guerra civile e tramandando ai posteri un nome macchiato dall'infamia.
Tumulti, risse e sangue continuarono. Il paese venne nuovamente invaso dagli eserciti stranieri, mentre i dissidi interni straziavano la nazione. Quanti rimasero fedeli al Vangelo furono oggetto di sanguinose persecuzioni.
Gli aderenti all'antica fede fondarono una chiesa che prese il nome di « Fratelli uniti ». Questo fatto attirò su loro maledizioni da ogni parte; ma la fermezza dei credenti non venne meno. Sebbene costretti a rifugiarsi nei boschi e nelle caverne, essi continuarono a riunirsi per leggere la Parola di Dio e per celebrare il loro culto.
Mediante dei messaggeri segretamente inviati in vari paesi, essi appresero che qua e là vi erano « altri confessori della verità, alcuni in una città, altri in un'altra e, come loro, oggetto di persecuzioni. In mezzo alle montagne delle Alpi esisteva un'antica chiesa rimasta fedele ai princìpi della Sacra Scrittura e che protestava contro l'idolatrica corruzione di Roma » Wylie, libro 3, cap. 19. Questa notizia fu accolta con immensa gioia e diede origine a una corrispondenza con i cristiani valdesì.
Attaccati all'Evangelo, i Boemi aspettarono, nella buia notte della persecuzione, nell'ora più oscura, volgendo lo sguardo verso l'orizzonte il sorgere del mattino. « Erano giorni tristi, ma... essi ricordavano le parole di Huss e di Gerolamo secondo cui sarebbe passato un secolo prima che spuntasse il giorno fatidico. Per i taboriti (hussiti) esse furono come le parole di Giuseppe alle tribù d'Israele: lo muoio, ma Dio per certo vi visiterà e vi farà uscire" » Ibidem. « Il periodo finale del quindicesimo secolo vide il lento ma sicuro progresso delle chiese dei fratelli, che anche se non esenti da molestie, godettero di un relativo riposo. All'inizio del sedicesimo secolo, in Boemia e in Moravia se ne contavano duecento » Ezra Hall Gillett, Life and Times of John Huss, vol. 2, p. 570. « Così risultò abbastanza numeroso il residuo che, sfuggendo alla furia devastatrice del fuoco e della spada, salutò l'alba del giorno preannunciato da Huss » Wylie, vol. 3, cap. 19.
Capitolo 7
Lutero: un Uomo per il Suo Tempo
Martin Lutero può essere considerato un personaggio di primo piano fra coloro che furono chiamati per trarre la chiesa fuori dalle tenebre papali e guidarla alla luce di una fede più pura. Zelante, pieno di fervore, devoto, privo di ogni timore che non fosse il timore di Dio, riconoscendo le Sacre Scritture come unico fondamento religioso, egli era l'uomo adatto per quel tempo. Per mezzo di lui, Dio compì la grande opera della riforma della chiesa, opera che illuminò il mondo.
Come i primi araldi dell'Evangelo, Lutero ebbe anch'egli umili natali. Trascorse i primi anni della sua vita in una modesta casetta tedesca di campagna. Suo padre, un minatore, lo aiutò con le sue magre risorse a formarsi una cultura. Voleva fame un avvocato, ma il Signore aveva in vistaun altro progetto: fare di lui l'edificatore di quel grandioso tempio che andava a poco a poco sorgendo col passare dei secoli. Vita dura, privazioni, disciplina severa: ecco la scuola alla quale l'infinita Saggezza preparò Lutero per l'importante missione della sua vita.
Il padre di Lutero era un uomo dalla mente equilibrata e attiva. Dotato di un carattere forte, era onesto, energico e retto. Il suo principio, era di fare, in ogni cosa, il proprio dovere, indipendentemente dalle conseguenze che sarebbero potute derivare. Un innato buon senso lo induceva a considerare con disapprovazione la vocazione monastica. Ben comprensibile, perciò, fu la sua delusione quando il figlio, senza il suo consenso, entrò in un convento. Trascorsero ben due anni prima che egli, pur non avendo cambiato opinione, acconsentisse a riconciliarsi con lui.
I genitori di Lutero si adoperarono molto per l'educazione dei propri figli. Cercavano di inculcare in loro la conoscenza di Dio e la pratica delle virtù cristiane. Spesso il padre pregava ad alta voce affinché il figlio udisse e potesse ricordare il nome del Signore per poi, un giorno, collaborare all'avanzamento della sua verità. Essi cercavano di profittare di ogni opportunità di sviluppo morale e intellettuale che la loro vita fatta di incessante lavoro poteva-offrire. Con lodevole perseveranza si sforzavano di preparare i figli aúna vita devota e utile. Data la fermezza del loro carattere, non di rado accadeva che si lasciassero andare a una severità eccessiva. Però lo stesso riformatore, pur riconoscendo che talvolta eccedevano, trovava nella loro disciplina più da approvare che da condannare.
A scuola, dove si recò prestissimo, Lutero fu trattato con durezza e perfino con violenza. La povertà della sua famiglia era tale che egli, per recarsi dalla casa alla scuola situata in una città vicina, era costretto a guadagnarsi il pane cantando di porta in porta. Non di rado conobbe la fame. Il suo cuore era oppresso dalle idee religiose di quell'epoca, idee ricche di superstizione. Talvolta si coricava pieno di tristezza, pensando con preoccupazione 'all'avvenire oscuro e minaccioso, e si sentiva preda del terrore all'idea di un Dio che, anziché pietoso Padre celeste, egli stimava rigido, inflessibile e tiranno.
Eppure, nonostante tutti questi scoraggiamenti, Lutero proseguiva -verso un ideale elevato di eccellenza morale e intellettuale che attirava l'anima sua. La sete di conoscenza e il carattere pratico e aperto della sua mente lo inducevano a desiderare tutto ciò che è concreto e utile, anziché quello che è vano e superficiale.
Quando, all'età di diciotto anni, egli entrò all'università di Erfurt, la sua situazione era diventata più favorevole, e le sue prospettive apparivano più luminose di quanto non lo fossero state prima. I suoi genitori, grazie alla loro attività e alla frugalità della loro vita, potevano ora assicurargli un'assistenza migliore. D'altra parte, la compagnia di amici giudiziosi valse ad alleggerire gli effetti deprimenti dell'educazione da lui precedentemente ricevuta. Lutero si applicò allo studio dei migliori autori, facendo tesoro dei loro importanti insegnamenti e assimilando il frutto della loro saggezza. Anche prima, sotto la dura disciplina dei suoi precedenti insegnanti, egli aveva dato prova di capacità non comune. Ora, per le migliorate condizioni ambientali, la sua mente poteva svilupparsi rapidamente. La sua memoria. recettiva, la sua vivida immaginazione, le sue solide capacità di ragionam ento e la sua incessante applicazione gli permisero di distinguersi fra i suoi condiscepoli. La disciplina intellettuale maturò il suo discernimento e risvegliò in lui un'intelligenza e un'acutezza di percezione che dovevano renderlo idoneo alle future lotte della vita.
Il timore di Dio, che riempiva il suo cuore, lo rendeva saldo nei suoi propositi e umile dinanzi all'Altissimo. Egli aveva un vivo senso della propria dipendenza dall'aiuto divino, e non trascurava di cominciare ogni giornata con la preghiera. Il suo cuore cercava incessantemente guida e sostegno. « Pregare bene », diceva spesso, « vale metà dello studio >> D'Aubigné, History of The Reformation of the XVI century, vol. 2, cap. 2.
Un giorno, esaminando i libri della biblioteca universitaria, Lutero scoprì la Bibbia latina. Mai prima di allora egli l'aveva vista; ne ignorava addirittura l'esistenza. Aveva letto, sì, delle porzioni dei Vangeli e delle Epistole che venivano esposte al popolo nel culto pubblico, e pensava che esse fossero tutta la Sacra Scrittura. Ora, per la prima volta, egli aveva dinanzi a sé l'intera Parola di Dio. Con un misto di timore e di stupore, egli sfogliò quelle sacre pagine e febbrilmente, col cuore palpitante, lesse le parole di vita soffermandosi qua e là per esclamare: « Oh, se Dio mi desse di possedere questo libro! » Ibidem. Gli angeli del cielo erano al suo fianco, e raggi di luce procedenti dal trono di Dio rivelavano al suo intelletto i tesori della verità. Egli aveva sempre temuto di offendere Iddio, ma ora la profonda convinzione del proprio stato di peccato si faceva ancora più viva in lui.
Un grande desiderio di essere liberato dal peccato e di trovare la pace con Dio lo indusse a consacrarsi alla vita monastica. Entrò in un convento, e qui gli furono assegnati i lavori più umili oltre al compito di mendicare di casa in casa. Egli aveva raggiunto l'età in cui maggiormente si desiderano il rispetto e l'apprezzamento, e quei compiti così bassi mortificavano non poco i suoi sentimenti naturali. Però egli sopportava pazientemente, credendo che ciò fosse reso necessario dal suo stato di colpa.
Ogni momento che egli poteva sottrarre ai suoi incarichi quotidiani era da lui dedicato allo studio. Per questo si privava del riposo e rimpiangeva perfino il tempo necessario alla consumazione di pasti frugali. Sopra ogni altra cosa, gli procurava sommo diletto lo studio della Parola di Dio. Egli aveva trovato una Bibbia incatenata al muro del convento, e ad essa spesso ricorreva. A mano a mano che cresceva in lui la convinzione del proprio peccato, Lutero si sforzava di ottenere il perdono e la pace mediante le proprie opere. Conduceva una vita molto austera, sforzandosi con digiuni, veglie e maltrattamenti inflitti al proprio corpo, di soggiogare la debolezza della sua natura. Egli non rifuggiva dinanzi a nessun sacrificio che potesse permettergli di ricevere l'approvazione di Dio. « lo fui un monaco pio », disse più tardi, « e mi attenni alle regole del mio ordine nel modo più stretto. Se mai un monaco poteva raggiungere il cielo per le sue opere monastiche, certo io ne avrei avuto tutti i diritti... Se avessi continuato, credo che avrei spinto le mie mortificazioni fino alla morte » Idem, vol. 2, cap. 3. Come conseguenza di questa dura disciplina, egli si indebolì e fu soggetto a deliqui accompagnati da spasmi. Gli effetti di questo suo stato fisico lo accompagnarono per tutta la vita. Eppure, nonostante tutti gli sforzi fatti, la sua anima oppressa non riusciva a trovare sollievo. Finì col giungere sull'orlo della disperazione.
Quando a Lutero pareva che ormai tutto fosse perduto, Dio gli fece incontrare un amico che gli fu di grande aiuto. Il pio Staupitz dischiuse alla mente di Lutero la Parola di Dio e lo indusse a guardare non a se stesso, non alle immense punizioni derivanti dalla violazione della legge di Dio, ma a Gesù, il Salvatore che perdona. « Invece dì torturarti a motivo dei tuoi peccati », gli diceva, « gettati nelle braccia del Redentore. Abbi fiducia in lui, abbi fiducia nella giustizia della sua vita, nell'espiazione assicurata dalla sua morte... Ascolta il Figliuolo di Dio. Egli si fece uomo per darti la certezza del favore divino. Ama chi per primo ti amò » Idem, vol. 2, cap. 4. Così parlò questo messaggero di misericordia, e le sue parole produssero una profonda impressione sulla mente di Lutero che, dopo tante lotte, poté finalmente conoscere la verità e avere la pace dell'anima.
Lutero fu consacrato prete e chiamato all'insegnamento nell'università di Wittenberg. Qui egli si applicò allo studio delle Sacre Scritture nelle loro lingue originali; cominciò a tenere conferenze sulla Bibbia, e da quel momento il libro dei Salmi, gli Evangeli e le Epistole furono spiegati a folle di ascoltatori entusiastici. Staupitz, suo amico e superiore, lo spinse a salire sul pulpito e a predicare la Parola di Dio. Lutero esitava, non ritenendosi degno di parlare alla gente nel nome di Cristo, e fu solo dopo una lunga lotta che cedette alle sollecitazioni dei suoi amici. Egli era già potente nelle Scritture, e la grazia di Dio riposava su di lui. La sua eloquenza conquistava gli uditori, e la chiarezza e la potenza con le quali egli presentava la verità convincevano le menti, mentre il suo fervore toccava i cuori.
Lutero era ancora un sincero figlio della chiesa papale, e mai avrebbe immaginato di poter essere altrimenti. Nella provvidenza di Diol fu chiamato a visitare Roma. Fece il viaggio a piedi, soffermandosi nel monasteri che trovava lungo la via. In un convento italiano rimase stupito della ricchezza, della magnificenza e del lusso che vi regnavano. Godendo di rendite principesche, i frati vivevano in splendidi alloggi, indossavano abiti costosi e sedevano dinanzi a una mensa sontuosa. Con vivo dolore, Lutero stabilì il contrasto fra quella scena e quella rappresentata dalla rinuncia e dall'austerità della propria vita. Cominciava a essere perplesso.
Finalmente egli scorse in distanza la città dai sette colli. Con profonda emozione si prostrò per terra ed esclamò: « Santa Roma, ti saluto! » Idem, vol. 2, cap. 6. Entrò nella città, visitò le chiese, ascoltò i favolosi racconti ripetuti da preti e da monaci ed eseguì tutti i riti prescritti. Ovunque, egli contemplava scene che lo riempivano di sorpresa e di orrore. Vide che l'iniquità si annidava in ogni classe del clero; udì barzellette indecenti da parte di prelati, e fu dolorosamente scosso quando si accorse che perfino nella messa non veniva risparmiata la profanazione. Nei suoi contatti con i monaci e con la gente del comune popolo, notò che la dissolutezza e la deboscia imperavano dappertutto. Da ogni parte egli incontrava la profanazione, anche là dove avrebbe dovuto regnare la santità. « Nessuno può immaginare », egli scrisse, « quali peccati e quali azioni infamanti si commettono a Roma. Bisogna vedere e udire per credere. Si suol dire: se c'è un inferno, Roma vi è edificata sopra. Roma è un abisso dal quale scaturiscono ogní sorta di peccati » Ibidem.
Con recente decreto, il pontefice aveva promesso un'indulgenza a tutti coloro che avrebbero salito in ginocchio la « scala di Pilato », scala dalla quale si diceva fosse disceso Gesù quando uscì dalla sala del giudizio del procuratore romano, e che era stata miracolosamente trasportata da Gerusalemme a Roma. Un giorno, Lutero saliva devotamente queì gradini quando d'improvviso gli parve di udire una voce che, simile a tuono, diceva: « Il giusto vivrà per fede! » Romani 1: 17. Egli balzò in piedi e se ne andò, pieno di vergogna e di orrore. Quel testo biblico lasciò una traccia indelebile nella sua anima. Da allora egli scorse ancora più chiaramente di prima tutta la fallacità delle opere umane intese a ottenere la salvezza, e capì l'assoluta necessità di una costante fede nei meriti di Cristo. I suoi occhi erano stati aperti e non si sarebbero più chiusi dinanzi agli inganni del papato. Quando distolse il suo volto da Roma, lo distolse anche nell'intimo del proprio cuore; e da quel giorno la separazione andò sempre aumentando per poi sfociare nella piena rottura di ogni rapporto con la chiesa romana.
Dopo il ritorno da Roma, Lutero conseguì, all'università di Wittenberg, la laurea in teologia. Ora egli poteva consacrarsi in pieno alle Sacre Scritture che tanto amava. Aveva fatto voto di studiare accuratamente e di predicare fedelmente la Parola di Dio, anziché i detti e le dottrine di Roma, tutti i giorni della sua vita. Egli ora non era più semplicemente un monaco o un professore, ma l'araldo autorizzato della Bibbia: si sentiva chiamato a essere pastore della greggia di Dio e a pascerla. Quella greggia aveva fame e sete di verità. Lutero dichiarò con fermezza che i cristiani non dovevano accettare altra dottrina se non quella che si basa sull'autorità delle Sacre Scritture. Tale affermazione minava alla base la pretesa supremazia papale e conteneva il principio vitale della Riforma.
Lutero scorgeva il pericolo che si annídava nell'abitudine di esaltare le teorie umane al di sopra della Parola di Dio e, impavido, attaccò I’lncredulità speculativa degli ecclesiastici e lottò sia contro la filosofia, sia contro la teologia, colpevoli entrambe di avere esercitato tanto a lungo la loro presa sul popolo. Egli denunciò tali studi non solo perché ìnutili, ma perché nocivi; e cercò di distogliere la mente dei suoi ascoltatori dai sofismi dei filosofi per rivolgerla alle verità eterne esposte dai profeti e dagli apostoli.
Il messaggio da lui rivolto alle moltitudini che pendevano ansiose dalle sue labbra, fu prezioso. Mai prima di allora simili insegnamenti erano giunti alle loro orecchie. La lieta notizia dell'amore del Cristo Salvatore, la certezza del perdono e della pace mediante il sangue sparso per la remissione dei peccati, rallegravano i cuori e infondevano in loro una speranza immortale. A Wittenberg si accese una luce i cui raggi si sarebbero estesi fino agli estremi limiti della terra, luce che col passare del tempo si sarebbe fatta sempre più risplendente.
Però, luce e tenebre non possono coesistere: fra verità ed errore esiste un irriducibile conflitto. Sostenere e difendere la prima significa attaccare e abbattere il secondo. Il nostro Salvatore stesso lo ha dichiarato: « Io non son venuto a metter pace, ma spada » Matteo 10: 34. Alcuni anni dopo l'inizio della Riforma, Lutero disse: « Dio non mi guida: mi spinge avanti, anzi mi trascina addirittura! lo non sono padrone di me stesso. Vorrei vivere tranquillo e invece mi sento gettato in mezzo ai tumulti e alle rivoluzioni » D'Aubigne, vol. 5, cap. 2. Ora egli stava per essere gettato proprio nel vivo della lotta.
La chiesa romana aveva fatto mercato della grazia di Dio. Le tavole dei cambiavalute (Matteo 21: 12) erano state installate accanto agli altari, e l'aria risuonava delle grida dei venditori e dei compratori. Col pretesto di raccogliere il denaro occorrente all'erezione della basilica di San Pietro a Roma, vennero messe pubblicamente in vendita le indulgenze per il peccato, con l'autorizzazione del pontefice. Col prezzo del delitto si voleva erigere un tempio per l'adorazione di Dio, tempio la cui pietra angolare avrebbe avuto come sostegno un salario di iniquità. Però i mezzi escogitati per l'accrescimento di Roma provocarono un colpo mortale che si abbatté sulla sua potenza e sulla sua grandezza. Fu così che sorse il più deciso e vittorioso oppositore del papato, e che ebbe origine la lotta che avrebbe scosso il trono pontificio e messo in pericolo il triregno che cingeva la fronte del Papa.
Tetzel -l'ufficiale incaricato della vendita delle indulgenze in Germania- si era macchiato di volgari offese contro la società e contro la legge. Riuscito a sottrarsi al castigo che i suoi crimini meritavano, era stato invitato a propagandare i progetti mercenari e privi di scrupoli di Roma. Con grande sfrontatezza, Tetzel ripeteva le più audaci falsità e narrava favole meravigliose per ingannare la gente ignorante, credula e superstiziosa. Se questa avesse posseduto la Parola di -Dio, non si sarebbe lasciata ingannare. Purtroppo, però, la Bibbia era stata tolta al popolo per tenerlo sotto il dominio papale e accrescere, allo stesso tempo, la potenza e la ricchezza degli ambiziosi dignitari ecclesiastici - (Vedi John C. L. Gieseler, A Compendium of Ecclesiastical History, per. 4, sez. 1, par. 5).
Quando Tetzel entrava in una città, era preceduto da un messaggero che annunciava: « La grazia di Dio e del "Santo Padre" è alle vostre porte » D'Aubigné, vol. 3, cap. I. La gente accoglieva il blasfemo presuntuoso come se fosse stato Dio stesso sceso dal cielo in terra. L'odioso traffico si installò nella chiesa e Tetzel, salito sul pulpito, presentò le indulgenze come il più prezioso dono di Dio. Egli dichiarava che in virtù dei -certificati di perdono, tutti i peccati che l'acquirente avrebbe avuto l'intenzione di commettere gli sarebbero stati perdonati e che « non era necessario alcun pentimento » Ibidem. Oltre a ciò, egli assicurava gli uditori che le indulgenze avevano il potere di salvare non solo i vivi, ma anche i morti. Aggiungeva che non appena la moneta toccava il fondo della cassa, l'anima, per la quale l'indulgenza era stata comperata, lasciava il purgatorio per salire in paradiso (Vedi K. R. Hagenbach, History of the Reformation, vol. 1, p. 96).
Quando Simon Mago volle acquistare il potere di fare dei miracoli, Pietro gli rispose: « Vada il tuo danaro teco in perdizione, poiché hai stimato che il dono di Dio si acquisti con danaro » Atti 8: 20. Ma l'offerta di Tetzel venne accolta con entusiasmo da migliaia di persone, e così oro e argento affluirono nelle casse. Una salvezza che si poteva comperare con denaro era per molti preferibile a quella che esigeva pentimento, fede e diligente sforzo per resistere al peccato e vincerlo (9).
Nella chiesa romana, la dottrina delle indulgenze era stata combattuta da uomini dotti e pii, e non pochi erano coloro che non crede
vano a una pretesa cosi contraria alla ragione e alla rivelazione. Nessun prelato ardiva levare la propria voce contro questo empio traffico; però le menti degli uomini erano turbate e si sentivano a disagio. Molti si chiedevano, ansiosi, se Dio non sì sarebbe servito di qualche strumento per purificare la sua chiesa.
Lutero, pur essendo ancora uno stretto papista, provava orrore dinanzi alla sfrontatezza blasfema dei mercanti di indulgenze. Molti della sua congregazione, che avevano comperato il certificato di perdono, andarono da lui confessando vari falli e chiedendo l'assoluzione sulla base dell'indulgenza. Lutero ricusò di assolverli e li avvertì che se non si fossero pentiti e non avessero riformato la loro vita sarebbero periti nei loro peccati. Perplessi, essi ritornarono da Tetzel lamentandosi che il loro confessore aveva respinto il certificato di indulgenza, e alcuni, addirittura, chiesero il rimborso del denaro pagato. Il frate, furibondo, si lasciò andare alle più terribili maledizioni, dichìarando di avere ricevuto dal papa « l'ordine di bruciare tutti gli eretici che avessero osato opporsi alle sue santissime indulgenze » D'Aubigné, vol. 3, cap. 4.
Lutero allora entrò in lizza come campione della verità. La sua voce risuonò dall'alto del pulpito per dare i solenni avvertimenti. Egli mise dinanzi al popolo il carattere odioso del peccato e affermò che era impossibile all'uomo riuscire, con le sue opere, a sminuire la propria colpa o a sottrarsi al castigo. Solo il pentimento e la fede in Cristo possono salvare il peccatore. Egli suggeriva ai fedeli di astenersi dall'acquisto delle indulgenze e li esortava a guardare con fede al Salvatore crocifisso. Narrò la sua dolorosa esperienza personale e la sua vana ricerca della salvezza mediante l'umiliazione e la penitenza, e assicurò gli uditori di avere trovato la pace e la gioia solo rivolgendosi a Gesù e confidando in lui.
Poiché Tetzel continuava il suo traffico e insisteva nelle sue empie pretese, Lutero decise di ricorrere a una protesta più efficace contro simili abusi. Di lì a poco gli si presentò un'occasione opportuna. La chiesa del castello di Wittenberg possedeva molte reliquie, che in determinati giorni di festa venivano esposte al pubblico. A tutti coloro che visitavano la chiesa e si confessavano, era accordata la piena remissione dei peccati. In quelle ricorrenze la gente affluiva numerosa. Il giorno precedente la festa di Ognissanti (31 ottobre 1517. N.d.T.), Lutero affisse sulla porta della chiesa un foglio contenente novantacinque tesi contro la dottrina delle indulgenze, e si dichiarò pronto a difenderle l'indomani, all'università, contro chiunque avesse voluto attaccarle.
Le tesi attrassero l'attenzione di tutti. Furono lette e rilette, ripetute in ogni direzione. In città e all'università venne a crearsi un'atmosfera di grande eccitazione. Con le tesi si dimostrava che la facoltà di accordare il perdono dei peccati e la remissione della pena non era stata mai data né al papa, né a qualsiasi altro uomo. L'intero sistema delle indulgenze non era che una farsa, un artificio inteso a estorcere denaro facendo leva sulla superstizione della gente; un'astuzia di Satana per distruggere le anime di coloro che confidavano in quelle bugiarde pretese. Era anche chiaramente dimostrato che l'Evangelo di Cristo è il più ricco tesoro della chiesa e che la grazia di Dio, in esso rivelata, viene gratuitamente accordata a chiunque la cerchi col pentimento e con la fede.
Le tesi di Lutero invitavano alla discussione, ma nessuno raccolse la sfida. Le domande che egli proponeva furono conosciute, nel giro di p ochi giorni, in tutta la Germania, e in poche settimane si diffusero per tutto il mondo cristiano. Molti devoti cattolici che avevano visto l’iniquità dominare nella chiesa e se ne erano lagnati, pur non sapendo che cosa fare per frenarne il progresso, lessero le tesi con viva gioia, riconoscendo in esse la voce di Dio. Si rendevano conto che il Signore aveva steso la sua mano per arrestare l'ondata di corruzione che minacciava di travolgere la chiesa. Principi e magistrati si rallegravano segretamente che fosse stato posto un argine all'arrogante potere che negava il diritto di appello alle sue decisioni.
Nondimeno, moltissimi erano quelli che, amando il peccato ed essendo vittime della superstizione, rimasero sgomenti quando furono spazzati via i sofismi che avevano placato i loro timori. Astuti ecclesiastici, ostacolati nella loro opera intesa a sanzionare il crimine, vedendo che i loro guadagni erano in pericolo, si irritarono e si sforzarono di difendere le loro pretese. Così il riformatore dovette affrontare accaniti oppositori. Alcuni lo accusavano di agire precipitosamente, mosso dall'impulso; altri lo accusavano di presunzione, affermando che egli non era guidato da Dio, ma dall’orgoglio e dalla sete di supremazia. « Chi non sa », egli replicava, « che un uomo raramente si fa propugnatore di una nuova idea, senza che ciò gli attiri l'accusa di orgoglio e di voler suscitare delle polemiche?... Perché Cristo e i martiri furono messi a morte? Perché ritenuti presuntuosi, osteggiatori della saggezza del loro tempo e perché sostenevano idee nuove, senza prendere consiglio dagli oracoli delle antiche opinioni » Idem, vol. 3, cap. 6.
Aggiungeva: « Qualunque cosa io faccio, la farò non secondo la prudenza degli uomini, ma secondo il consiglio di Dio. Se l'opera è da Dio, chi potrà impedirla? Se non lo è, chi potrà farla progredire? Non la mia, non la loro, non la nostra; ma la tua volontà, Padre santo che sei nel cieli » Ibidem.
Sebbene Lutero fosse stato mosso dallo Spirito di Dio a cominciare la sua opera, non doveva proseguirla senza affrontare dure lotte. L'opposizione dei nemici, le loro calunnie sul suo operato e sui motivi che lo spingevano, si abbatterono su di lui come un travolgente diluvio, e non mancarono di far sentire i loro effetti. Lutero pensava che i capi del popolo, nella chiesa e nelle scuole, si sarebbero uniti a lui nei suoi tentativi di riforma. Parole di incoraggiamento, da parte di quanti occupavano posizioni importanti, gli avevano dato gioia e speranza. Egli aveva previsto per la chiesa l'alba di un giorno più luminoso. Purtroppo, l'incoraggiamento si mutò in rimprovero e in condanna. Molti dignitari della chiesa e dello stato erano convinti della giustezza delle sue tesi, però non tardarono a rendersi conto che accettarle significava virtualmente la diminuzione dell'autorità di Roma e di conseguenza l'inaridimento di -quei rivoli che alimentavano il suo tesoro. Ne sarebbe così derivata una sensibile diminuzione dei benefici che rendevano possibili la stravaganza e il lusso dei capi della chiesa. Inoltre, insegnare alla gente a pensare e ad agire come esseri responsabili, guardando solo a Cristo per la salvezza, voleva dire rovesciare il trono papale e forse distruggere anche la propria autorità. Per questi motivi, essi respinsero la conoscenza che veniva loro offerta da Dio e si schierarono contro Cristo e contro la verità, opponendosi all'uomo che Egli aveva mandato per illuminarli.
Lutero, nel pensare a se stesso tremava: un uomo che si opponeva alle maggiori potenze della terra! Talvolta lo assaliva il dubbio: era stato davvero guidato da Dio nella sua opposizione all'autorità della chiesa? « Chi ero io », scriveva, « per oppormi alla maestà del papa, dinanzi al quale... i re della terra e il mondo intero tremavano?... Nessuno può sapere quanto il mio cuore soffrì durante quei primi due anni e in quale desolazione - quasi oserei dire disperazione - ero piombato » Ibidem. Lutero, pertanto, non si perdette di animo perché, quando gli venne meno l'appoggio umano, guardò a Dio e seppe di potersi appoggiare fiducioso sul suo braccio onnipotente.
A un amico della Riforma, Lutero scrisse:' « Noi non possiamo pervenire alla comprensione della Scrittura col semplice studio o con la sola intelligenza. Tuo primo dovere è di cominciare con la preghiera. Chiedi a Dio di accordarti, nella sua grande misericordia, la facoltà di capire la sua Parola. Non c'è altro interprete di essa all'infuori del suo Autore. Egli stesso lo ha dichiarato: "Essi saranno tutti ammaestrati da Dio". Non aspettarti nulla dai tuoi sforzi, dal tuo raziocinio, ma fida in pieno e unicamente in Dio e nell'azione del suo Spirito. Credi questo sulla parola di un uomo che ne ha fatta l'esperienza » Idem, vol. 3, cap. 7. C'è qui una lezione di vitale importanza per chi si sente chiamato a presentare agli altri le solenni verità dell'ora presente. Queste verità provocheranno l'inimicizia di Satana e degli uomini che preferiscono le favole da lui architettate. Nella lotta contro le potenze del male, è necessario qualcosa di più che il vigore dell'intelletto e della sapienza umana.
Quando i nemici facevano appello alle usanze, alla tradizione, oppure alle affermazioni e all'autorità del papa, Lutero li affrontava con la Bibbia. In essa vi erano argomenti ai quali essi non potevano replicare. Per conseguenza, gli schiavi del formalismo e delle superstizioni chiedevano il suo sangue, come i giudei avevano chiesto il sangue di Cristo. « t un eretico! », gridavano gli zeloti romani. « t, un alto tradimento verso la chiesa lasciare che simile eretico viva un'ora di più. Che si innalzi subito il natibolo per lui! » Idem, vol. 3, cap. 9. Lutero, però, non fu preda della loro ira: Dio aveva in programma un'opera per lui, e gli angeli del cielo furono mandati a proteggerlo. Molti, però, che avevano ricevuto da lui la preziosa luce, furono oggetto dell'ira di Satana, e per amore della verità affrontarono impavidi la tortura e la morte.
Gli insegnamenti di Lutero richiamarono in tutta la Germania l'attenzione delle menti riflessive. Dai suoi sermoni e dai suoi scritti scaturivano fasci di luce che svegliavano e illuminavano migliaia di persone. Una fede vivente prendeva il posto del morto formalismo nel quale la chiesa era stata così a lungo tenuta. La gente andava perdendo giorno per giorno la fiducia nelle superstizioni del Romanesimo e crollavano, a una a una, le barriere del pregiudizio. La Parola di Dio, con la quale Lutero affrontava ogni dottrina e ogni pretesa della chiesa, era simile a una spada a due tagli che penetrava nel cuore del popolo. Ovunque si notava il risveglio e il desiderio di progresso spirituale. Ovunque c'era fame e sete di giustizia, quali da secoli non si erano verificate. Gli occhi della gente, a lungo rivolti sui riti umani e sui mediatori terreni, si volgevano ora con fede e pentimento a Cristo.
Questo interesse dilagante contribuì ad accrescere i timori delle autorità papali. Lutero fu invitato a presentarsi a Roma per rispondere all'accusa di eresia. L'ordine riempì di sgomento i suoi amici, i quali sapevano molto bene quale pericolo lo avrebbe minacciato in quella città, già ebbra del sangue dei martiri di Gesù. Per conseguenza, essi protestarono contro tale ordine e chiesero che Lutero venisse giudicato in Germania.
L'accordo fu raggiunto, e il papa nominò un suo legato perché si occupasse del caso. Nelle direttive impartite dal pontefice, il legato fu avvertito che Lutero era già stato dichiarato eretico, e fu invitato a « procedere e a costringere senza ritardo ». Qualora Lutero fosse rimasto sulle sue posizioni, il legato, se non fosse riuscito a impadronirsi della sua persona, aveva ampia facoltà di « dichiararlo proscritto in ogni parte della Germania e di bandire, maledicendo e scomunicando, chiunque si fosse unito a lui » Idem, vol. 4, cap. 2. Oltre a ciò il papa suggerì al legato, nell'intento di estirpare la pestilenziale eresia, di scomunicare tutti coloro che, indipendentemente dalla dignità rivestita - eccezion fatta per l'imperatore - si fossero rifiutati di arrestare Lutero e i suoi seguaci, per consegnarli alla vendetta di Roma.
In questo si manifesta il vero spirito del papato. Nessuna traccia di principi cristiani o di comune giustizia si può trovare in tutto il documento. Lutero abitava molto lontano da Roma e non aveva nessuna possibilità di spiegare o di difendere la sua posizione; eppure, ancor prima che il suo caso fosse preso in esame, egli era stato dichiarato eretico e nello stesso giorno esortato, accusato, giudicato e condannato. Tutto questo per opera del « santo padre », dell'unica autorità suprema e infallibile nella chiesa e nello stato!
Fu allora, quando cioè Lutero sentiva un vivo bisogno di simpatia e di consiglio, che Dio nella sua provvidenza mandò a Wittenberg Melantone. Giovane, modesto, circospetto, dotato di sano discernimento, in possesso di una vasta cultura, ricco di una eloquenza trascinatrice, il tutto congiunto con la purezza e la rettitudine del carattere, Melantone seppe conquistarsi la stima e l'ammirazione generali. La dovizia dei suoi talenti era non meno notevole della bontà del suo animo. Egli divenne ben presto fervente discepolo del Vangelo e fedele amico di Lutero, oltre che suo valido sostenitore. La sua compitezza, la sua prudenza e il suo tatto erano il degno complemento del coraggio e dell'energia di Lutero. La loro unione aggiunse vigore alla Riforma e fu per Lutero una fonte di grande incoraggiamento.
Augusta era stata designata come sede dell'incontro. Il riformatore si mise in cammino, a piedi, per raggiungere detta località. Seri timori esistevano per la sua incolumità. Infatti, era stato detto apertamente che egli sarebbe stato preso e ucciso durante il viaggio. I suoi amici lo scongiurarono di non affrontare un'avventura così rischiosa, e giunsero perfino a suggerirgli di abbandonare Wittenberg per un po' di tempo e di rifugiarsi presso chi, con gioia, gli avrebbe offerto un asilo sicuro. Egli, però, non intendeva abbandonare il posto assegnatogli da Dio: sentiva di dover serbare fedelmente la verità, nonostante le tempeste che minacciavano di abbattersi su di lui. Diceva: « lo sono. come Geremia: uomo di lotta e di contesa; però più aumentano le minacce, più aumenta la mia gioia... Essi hanno distrutto il mio onore e la mia reputazione. Rimane solo questo mio povero corpo. Se lo prendano! Abbrevieranno la mia vita di poche ore. Però, quanto all'anima, essi non possono prenderla. Chi vuole proclamare al mondo la verità di Cristo, deve aspettarsi la morte a ogni istante » Ideml vol. 4, cap. 4.
La notizia dell'arrivo di Lutero ad Augusta riempì di soddisfazione il legato pontificio. Il « turbolento eretico », che andava suscitando sempre più l'attenzione del mondo, sembrava ora in potere di Roma. Il legato decise di non lasciarselo sfuggire. Il riformatore aveva omesso di munirsi di un salvacondotto, e i suoi amici lo avevano esortato a non presentarsi dinanzi al legato senza tale documento; si erano anzi adoperati per procurargliene uno rilasciato dall'imperatore. Il legato intendeva costringere Lutero a ritrattare e, qualora non vi fosse riuscito, mandarlo a Roma dove avrebbe condiviso la sorte di Huss e di Gerolamo. Per questo, tramite i suoi agenti, cercava di indurre Lutero a presentarsi a lui senza salvacondotto, affidandosi alla sua misericordia. Il riformatore rifiutò energicamente di aderire a tale richiesta e si presentò all'ambasciatore papale solo dopo aver ricevuto il documento che gli garantiva la protezione dell'imperatore.
Con abile mossa politica, i partigiani del papa avevano deciso dì conquistare Lutero con un'apparenza di bontà. Il legato, nel colloquio che ebbe con lui, si dimostrò amichevole, però invitò Lutero a sottomettersi implicitamente all'autori.tà della chiesa e a rinunciare, senza discutere, alle proprie ìdee. Egli non aveva giustamente valutato il carattere dell'uomo che gli stava dinanzi. Lutero, rispondendo, espresse il proprio rispetto per la chiesa, il proprio desiderio di verità, la propria prontezza a rispondere a tutte le obiezioni relative al proprio insegnamento, e si dichiarò pronto a sottoporre le proprie dottrine alla decisione delle università che andavano per la maggiore. Però, allo stesso tempo, protestò contro l'invito del cardinale che gli chiedeva di ritrattare, senza dimostrargli in che cosa consistesse il suo errore.
La risposta fu: « Ritratta! Ritratta! ». Il riformatore dimostrò come la sua posizione fosse sostenuta dalle Scritture, e dichiarò con fermezza che non avrebbe mai rinunciato alla verità. Il legato, incapace di ribattere gli argomenti di Lutero, lo investì con un'ondata di rimproveri, di sarcasmi e di lusinghe, inserendo qua e là citazioni tratte dalle tradizioni dei padri e non dando al riformatore alcuna possibilità di parlare. Lutero, visto che la conversazione era del tutto inutile, chiese e ottenne, sia pure con riluttanza, di poter rispondere per iscritto.
« Così facendo », egli scrisse a un amico, « chi è oppresso ha un duplice vantaggio: primo, quello che è scritto può essere sottoposto al giudizio altrui; secondo, si ha una migliore opportunità di agire sui timori, se non sulla coscienza, di un despota arrogante e verboso che, caso diverso, finirebbe con l'avere il sopravvento col suo linguaggio imperioso >> Martyn, The Life and Times of Luther, pp. 271, 272.
Al colloquio successivo, Lutero presentò un'esposizione chiara, concisa e convincente delle proprie idee, accompagnata da numerose e adeguate citazioni bíbliche. Dopo averla letta ad alta voce, la consegnò al cardinale che, con un gesto di disprezzo, la mise da una parte e disse che si trattava solo di una massa di parole oziose e di citazioni senza costrutto. A questo punto, Lutero affrontò l'altezzoso prelato sul suo stesso terreno -tradizioni e insegnamenti della chiesa- confutando tutte le sue affermazioni.
Quando il legato si rese conto che il ragionamento di Lutero non poteva essere refutato, perdette ogni controllo e furibondo gridò: « Ritratta o ti manderò a Roma per comparire davanti ai giudici incaricati di esaminare il tuo caso! lo scomunicherò te, i tuoi sostenitori e tutti coloro che vorranno spalleggiarti, e li caccerò dalla chiesa! ». Poi, con tono altezzoso e collerico aggiunse: « Ritratta o non tornare mai più » D'Aubigné, vol. 4, cap. 8.
Il riformatore si ritirò, accompagnato dai suoi amici, facendo chiaramente comprendere che da lui non ci si doveva aspettare alcuna ritrattazione. Questo, però, non era quello che si era ripromesso il cardinale legato. Egli si era lusingato di riuscire, con la violenza, a indurre Lutero a sottomettersi. Rimasto solo con i suoi collaboratori, li guardò uno per uno, deluso e contrariato dall'inattesa conclusione.
Gli sforzi fatti da Lutero in quell'occasione non rimasero senza risultato. I numerosi presenti avevano avuto modo di confrontare i due uomini e di giudicare personalmente lo spirito da essi manifestato, come anche di valutare la forza e la veracità delle rispettive posizioni. Quale contrasto! Il riformatore, semplice, umile, impavido, si presentava sostenuto dalla potenza di Dio, con la verità dalla sua parte. Il rappresentante del papa, pieno di sé, altezzoso, irragionevole, privo di qualsiasi argomento scritturale, gridava: « Ritratta! o sarai mandato a Roma per esservi punito! ».
Nonostante Lutero fosse munito di un regolare salvacondotto, i partigiani del Papa complottavano di prenderlo e di chiuderlo in carcere. Gli amici del riformatore insistevano che era inutile prolungare il soggiorno, e che era meglio per lui rientrare a Wittenberg senza indugio, dopo aver preso le necessarie precauzioni per tener celati i propri movimenti. Egli, allora, lasciò Augusta prima dell'alba, a cavallo, accompagnato solo da una guida fornitagli dal magistrato. Con molti tristi presentimenti, egli percorse in silenzio, per non richiamare l'attenzione dei nemici che vigilanti e crudeli complottavano per la sua eliminazione, le oscure e strette vie della città. Sarebbe riuscito a sottrarsi alle insidie che lo minacciavano? -Furono I quelli, momenti di ansia e di fervida preghiera. Finalmente, egli giunse a una porticina nel muro della città. Gli fu aperta, e una volta fuori i due si affrettarono ad allontanarsi, prima che il legato fosse messo al corrente dell'accaduto. Quando questi seppe della fuga, Lutero e la sua guida erano ormai fuori tiro. Satana e i suoi complici erano stati sconfitti: l'uomo che volevano far prigio niero era partito, sottranedosi, come un uccello, al laccio dell'uccellatore.
All'annuncio della scomparsa di Lutero, il legato rimase sorpreso e si abbandonò a un parossismo di collera. Egli sperava di ricevere grandi elogi per la saggezza e la fermezza dimostrate nel trattare col disturbatore della chiesa. Purtroppo, invece, le sue speranze erano state frustrate. In una lettera a Federico, elettore di Sassonia, egli manifestò la propria contrarietà, denunciando con acredine Lutero e invitando Federico a mandare il riformatore a Roma, oppure a bandirlo dalla Sassonia.
A sua difesa, Lutero chiese che il legato, oppure il papa, dimostrasse con la Bibbia in che cosa consistevano i suoi errori, e si impegnò solennemente a rinunciare alle proprie dottrine qualora esse fossero risultate in contrasto con la Parola di Dio. Inoltre, egli espresse la propria gratitudine al Signore che lo aveva ritenuto degno di soffrire per una causa cosi santa.
L'elettore possedeva solo una parziale conoscenza delle dottrine del riformatore, ma era rimasto profondamente impressionato dal candore, dalla forza e dalla chiarezza delle parole di Lutero. Fino a che il riformatore non fosse stato convinto di errore, Federico era deciso a ergersi a suo protettore. In risposta alla richiesta del legato, scrisse: « Poiché il dottor Martino si è presentato ad Augusta, lei dovrebbe esserne soddisfatto. Noi non ci aspettavamo che lei si sarebbe sforzato di indurlo a ritrattare, senza prima averlo convinto dei suoi errori. Nessuno dei dotti del nostro principato mi ha informato che la dottrina di Martino è empia, anticristiana o eretica ». Così, il principe ricusò di mandare Lutero a Roma o di espellerlo dai suoi stati » D'Aubigné, vol. 4, cap. 10.
L'elettore aveva notato la generale rilassatezza esistente nel campo della moralità sociale e si era reso conto della necessità di un'opera di riforma. I complicati e dispendiosi provvedimenti presi per reprimere e per punire le azioni illegali sarebbero risultati vani se gli uomini non si fossero decisi a riconoscere e a rispettare le esigenze divine e i dettami di una coscienza illuminata. Egli vide che Lutero si adoperava all'attuazione di tale scopo, e segretamente si rallegrava che nella chiesa fosse penetrata e operasse una ventata di miglioramento.
Si convinse, inoltre, che Lutero come professore universitario sapeva il fatto suo. Era trascorso solo un anno da quando il riformatore aveva affisso le tesi sulla porta della chiesa del castello, e già si notava una forte diminuzione del numero di pellegrini che per la festa di Ognissanti visitavano quella chiesa. Roma veniva privata di adoratori e di offerte, il cui posto era preso da un'altra categoria di persone: giungevano a Wittenberg non pellegrini che adoravano le reliquie, ma studenti i quali affollavano le aule universitarie. Gli scritti di Lutero avevano acceso dappertutto un nuovo interesse per le Sacre Scritture; e così non solo dalla Germania, ma da altre nazioni gli studenti affluivano a quell'università. Dei giovani, arrivando per la prima volta in vista di Wittenberg, « levavano le braccia al cielo e lodavano Iddio che aveva fatto risplendere da quella città, come anticamente da Sion, la luce della verità, luce che doveva estendersi alle più remote regioni » Ibidem.
Intanto Lutero si era solo parzialmente convertito degli errori del Romanesimo. Comunque, confrontando i sacri oracoli con i decreti e le costituzioni papali, rimaneva stupito. « Io leggo », scriveva, « i decreti dei pontefici e... non so se il papa è l'anticristo stesso o il suo apostolo, tanto in essi Cristo viene travisato e crocifisso » Idem, vol. 5, cap. l. Lutero era tuttora un sostenitore della chiesa romana, e neppure lontanamente immaginava di doversene separare.
Gli scritti del riformatore e le sue dottrine si diffondevano in ogni nazione del mondo cristiano. L'opera si propagava in Olanda e in Svizzera. Copie dei suoi scritti finirono in Francia e in Spagna. In Inghilterra, i suoi insegnamenti furono accolti come parole di vita. Anche nel Belgio e in Italia la luce si affermò. A migliaia le persone si scuotevano dal loro sopore mortale e aprivano gli occhi alla gioia e alla speranza di una vita di fede.
Roma si preoccupava sempre più degli attacchi di Lutero; e alcuni fanatici avversari del riformatore, come anche dei dottori di università cattoliche, affermarono che chi avesse ucciso il monaco ribelle non avrebbe commesso peccato. Un giorno uno sconosciuto, con una pistola nascosta sotto il mantello, si avvicinò a Lutero e gli chiese perché andasse in giro da solo. « Io sono nelle mani di Dio », fu la risposta. « Egli è la mia forza e il mio scudo. Che cosa può farmi l'uomo? » Idem vol. 6, cap. 2. A queste parole l'uomo impallidì e fuggì come se si fosse trovato in presenza degli angeli del cielo.
Roma pensava all'eliminazione di Lutero, ma Dio lo difendeva. Le sue dottrine echeggiavano dappertutto, « nelle case di campagna, nei conventi... nei castelli dei nobili, nelle università e perfino nei palazzi dei re. Da ogni parte, nobiluomini si ergevano a suoi paladini per sostenerlo nei suoi sforzi » Ibidem.
Fu intorno a quell'epoca che Lutero, leggendo le opere di Huss, seppe che la grande verità della giustificazione per fede, che egli si sforzava di sostenere e di predicare, era già nota al riformatore boemo e da lui proclamata. « Noi siamo tutti: Paolo, Agostíno e io stesso, degli hussiti senza saperlo... Certo Dio ricorderà al mondo che tale verità gli è stata predicata un secolo fa ed è stata bruciata » Wylie, vol. 6, cap. l.
In un appello rivolto all'imperatore e alla nobiltà tedesca in favore della Riforma del cristianesimo, Lutero scrisse, nei confronti del papa: « t triste vedere l'uomo che si dice vicario di Cristo fare sfoggio di una pompa che nessun imperatore può uguagliare. t egli simile al povero Gesù e all'umile Pietro? Dicono che egli sia il signore del mondo! Ma Cristo, del quale egli si vanta di essere il vicario, ha detto: "Il mio regno non è di questo mondo!". Possono i domini di un vicario oltrepassare quelli del suo superiore? » D'Aubigné, vol. 6, cap. 3.
A proposito delle università, egli scrisse: « lo temo molto che se le università non si adoperano diligentemente a spiegare le Sacre Scritture e a imprimerle nel cuore dei giovani, finiranno col diventare le porte dell'inferno. Sconsiglio di mettere i figli dove la Scrittura non ha il primo posto. Ogni istituzione dove non si consulta sempre la Parola di Dio, si corrompe » Ibidem.
Questo appello si diffuse rapidamente in tutta la Germania e fece colpo sull'opinione pubblica. L'intera nazione fu scossa, e moltitudini di persone si schierarono sotto il vessillo della Riforma. Gli oppositori di Lutero, assetati di vendetta, insistettero presso il papa perché prendesse misure energiche nei suoi confronti. Fu decretato, allora, che le dottrine luterane venissero immediatamente condannate. Al riformatore e ai suoi seguaci furono concessi sessanta giorni di tempo per ritrattare. Trascorso tale termine, essi, qualora avessero rifiutato di abiurare, sarebbero stati scomunicati.
Per la Riforma si trattava di un periodo particolarmente critico. Per secoli, la scomunica da parte di Roma aveva suscitato il terrore dei monarchi e riempito di sgomento e di desolazione imperi potenti. Coloro sui quali si abbatteva la condanna venivano universalmente guardati con paura e orrore; abbandonati da tutti, erano considerati dei fuorilegge, votati allo sterminio. Lutero non era inconsapevole della tempesta che stava per esplodere su di sé, però rimase saldo, confidando in Cristo, suo sostegno e suo aiuto. « lo non so quello che accadrà, né mi preoccupo di saperlo... Il fulmine si abbatta dove vuole: io non ho paura. Siccome si dice che non cade foglia che Dio non voglia, è certo che Egli avrà cura di noi. Morire per la Parola è una bella cosa, perché la Parola che si è fatta carne subì anch'essa la morte. Se noi muoiamo con lui, con lui altresì vivremo. Passando là dove Egli è passato prima di noi, ci troveremo là dove Egli è, e vivremo per sempre con lui » Idem, vol. 6, cap. 9, 3 ediz. di Londra, 1840.
Quando Lutero ricevette la bolla papale, esclamò: « Io la disprezzo e la combatto perché empia e falsa... Cristo stesso vi è condannato. Io mi rallegro di dover sopportare questi Mali per la migliore delle cause. Sento già nel mio cuore una maggiore libertà, perché finalmente so che il papa è l'anticristo e che il suo trono è il trono di Satana » Ibidem.
Il documento papale non rimase senza effetto. Il carcere, la tortura e la spada erano armi potenti, capaci di ridurre all'ubbidienza. I deboli e i superstiziosi tremavano dinanzi al decreto papale e molti, pur avendo simpatia per Lutero, stimavano troppo cara la propria vita per esporla a motivo della Riforma. Tutto pareva indicare che l'opera del riformatore stesse per finire.
Lutero rimase impavido al suo posto. Roma aveva scagliato contro di lui i suoi anatemi, e il mondo stava a guardare, nella certezza che egli o si sarebbe piegato o sarebbe perito. Invece, contrariamente' a ogni previsione, Lutero riuscì a fare in modo che la sentenza di condanna si ritorcesse contro chi l'aveva emessa, e affermò pubblicamente la propria decisione di abbandonare per sempre Roma. In presenza di una folla di studenti, di dottori e di cittadini di ogni ceto, egli bruciò la bolla papale, le leggi canoniche, le decretali e altri scritti che affermavano l'autorità del papa. « I miei nemici, bruciando i miei libri », disse, « sono riusciti a offendere la causa della verità e, turbando le menti, a distruggere le anime. Per questo motivo io a mia volta distruggo i loro libri. Ora comincia una grande lotta; finora ho solo scherzato col papa. Ho cominciato quest'opera nel nome di Dio ed essa proseguirà, anche senza di me, con la sua potenza » Idem, vol. 6, cap. 10.
Alle accuse dei nemici che sottolineavano la debolezza della sua causa, Lutero rispose: « Chissà se Dio non ha scelto e chiamato proprio me, e se essi, disprezzandomi, non disprezzano Dio stesso? Mosè era solo quando lasciò l'Egitto; solo era Elia al tempo di re Achab; Isaia era solo a Gerusalemme ed Ezechiele solo in Babilonia... Dio non ha mai scelto come profeta il sommo sacerdote o qualche altro grande personaggio. Generalmente Egli ha scelto uomini umili e disprezzati; ha perfino scelto Amos, un mandriano. In ogni tempo i santi hanno dovuto rimproverare i grandi: re, principi, sacerdoti, a rischio della propria vita... Io non dico di essere un profeta, però affermo che essi debbono temere proprio perché mentre io sono solo, essi sono tanti. Di una cosa sono certo: la Parola di Dio è con me e non con loro » Ibidem.
Nondimeno, fu solo dopo una tremenda lotta con se stesso che Lutero si decise a separarsi dalla chiesa. Intorno a quell'epoca egli scrisse: « Sento ogni giorno di più quanto sia difficile rinunciare a quegli scrupoli che ci sono stati inculcati nell'infanzia. Quanto dolore mi ha causato - nonostante avessi le Scritture dalla mia parte - il fatto di dover prendere posizione contro il papa e denunciarlo come l'anticristo! Quali non sono state le tribolazioni del mio cuore! Quante volte mi sono chiesto, con amarezza, quello che così spesso ritorna sulle labbra dei papisti: "Solo tu sei savio? t mai possibile che tutti gli altri si siano sbagliati? Che ne sarebbe di te se dopo tutto risultasse che sei nell'errore e che in questo tuo errore trascini tante anime che, in tal modo, saranno eternamente dannate?". t così che io ho combattuto con me stesso e con Satana fino a che Cristo, con la sua infallibile Parola, non ha fortificato il mio cuore contro questi dubbi » Martyn, Life and Times of Luther, pp. 372, 373.
Il papa aveva minacciato Lutero di scomunica qualora egli non avesse ritrattato. La minaccia si concretizzò: apparve una bolla che annunciava la definitiva separazione di Lutero dalla chiesa romana e che lo denunciava come maledetto dal cielo. Nella stessa condanna erano inclusi quanti avessero accettato le sue dottrine. Era cominciata la grande battaglia.
L'opposizione è il retaggio di tutti coloro di cui Dio si serve per presentare le verità adatte in modo speciale al loro tempo. Ai giorni di Lutero vi era una verità presente che rivestiva una importanza par ticolare. Oggi c'è per la chiesa una verità attuale. Colui che fa ogni cosa secondo il beneplacito della sua volontà, si è compiaciuto mettere gli uomini sotto svariate circostanze e affidare loro compiti speciali per il tempo nel quale vivono e per le condizioni in cui si trovano. Se apprezzeranno la luce che è stata loro data, essi vedranno aprirsi di nanzi agli occhi loro più ampie visioni di verità. Purtrop I po, però, in generale la verità non è oggi apprezzata più di quanto lo fosse dai partigiani del papa che si oppon evano a Lutero. Attualmente, come nel passato, esiste la stessa tendenza ad accettare le teorie e le tradizioni umane al posto della Parola di Dio. Quanti espongono la verità per il nostro tempo non dovrebbero aspettarsi di essere accolti con maggior favore dei primi riformatori. Il grande conflitto fra la verità e l'errore, fra Cristo e Satana andrà aumentando di intensità via via che si avvi cina la conclusione della storia di questo mondo.
Gesù disse ai suoi discepoli: « Se foste del mondo, il mondo amerebbe quel ch'è suo; ma perché non siete del mondo, ma io v'ho scelti di mezzo al mondo, perciò vi odia il mondo. Ricordatevi della parola che v'ho detta: Il servitore non è da più del suo signore. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, -osserveranno anche la vostra » Giovanni 15: 19, 20. In un'altra occasione il Maestro disse molto semplicemente: « Guai a voi quando tutti gli uomini diran bene di voi, perché i padri loro facean lo stesso coi falsi profeti » Luca 6: 26. Lo spirito del mondo non è oggi in armonia con lo Spirito di Cristo più di’ quanto lo fosse allora. Coloro che predicano la Parola di Dio nella sua purezza, non saranno più favorevolmente accolti ora di quanto lo furono allora. Le forme dell'opposizione alla verità possono cambiare e l'inimicizia può apparire meno aperta, perché più sottile; però lo stesso antagonismo esiste tuttora e si manifesterà sino alla fine dei tempi.
Capitolo 8
Un Campione Della Verità
Sul trono della Germania era salito un nuovo imperatore, Carlo V. Roma si affrettò a fargli le sue congratulazioni e a chiedere al monarca di agire contro la Riforma. L'elettore di Sassonia, invece, al quale Carlo era molto debitore della corona, esortava l'imperatore a non procedere contro Lutero, fino a che non gli avesse concesso un'udienza. Carlo V si trovò così in grande perplessità e in serio imbarazzo. Mentre i seguaci del papa chiedevano un editto che condannasse a morte Lutero, l'elettore affermava con fermezza che « né la maestà imperiale, né alcun'altra persona aveva dimostrato che gli scritti di Lutero fossero stati refutati ». Perciò egli chiedeva che « il dottor Lutero fosse munito di un salvacondotto che gli permettesse di presentarsi dinanzi a un tribunale di giudici dotti, pii e imparziali » D'Aubigné, vol. 6, cap. 11.
L'attenzione di tutti, ora, si volgeva verso il raduno degli stati tedeschi che avrebbe avuto luogo a Worms poco dopo l'ascesa al trono di Carlo V. In quel consiglio nazionale sarebbero stati esaminati importanti problemi di carattere politico. Per la prima volta i principi tedeschi si sarebbero incontrati col loro giovane monarca in un'assemblea legislativa. Da tutte le parti della Germania convenivano a Worms i dignitari della chiesa e dello stato. Nobili signori potenti, gelosi dei loro diritti ereditari; ecclesiastici di alto lignaggio che facevano sfoggio della loro autorità; cavalieri di corte accompagnati da scorte armate; ambasciatori provenienti da lontane terre straniere: tutti si recavano a Worms. Eppure, in quel grande consesso, l'argomento che suscitava il più profondo interesse era la causa del riformatore sassone.
In precedenza, Carlo V aveva suggerito all'elettore di venire alla dieta accompagnato da Lutero, al quale assicurava la sua protezione e una libera discussione con uomini competenti delle questioni, oggetto della disputa. Lutero, a sua volta, era ansioso di comparire davanti all'imperatore. In quel tempo la sua salute era precaria, nondimeno egli scrisse all'elettore: « Se io non potrò andare a Worms in buone condizioni fisiche, mi ci farò trasportare malato come sono. L'imperatore mi chiama, e io non dubito che tale invito non venga da Dio stesso. Se essi intendono usarmi violenza, il che è probabile (in quanto l'ordine di comparizione non mi è stato rimesso perché i miei avversari desiderino accettare i miei insegnamenti), io rimetto ogni cosa nelle mani del Signore. Tuttora vive e tuttora regna Colui che protesse i tre giovani nella fornace ardente. Se Egli non mi dovesse salvare, ebbene: in fondo la mia vita ha ben scarsa importanza. Impediamo che l'Evangelo sia esposto allo scherno degli empi. Spargiamo il sangue, purché essi non trionfino. Non sta a me decidere se la mia vita o la mia morte contribuirà alla salvezza di tutti... Da me potete aspettarvi qualunque cosa salvo la fuga o l'abiura. Io non posso sottrarmi, né tanto meno ritrattare » Idem, vol. 7, cap. l.
Non appena a Worms si seppe che Lutero sarebbe comparso dinanzi alla dieta, nacque un vivo fermento. Aleandro, il legato papale cui era stato affidato il compito di occuparsi della vertenza, era allarmato e furibondo. Si rendeva conto che l'esito del dibattito sarebbe stato disastroso per la causa papale. Prendere in esame un caso per il quale il papa aveva gia emesso una sentenza di condanna, significava mettere in discussione l'autorità del sommo pontefice. Inoltre, egli temeva che gli eloquenti e vigorosi argomenti di Lutero riuscissero a sottrarre non pochi principi al partito del papa. Perciò si affrettò a fare le sue rimostranze a Carlo V, insistendo perché non si facesse venire il riformatore a Worms. Fu intorno a quell'epoca che apparve la bolla di scomunica contro Lutero. Questo fatto, unito alle argomentazioní del legato, indusse l'imperatore a cedere. Egli scrisse all'elettore che Lutero, se non intendeva ritrattarsi, poteva rimanersene a Wittenberg.
Non contento di questa vittoria, Aleandro si adoperò con tutte le forze e con tutta l'astuzia di cui era capace, per ottenere la condanna di Lutero. Con una tenacia degna di migliore causa, egli sottopose la cosa all'attenzione dei principi, dei prelati e degli altri esponenti dell'assemblea, accusando il riformatore di « sedizione, ribellione, empietà e bestemmia ». Però la veemenza e la passione di cui dava prova manifestavano in maniera troppo evidente lo spirito che lo animava. « Egli è mosso più dall'odio e dalla sete di vendetta », fu l'osservazione generale, « che dallo zelo e dalla pietà » Ibidem. La maggioranza dei componenti la dieta si sentirono più che mai portati a considerare la causa di Lutero con favore.
Con raddoppiato zelo, Aleandro ricordò all'imperatore il 'dovere che questi aveva di eseguire gli editti papali. Però, date le vigenti leggi della Germania, ciò non poteva essere fatto senza il consenso dei principi. Carlo, alla fine, cedendo alle insistenze del legato romano, autorizzò Aleandro a sottoporre il caso alla dieta. « Per il nunzio quello fu un gran giorno. Grande era l'assemblea, e ancora più grande era la causa in esame. Aleandro rappresentava Roma... madre e signora di tutte le chiese ». Egli doveva rivendicare la supremazia di Pietro dinanzi ai maggiori esponenti del mondo cristiano. « Aleandro aveva il dono dell'eloquenza, e ancora una volta si dimostrò all'altezza della situazione. La Provvidenza volle che Roma, prima di essere condannata, fosse rappresentata e difesa dal suo più abile oratore, alla presenza del tribunale più augusto » Wylie, vol. 6, cap. 4. Con giustificato timore, quanti erano favorevoli al riformatore prevedevano gli effetti del discorso di Aleandro. L'elettore di Sassonia non era presente, ma aveva incaricato alcuni suoi consiglieri di parteciparvi e di prendere appunti su quanto il nunzio avrebbe detto.
Con tutta la forza del sapere e dell'eloquenza, Aleandro si dispose ad abbattere la verità. Accusa su accusa fu da lui scagliata contro Lutero, considerato nemico della chiesa e dello stato, dei vivi e dei morti, del clero e dei laici, dei concili e dei singoli cristiani. « Negli errori di Lutero », egli disse, « ce n'è abbastanza per far bruciare centomila eretici! ».
Concludendo, egli si sforzò di gettare il discredito sugli aderenti alla fede riformata. « Che cosa sono tutti questi luterani? Un gruppo di insolenti pedagoghi, di preti corrotti, di monaci dissoluti, di avvocati ignoranti, di nobili degradati, uniti col popolo comune- che essi sono riusciti a sviare e a pervertire. Com'è loro superiore il partito cattolico, sia per numero che per capacità e potenza! Un decreto unanime, da parte di questa illustre assemblea, varrà a illuminare i semplici, ad avvertire gli imprudenti, a far decidere i tentennanti e a fortificare i deboli » D'Aubigné, vol. 7, cap. 3.
In tutti i tempi i difensori della verità sono stati attaccati con le stesse armi. Gli stessi argomenti sono tuttora adoperati contro chi ardisce presentare, in contrasto con gli errori invalsi, i chiari e diretti insegnamenti della Parola di Dio. « Chi sono questi predicatori di nuove dottrine? », esclamano coloro che desiderano una religione popolare. « Sono privi di cultura, sono numericamente pochi e appartengono alla classe più povera della società. Eppure, pretendono di avere la verità e di essere il popolo eletto di Dio! Essi sono solo degli ignoranti e degli illusi. Come è superiore, per numero e per prestigio, la nostra chiesa! Quanti uomini grandi e dotti ci sono in mezzo a noi! Quanto maggiore è la potenza che sta dalla parte nostra! ». Questi sono gli argomenti che fanno presa sul mondo; però essi anche oggi non sono più conclusivi di quanto non lo fossero ai tempi del riformatore.
La Riforma non finì con Lutero, come forse alcuni pensano. Essa deve proseguire sino alla fine della storia del mondo. Lutero aveva una grande opera da compiere: far risplendere sugli altri la luce che Dio aveva fatto brillare su di lui. Egli, però, non ricevette tutta la luce che doveva essere data al mondo. Da allora, e fino ai nostri giorni, nuova luce ha continuato a scaturire dalle Scritture, e nuove verità sono state a mano a mano conosciute.
Il discorso del prelato produsse una profonda impressione sulla dieta. Lutero non era presente per affrontare il campione papale con le chiare e convincenti verità tratte dalla Parola di Dio. Nessun tentativo fu fatto per difendere il riformatore, ed era evidente la generale disposizione non solo a condannare Lutero e le sue dottrine, ma anche, se possibile, a sradicare l'eresia. Roma aveva goduto della più favorevole opportunità di difendere la propria causa. Tutto quello che essa poteva dire a sua difesa era stato detto. Però quell'apparente vittoria fu il segnale della sconfitta. Da quel momento crebbe e si andò facendo sempre più netto il contrasto fra verità ed errore. Da quel giorno Roma non sarebbe più stata sicura come lo era stata fino ad allora.
Mentre la maggior parte dei membri della dieta non avrebbero esitato a consegnare Lutero alla vendetta di Roma, molti di essi si rendevano conto - e la deploravano - della depravazione esistente nella chiesa, e desideravano la soppressione di quegli abusi che opprimevano il popolo tedesco a causa della corruzione e dell'ingordigia ecclesiastiche. Il legato aveva presentato il governo papale sotto la luce più favorevole. Il Signore, però, si servì di un membro influente della dieta perché fosse reso noto il vero volto della tirannia papale. Con nobile fermezza, il duca Giorgio di Sassonia si alzò in quell'assemblea di principi, e con una tremenda precisione non esitò a elencare gli inganni e le abominazioni del papato, con i risultati deprimenti che ne derivavano. Concludendo disse:
« Questi sono alcuni degli abusi che gridano contro Roma. Ogni ritegno è stato abbandonato e il loro unico obiettivo è... denaro, denaro, denaro. Sì che i predicatori che dovrebbero insegnare la verità, altro non predicano che falsità; e non solo sono tollerati, ma vengono addirittura ricompensati, perché maggiori sono le loro menzogne, maggiore è il loro guadagno. t da questa triste sorgente che sgorgano tali acque inquinate. La corruzione tende la mano all'avarizia... Ahimè, è lo scandalo dato dal clero che spinge tante anime all'eterna dannazione necessaria una riforma generale! » Idem, vol. 7, cap. 4.
Lo-stesso Lutero non avrebbe potuto fare una più abile ed energica denuncia degli abusi papali. Il fatto, poi, che l'oratore fosse nemico dichiarato di Lutero, dava alle sue parole una forza ancora più grande.
Se gli occhi dei presenti fossero stati aperti, avrebbero visto in mezzo a loro gli angeli di Dio gettare raggi di luce per dissipare le tenebre dell'errore e schiudere menti e cuori all'accettazione della verità. La potenza dell'Iddio di verità e di sapienza dominava gli stessi avversari della Riforma, e preparava la via alla grande opera che doveva essere fatta. Martin Lutero non era presente, però in quel congresso si era fatta udire la voce di Uno più grande di lui.
La dieta nominò una commissione incaricata di redigere un elenco delle oppressioni papali che tanto fortemente gravavano sul popolo tedesco. La lista, che conteneva ben cento e una specificazioni, fu presentata all'imperatore, accompagnata dalla richiesta di prendere immediatamente le misure necessarie per la repressione di tali abusi. « Quanta perdita di anime », dicevano i compilatori della lista, « quante depredazíoni, quante estorsioni in seguito agli scandali che circondano il capo spirituale della cristianità! PE nostro dovere impedire sia la rovina che il disonore del nostro popolo. Per questo, molto umilmente ma con insistenza imploriamo che si ordini una riforma generale e si vegli sulla sua attuazione » Ibidem.
Il concilio, allora, chiese che il riformatore fosse convocato dinanzi all'assemblea. Nonostante l'opposizione, le proteste e le minacce di Aleandro, l'imperatore finì con l'accondiscendere alla richiesta, e Lutero venne invitato a presentarsi alla dieta. L'invito era accompagnato da un salvacondotto che gli garantiva il ritorno in piena sicurezza. Invito e salvacondotto furono recati a Wittenberg da un araldo incaricato di accompagnare Lutero a Worms.
Gli amici di Lutero erano terrificati e sgomenti. Consapevoli dei pregiudizi e dell'inimicizia di cui il riformatore era l'oggetto, temevano la violazione del salvacondotto ed esortavano Lutero a non mettere a repentaglio la sua vita. Egli rispose: « I papisti desiderano non tanto la mia andata a Worms quanto la mia condanna e la mia morte. Questo, però, non ha molta importanza. Perciò, pregate non per me, ma per la Parola di Dio... Che Cristo mi dia il suo Spirito per vincere i ministri dell'errore. lo li ho disprezzati in vita e ne trionferò con la mia morte. Essi, a Worms, si adoperano per indurmi all'abiura; ebbene, questa sarà la mia ritrattazione: prima dicevo che il papa era il vicario di Cristo; ora affermo che egli è l'avversario del nostro Signore e l'apostolo del diavolo! » Idem, vol. 7, cap. 6.
Lutero non fece quel pericoloso viaggio da solo. Oltre al messaggero imperiale, vi erano con lui tre amici fedeli. Anche Melantone avrebbe voluto unirsi a loro, perché il suo cuore era legato a quello di Lutero e intendeva seguire l'amico, condividendone, se necessario, il carcere e la morte. Però la sua proposta fu respinta. Se Lutero fosse morto, le speranze della Riforma avrebbero dovuto accentrarsi sul giovane collaboratore. Prima di partire per WormsI Lutero disse a Melantone: « Se io non dovessi ritornare, continua a insegnare e rimani saldo nella fede. Lavora al mio posto... Se tu sopravvivi, la mia morte avrà poca conseguenza » Idem, vol. 7, cap. 7. Studenti e cittadini, riunitisi per assistere alla partenza di Lutero, erano profondamente commossi. La moltitudine di quanti erano stati toccati dal Vangelo lo salutò con lacrime. Fu così che il riformatore e i suoi compagni lasciarono Wittenberg.
Lungo il viaggio essi ebbero modo di notare come la gente fosse pervasa da tristi presentimenti. In certe località non furono oggetto di alcuna attenzione. Fermatisi in una cittadina per trascorrervi la notte, un prete amico espresse i propri timori mettendo sotto gli occhi di Lutero il ritratto di un riformatore italiano che aveva subìto il martirio. L'indomani seppero che a Worms erano stati condannati gli scritti di Lutero. Messaggeri imperiali andavano attorno proclamando il decreto dell'imperatore che invitava la gente a consegnare ai magistrati le opere incriminate. L'araldo, temendo per la sicurezza di Lutero e pensando che la sua risolutezza fosse scossa, gli chiese se intendeva ancora proseguire il viaggio. La risposta fu: « Sebbene io sia interdetto in ogni città, andrò ugualmente avanti » Ibidem.
A Erfurt, Lutero venne accolto con onori. Circondato da una folla ammirata, percorse le vie che anni prima aveva calcato col suo sacco di frate mendicante. Visitò la sua cella nel convento e rievocò le lotte attraverso le quali la luce che aveva illuminato la sua anima si era propagata per tutta la Germania. Fu invitato a predicare. La cosa glì era stata vietata, ma l'araldo glielo permise, ed egli potè così salire sul pulpito.
Dinanzi a un folto pubblico, il riformatore parlò sulle parole di Gesù: « Pace a voi! » . « Filosfi dottori e scrittori », disse, « si sono aff atícati per indicare agli uomini la via per avere la vita eterna; ma non vi sono riusciti. lo I ora, vi dirò... Dio ha risuscitato dai morti un uomo, il Signore Gesu Cristo, affinché Egli distruggesse la morte, estirpasse il peccato e chiudesse le porte dell'inferno. Questa è l'opera della salvezza... Cristo ha vinto: ecco il lieto annuncio. Voi siete salvati, non per le vostre opere, ma per la sua opera... Il nostro Signore ha detto: 'Tace a voi. Guardate le mie mani!". Ciò significa: "Uomo, guarda: sono io, io solo che ho tolto via il tuo peccato e ti ho riscattato. Ora tu hai la pace". Questo vi dice il Signore ».
Proseguì dimostrando che la vera fede è manifestata da una vita santa. « Poiché Dio ci ha salvati, facciamo in modo che le nostre opere gli siano accette. Sei ricco? Ebbene, che i tuoi beni servano anche a sopperire alle necessità dei poveri. Sei povero? Che il tuo servizio sia accetto al ricco. Se il tuo lavoro è utile solo a te, il servizio che pretendi offrire a Dio è pura menzogna » Ibidem.
La gente ascoltava a bocca aperta. Il pane della vita era spezzato a quelle anime affamate, dinanzi alle quali Cristo veniva innalzato al di sopra dei papi, dei legati, degli imperatori e dei re. Lutero non fece parola della sua pericolosa situazione, né cercò di richiamare su di sé il pensiero e la simpatia degli altri. Nella contemplazione di Cristo, egli aveva perduto di vista il proprio io. Nascondendosi dietro l'Uomo del Calvario, sì sforzava di presentare Gesù, il Redentore dei peccatori.
Via via che Lutero proseguiva il suo viaggio, notava il crescente interesse delle popolazioni. Le moltitudini lo circondavano, e voci amiche lo avvertivano circa gli scopi dei papisti. « Essi ti bruceranno »; dicevano alcuni, « e ridurranno il tuo corpo in cenere, come fecero con Giovanni Huss ». Lutero rispondeva: « Se anche accendessero un fuoco da Worms a Wittenberg, fuoco le cui fiamme giungessero fino al cielo, ìo lo attraverserei nel nome del Signore, per presentarmi dinanzi a loro, entrare nelle fauci di questo behemot (animale mostruoso. N.d.T.), spezzargli i denti, confessando il Signore Gesù Cristo » Ibidem.
La notizia del suo approssimarsi a Worms provocò un vivo fermento. Gli amici temevano per la sua incolumità, mentre i nemici temevano per la riuscita della loro causa. Furono fatti strenui sforzi per dissuaderlo di entrare nella città. Su istigazione dei papisti, gli fu consigliato di rifugiarsi nel castello di un cavaliere amico dove, gli si diceva, tutte le difficoltà sarebbero state amichevolmente appianate. Gli amici cercavano di alimentare i suoi timorì, descrivendo i pericoli che lo minacciavano. Ogni sforzo, però, fu vano: Lutero fu incrollabile, e dichiarò: « Se a Worms ci fossero tanti diavoli quanti sono i tegoli sui tetti delle case, io vi entrerei » Ibidem.
Al suo arrivo a Worms, una gran folla si accalcò alle porte della città per dargli il benvenuto. Simile concorso di popolo non si era visto neppure in occasione dell'omaggio tributato allo stesso imperatore. Intensa era l'agitazione. Di mezzo alla folla saliva una voce lamentosa che cantava un inno funebre, quasi volesse avvertire Lutero della sorte che lo aspettava. « Dio sarà la mia difesa », egli disse mentre scendeva dalla carrozza che lo aveva trasportato fin là.
I papisti non credevano che Lutero si sarebbe avventurato a presentarsi a Worms, e percio il suo arrivo li riempì di costernazione. L'imperatore chiese ai propri consiglieri quale linea di condotta gli convenisse seguire. Uno dei vescovi - un rigido seguace del papa - dichiarò: « Ci siamo a lungo consultati su questo argomento: che sua Maestà imperiale si sbarazzi subito di quest'uomo. Sigismondo non fece bruciare Giovanni Huss? Noi non siamo tenuti a dare o a rispettare il salvacondotto dì un eretico ». « No! » rispose l'imperatore; « noi dobbiamo mantenere la parola data » Idem, vol. 7, cap. 8. Fu così deciso che il riformatore fosse ascoltato.
Tutta la città era ansiosa di vedere quell'uomo notevole, e ben presto una vera processione di visitatori si avviò verso il luogo dove egli alloggiava. Lutero si era appena ristabilito dalla precedente malattia, era stanco di un viaggio faticoso durato due settimane, e doveva pre~ pararsi per affrontare, l'indomani, gli eventi decisivi della sua vita. Aveva percio bisogno di quiete e di riposo. Però così grande era il desiderio della folla di vederlo che egli, dopo poche ore di riposo, si vide costretto ad accogliere quanti venivano a lui: nobili, cavalieri, sacerdoti, cittadini. Fra questi vi erano molti membri della nobiltà i quali avevano chiesto all'imperatore una riforma degli abusi ecclesiastici e che, come dice Lutero « erano stati liberati dal mio Evangelo » Martyn, Life and Times of Luther, p. 393. Nemici e amici venivano a vedere l'indomabile monaco, ed egli accoglieva tutti e a tutti rispondeva con dignità e saggezza. Il suo comportamento emanava fermezza e coraggio. Il suo volto pallido, magro, segnato dalla fatica e dalla malattia, aveva sempre un'e spressione lieta e gentile. La solennità e la sincerità delle sue parole gli davano una forza che gli stessi nemici erano incapaci di sostenere. Amici e avversari erano stupiti. Alcuni si convincevano che egli era sostenuto da una forza divina, mentre altri - come i farisei con Gesù dicevano: « Egli ha il demonio! ».
L'indomani, Lutero fu invitato a presentarsi dinanzi alla dieta. Un ufficiale imperiale ebbe l'incarico di scortarlo fino alla sala di udienza. Non fu un compito facile raggiungerla, perché ogni strada era gremita di persone che volevano vedere il monaco che aveva osato resistere all'autorità del papa.
Al momento di comparire dinanzi ai giudici, un vecchio generale, eroe di molte battaglie, gli disse con bontà: « Povero monaco, povero monaco, tu stai per occupare una posizione molto più nobile di quella che io o qualsiasi altro comandante abbia mai occupato nelle più sanguinose battaglie. Se la tua causa è giusta e tu ne sei convinto, vai avanti nel nome di Dio e non aver paura di nulla. Dio non ti abbandonerà » D'Aubigné, vol. 7, cap. 8.
Finalmente Lutero si trovò alla presenza del concilio. L'imperatore era seduto sul trono, circondato dai più illustri personaggi dell'impero. Mai un uomo si era trovato al cospetto di un'assemblea più imponente di quella dinanzi alla quale Lutero era chiamato a rispondere della sua fede. « Questa sua comparizione era, di per se stessa, una vittoria segnalata sul papato. Il papa aveva condannato quell'uomo: ed ecco che egli si trovava ora di fronte a un tribunale che, per questo stesso atto, si metteva al di sopra del papa. Il papa l'aveva scomunicato e bandito dalla società, ma le autorità si rivolgevano a lui con un linguaggio rispettoso e lo ricevevano davanti alla più augusta assemblea del mondo. Il papa l'aveva condannato a perpetuo silenzio: ed ecco che invece Lutero stava per parlare al cospetto di migliaia di attenti ascoltatori convenuti dalle più remote parti del mondo cristiano. Per mezzo di quel riformatore si stava verificando un'immensa rivoluzione. Roma già cominciava a scendere dal suo trono, e questa sua umiliazione era stata provocata dalla voce di un monaco » Ibidem.
Dinanzi a quella potente assemblea, il riformatore, di umili origini, sembrava imbarazzato e sgomento. Vari principi, notando la sua emozione, gli si accostarono, e uno di essi gli sussurrò: « Non temere coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccider l'anima! ». Un altro disse: « E sarete menati davanti a governatori e re per cagion mia nel mio nome, lo Spirito del Padre vostro vi suggerirà quello che dovete dire ». Così le parole di Cristo erano ricordate dai più grandi uomini del mondo, per fortificare il suo servo nell'ora della prova.
Lutero fu accompagnato al posto àssegnatogli, proprio di fronte al trono dell'imperatore. Un profondo silenzio si fece in quell'augusta assemblea. Un ufficiale imperiale si alzò e, additando una raccolta di scritti del riformatore, chiese che questi rispondesse a due domande -. se egli, cioè, li riconoscesse per suoi e se fosse disposto a ritrattare le opinioni espresse in essi. Essendo stati letti i titoli, Lutero rispose che li riconosceva per suoi. « Quanto alla seconda domanda », egli disse, « dato che si tratta di cosa che riguarda la fede e la salvezza delle anime e coinvolge il tesoro più prezioso del cielo e della terra, cioè la Parola di Dio, io non vorrei agire con imprudenza, il che avverrebbe se io rispondessi senza riflettere. Potrei affermare meno di quello che le circostanze esigono o più di quello che la verità richiede. In tal modo io peccherei contro le parole di Cristo: "Ma chiunque mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io rinnegherò lui davanti al Padre mio che è nei cieli" Matteo 10: 33. Per questa ragione, io chiedo in tutta umiltà alla Maestà vostra che mi sia dato il tempo per rispondere senza recare offesa alla Parola di Dio » D'Aubigné, vol. 7, cap. 8.
Formulando questa richiesta, Lutero agiva con molta saggezza. Questo suo comportamento, infatti, convinse i presenti che egli non agiva spinto dall'impulso o dalla passione. Tanta calma- e tanta padronanza di sé, inattesi in chi si era dimostrato ardito oltre che deciso a non addivenire a compromessi di sorta, accresceva la sua forza e lo metteva in condizione di rispondere con una prudenza, una decisione, una saggezza e una dignità tali da sorprendere o contrariare gli avversari i quali si vedevano puniti della loro insolenza e del loro orgoglio.
Il giorno seguente egli doveva presentarsi per dare la risposta. Per un momento sentì il suo cuore venir meno, pensando alle forze coalizzate contro la verità. La sua fede ebbe un attimo di titubanza: timore e tremore lo invasero, e si sentì come sopraffatto dall'orrore. I pericoli andavano moltiplicandosi intorno a lui; pareva che i nemici stessero per trionfare, e sembrava che le potenze delle tenebre dovessero avere il sopravvento. Le nubi si addensavano sul suo capo, separandolo da Dio, ed egli bramava avere la certezza che il Signore degli eserciti sarebbe stato con lui. Con angoscia di spirito si gettò con la f accia per terra e si abbandonò a quei gridi strazianti e desolati che solo Dio può comprendere pienamente.
« Onnipotente ed eterno Iddio », implorò, « come è terribile questo mondo! Ecco, esso apre la sua bocca per inghiottirmi e io ho così poca fiducia in te... Se io ripongo la mia fiducia nella forza terrena, tutto è finito... La mia ultima ora è giunta; la mia condanna è stata pronunciata... Dio mio, aiutami contro la sapienza umana! Fallo... Tu solo... Perché questa non e opera mia: e il opera tua. lo non posso fare nulla per controbattere i grandi del mondo... Ma la causa è tua... ed è una causa giusta ed eterna. Signore, aiutami! Fedele e immutabile Dio, io non ripongo la mia fiducia in nessun uomo... Tutto ciò che è umano è incerto: tutto quello che procede dall'uomo viene meno... Tu mi hai scelto per quest'opera... sii al mio fianco, per amore del tuo diletto Figliuolo Gesù Cristo, che è la mia difesa, il mio scudo e il mio alto rifugio. Amen! » Ibidem.
Una lungimirante provvidenza di Dio aveva permesso che Lutero si rendesse conto del rischio e non confidasse nelle proprie forze, correndo, così, presuntuosamente incontro al pericolo. Nondimeno, non era il timore delle sofferenze personali, della tortura e della morte che lo riempiva di terrore: era giunta l'ora della crisi, ed egli sentiva la propria incapacità di affrontarla. A motivo della sua debolezza, la causa della verità poteva subire un rovescio. Perciò egli lottava con Dio, non per la propria salvezza, bensì per il trionfo del Vangelo. L'angoscia e il tormento della sua anima erano paragonabili a quelli provati da Giacobbe in quella lotta notturna sulle rive del solitario ruscello. Come Giacobbe, Lutero prevalse. Conscio della propria impotenza, egli si aggrappò a Cristo, suo potente liberatore, e si sentì fortificato dalla certezza che non sarebbe stato solo dinanzi al concilio. La pace scese nella sua anima ed egli si rallegrò di avere il privilegio di tenere alta la Parola di Dio dinanzi ai capi della nazione.
Con la mente ancorata in Dio, Lutero si accinse ad affrontare l'imminente cimento. Elaborò la sua risposta, esaminò alcuni passi dei suoi scritti, e attinse dalle Sacre Scritture valide prove a sostegno delle sue posizioni. Poi, posando la mano sinistra sul sacro Libro aperto dinanzi a sé, levò la destra verso il cielo e fece voto « di rimanere fedele al Vangelo e di confessare apertamente la propria fede, anche se con questo avesse dovuto suggellare la sua testimonianza col sangue » Ibedem.
Quando egli fu nuovamente introdotto alla presenza della dieta, il suo volto non recava traccia di timore o di imbarazzo. Calmo e tranquillo, con portamento nobile. e dignitoso, egli si levò come testimone di Dio in mezzo ai grandi della terra. L'ufficiale imperiale gli chiese quale fosse la sua decisione, e cioè se intendeva ritrattare le sue dottrine. Lutero rispose in tono umile e semplice, del tutto scevro da violenza o d a passione. Il suo contegno era rispettoso e deferente e ispirava tale fiducia e tale gioia che tutti ne furono sorpresi.
« Serenissimo imperatore, augusti principi, graziosi signori », esordì. « Mi ripresento oggi dinanzi a voi in conformità all'ordine datomi ieri e, per la misericordia di Dio, scongiuro la Maestà vostra e le vostre auguste grandezze di voler ascoltare con la dovuta benevolenza la difesa di una causa che, ne sono certo, è giusta e vera. Se per ignoranza io dovessi venir meno agli usi e alle esigenze delle corti, vi prego di volermi perdonare perché io non sono stato allevato nei palazzi dei re, ma nella oscurità di un convento » Ibidem.
Venendo alla domanda rivoltagli, egli affermò che le opere da lui pubblicate non erano tutte dello stesso carattere. In alcune di esse egli aveva trattato della fede e delle buone opere, e perfino i suoi avversari non le ritenevano nocive, anzi utili. Ritrattarle 'significava condannare quelle verità che tutti confessavano. Il secondo gruppo consisteva in scritti che esponevano la corruzione e gli abusi del Papato. Revocarli voleva dire rafforzare la tirannia di Roma e spalancare le porte a molte e grandi empietà. Nel terzo gruppo dei suoi libri, egli aveva attaccato individui colpevoli di avere difeso dei mali evidenti. Circa queste opere, egli francamente confessò di essere stato più violento del dovuto. Non pretendeva di essere senza colpe, però anche quei libri non potevano essere ripudiati perché, se lo avesse fatto, i nemici della verità si sarebbero imbaldanziti e avrebbero avuto così l'occasione di opprimere con maggiore crudeltà il popolo di Dio.
« Ad ogni modo, io non sono Dio: sono un semplice uomo », prosegui, « percio mi difenderò come fece il Cristo: "Se ho mal parlato, testimoniate del male"... Per la misericordia di Dio io vi scongiuro, serenissimo imperatore e illustrissimi principi, uomini di ogni ceto, di provarmi con gli scritti dei profeti e degli apostoli in che cosa ho sbagliato. Non appena sarò convinto di questo, ritratterò ogni errore e sarò il primo a prendere i miei libri e a gettarli nel fuoco ».
« Quello che ho detto mostra chiaramente, spero, che ho valutato e considerato accuratamente i pericoli ai quali mi espongo; però, lungi dall'essere allarmato, mi rallegro nel costatare che l'Evangelo è tuttora, come sempre lo è stato nei secoli, causa di turbamento e di dissenso. D'altra parte, è questo il destino della Parola di Dio. Gesù lo ha detto: "Io non sono venuto a mettere la pace, ma la spada". Dio è sublime e tremendo nei suoi consigli; perciò guardatevi che, nell'intento di eliminare le discussioni, non finiate col perseguitare la Parola di Dio e con l'attirare su voi un diluvio di insormontabili pericoli, di disastri presenti e di desolazioni eterne... Potrei citare numerosi esempi tratti dagli oracoli di Dio, parlare dei faraoni d'Egitto, dei re di Babilonia e d'Israele, le cui opere contribuirono largamente alla loro distruzione quando, ricorrendo a consigli in apparenza saggi, cercarono di rafforzare il proprio dominio. "Dio rimuove le montagne, ed essi non lo sanno" » Ibidem.
Lutero aveva parlato in tedesco; fu invitato a ripetere le stesse parole in latino. Sebbene egli fosse esausto per lo sforzo sostenuto, pure accondiscese alla richiesta e ripeté il discorso con la stessa chiarezza e la stessa energia di prima. Anche in questo si manifestò la provvidenza di Dio. Le menti di molti principi erano talmente accecate dall'errore e dalla superstizione, che durante il primo discorso non erano riuscite ad afferrare tutta la forza. dell'argomentazione di Lutero. Ma durante la ripetizione del discorso in latino, essi riconobbero la chiarezza dei punti presentati.
Quanti ostinatamente avevano chiuso gli occhi alla luce ed erano decisi a non lasciarsi convincere dalla verità, erano furibondi a motivo della potente parola di Lutero. Quando egli ebbe finito, il portavoce della dieta disse con voce irata: « Tu non hai risposto alla domanda che ti è stata fatta... Sei invitato, perciò, a dare una risposta chiara e precisa... Ritratti, sì o no? ».
Lutero rispose: « Siccome sua Maestà serenissima e le auguste autorità richiedono da me una risposta chiara, semplice e precisa, io la darò ed è questa: io non posso sottomettere la mia fede né al papa, né ai concili, perché è chiaro come la luce che essi si sono spesso sbagliati e contraddetti. Perciò, a meno che io non venga convinto mediante la testimonianza della Scrittura o dal più chiaro ragionamento, e che non sia persuaso mediante i passi da me citati, sì che la mia coscienza venga in tal modo legata dalla Parola di Dio, io non posso, né voglio ritrattare, perché per un cristiano è cosa pericolosa parlare contro la propria coscienza. Questa è la mia posizione. Non posso altrimenti. Che Dio mi aiuti. Amen » Ibidem.
Quell'uomo giusto si appoggiava sul sicuro fondamento della Parola di Dio. Il suo volto era illuminato da una luce celeste, e la grandezza e la purezza del suo carattere, la pace e la gioia del suo cuore erano manifeste a tutti, mentre egli parlava contro la potenza dell'errore e testimoniava di quella fede che vince il mondo.
Per alcuni istanti l'intera assemblea rimase muta di meraviglia. La prima volta che si era presentato alla dieta, Lutero aveva parlato con voce bassa, con atteggiamento rispettoso, quasi sottomesso. I papisti avevano interpretato la cosa come un'indicazione che il suo coraggio veniva meno, e ritenevano che la sua richiesta di una dilazione fosse il preludio dell'abiura. Carlo V stesso, notando quasi con sprezzo l'aspetto sofferente del frate, il suo abbigliamento modesto, la semplicità del suo linguaggio, aveva detto: « Questo monaco non farà mai di me un eretico! ». Il coraggio e la fermezza di cui ora Lutero dava prova, uniti alla forza e alla chiarezza del suo ragionamento, sorpresero tutti. L'imperatore, ammirato, esclamò: « Questo monaco parla con cuore intrepido e con coraggio incrollabile ». Molti principi tedeschi osservavano con gioia mista a orgoglio questo rappresentante della loro nazione.
I sostenitori di Roma erano sconfitti in quanto la loro causa appariva sotto una luce sfavorevole. Essi cercarono di conservare il loro potere non già ricorrendo alle Scritture, ma servendosi delle minacce, che sono l'immancabile argomento di Roma. Il portavoce della dieta disse: « Se non ritratti, l'imperatore e i principi si consulteranno circa la condotta da tenere nei confronti di un eretico incorreggibile ».
Gli amici di Lutero, che avevano ascoltato con gioia la sua nobile difesa, tremarono a queste parole; ma il riformatore stesso replicò con calma: « Che Dio mi aiuti, perché io non posso ritrattare nulla » Ibidem.
Egli fu invitato a ritirarsi, mentre i principi si consultavano. Ognuno si rendeva conto di essere arrivato a un punto critico. Il persistente rifiuto di Lutero a sottomettersi poteva influire per secoli sulla storia della chiesa. Fu deciso di dargli un'altra opportunità per ritrattare. Per l'ultima volta Lutero fu chiamato dinanzi all'assemblea, e di nuovo gli fu domandato se intendeva rinunciare alle sue dottrine. La sua risposta fu: « Io non ho altra risposta se non quella che ho già data ». Era evidente che egli non poteva essere indotto a cedere a Roma né con le promesse, né con le minacce.
Gli esponenti di Roma erano oltremodo contrariati nel vedere la loro autorità, che aveva fatto tremare i re e i nobili, schernita da un umile monaco, e intendevano far sentire a questi tutto il peso della loro ira. Lutero, resosi conto del pericolo che lo minacciava, aveva parlato con dignità e calma cristiane. Le sue parole erano state scevre da orgoglio, da passione e da infingimenti. Perdendo di vista se stesso e i grandi che lo circondavano, egli si era sentito alla presenza di Colui che è infinitamente superiore a papi, a prelati, a re e a imperatori. Attraverso la sua testimonianza aveva parlato Cristo, con una potenza e un'elevatezza tali che, almeno sul momento, avevano sorpreso e sgomentato amici e nemici. Lo Spirito di Dio era stato presente a quel concilio, provocando una profonda impressione nei cuori dei capi dell'impero. Vari principi riconobbero la giustizia della causa di Lutero; molti furono convinti della verità; ma per alcuni, invece, l'impressione riportata fu di breve durata. Ci fu anche un altro gruppo di persone che non espressero subito le proprie convinzioni ma che, in un secondo tempo, dopo un attento esame delle Scritture, divennero intrepidi sostenitori della Riforma.
L'elettore Federico, che aveva atteso con ansia l'apparizione dì Lutero dinanzi alla dieta, aveva ascoltato con viva emozione il discorso di questi e, con gioia mista a orgoglio, era stato spettatore del coraggio, della franchezza e della padronanza di sé dimostrati dal giovane dottore, per cui decise di schierarsi dalla sua parte. Egli contrastò i partiti contrari, consapevole che la sapienza dei papi, dei re e dei prelati era stata sconfitta dalla potenza della verità. Il papato aveva subìto una dìsfatta che si sarebbe fatta sentire in tutte le nazioni e in tutti i secoli futuri.
Quando il legato si rese conto dell'effetto prodotto dal discorso di Lutero, temette come mai prima per la sicurezza del potere romano, e decise di ricorrere a tutti i mezzi a sua disposizione per abbattere il riformatore. Con l'eloquenza e l'abilità diplomatica che lo distinguevano, egli spiegò al giovane imperatore la follia e il pericolo di sacrificare, per la causa di un frate insignificante, l'amicizia e il sostegno della potente sede romana.
Le sue parole sortirono l'effetto desiderato. L'indomani del discorso di Lutero, Carlo V fece leggere in piena dieta un messaggio nel quale egli annunciava ufficialmente la sua determinazione di seguire la politica dei suoi predecessori, mantenendo e proteggendo la religione cattolicoromana. Avendo Lutero rifiutato di ripudiare ì propri errori, le misure più drastiche dovevano essere prese contro di lui e contro le sue eresie. « Un frate, sviato dalla propria follia, si è levato contro la fede della cristianità. Per estirpare questa eresia io sono pronto a sacrificare i miei regni, i miei tesori, i miei amici, il mio corpo, il mio sangue, la mia anima, la mia vita. Nel rimandare l'agostiniano Lutero, gli proibisco di provocare nelle masse il benché minimo disordine. Procederò contro di !ui e contro i suoi aderenti, considerandoli eretici contumaci, avvalendomi della scomunica, dell'interdetto e di ogni altro mezzo che serva a distruggerli. Invito i membri degli stati a comportarsi da fedeli cristiani » Idem, vol. 7, cap. g. L'imperatore, comunque, dichiarò che il salvacondotto di Lutero sarebbe stato rispettato, e che prima di procedere contro di lui, si doveva dare a questi la possibilità di rientrare sano e salvo nella sua residenza.
A questo punto i membri della dieta espressero due pareri discordi: i rappresentanti del papa chiedevano che il salvacondotto del riformatore non fosse rispettato. « Il Reno », dicevano, « deve accogliere le sue ceneri, come un secolo fa accolse quelle di Huss » Ibidem. I principi dellaGermania, invece, sebbene fossero in favore del pontefice e nemici dichiarati di Lutero, protestarono contro tale idea, ritenendola una macchia per l'onore della nazione. Ricordarono le calamità che erano seguite alla morte di Huss, e dissero che non osavano richiamare sulla Germania e sul capo del loro giovane imperatore la ripetizione di quei terribili mali.
Lo stesso Carlo ebbe a dire: «. Anche se l'onore e la fede fossero banditi da tutto il mondo, dovrebbero trovare sempre un ricetto nel cuore dei principi » Ibidem. I più accaniti avversari di Lutero insistettero ancora perché Carlo si comportasse, verso di lui, come si era comportato Sigismondo con Giovanni Huss: abbandonarlo alla mercé della chiesa. L'imperatore, allora, rievocando la scena nella quale Huss dinanzi alla pubblica assemblea aveva additato le catene che lo imprigionavano e ricordato al monarca la promessa da lui fatta e violata, affermò: « lo non voglio arrossire come Sigismondo! » Lenfant, History of the Council of Constance, vol. 1, p. 422.
Carlo V aveva deliberatamente respinto la verità esposta da Lutero. « Io sono fermamente deciso a imitare l'esempio dei miei antenati », scrisse il monarca. D'Aubigné, vol. 7, cap. 9. Egli non intendeva abbandonare il sentiero della consuetudine, neppure per calcare la via della verità e della giustizia. Come i suoi padri, egli intendeva sostenere il papato con tutta la sua crudeltà e corruzione. Avendo preso questa decisione, egli rifiutò di accettare la luce che i suoi padri non avevano ricevuta o di sottomettersi a dei doveri che essi non avevano compiuto.
Anche ai nostri giorni sono molti coloro che come lui rimangono ancorati alle abitudini e alle tradizioni dei padri. Quando il Signore manda loro nuova luce, essi la respingono perché i loro padri, non avendola conosciuta, ovviamente non l'hanno accettata. Dato però che noi non viviamo più ai tempi dei nostri padri, è chiaro che i nostri doveri e le nostre responsabilità non sono gli stessi dei loro. Noi non potremo ricevere l'approvazione di Dio se ci atteniamo all'esempio dei nostri padri per decidere circa il nostro dovere, anziché studiare personalmente la Parola di verità. La nostra responsabilità e maggiore -di quella che avevano i nostri antenati. La nostra è una duplice responsabilità: verso la luce che essi ci hanno trasmesso e verso la luce ulteriore che mediante la Parola di Dio è giunta fino a noi.
Gesù disse dei giudei increduli: « Se io non fossi venuto, e non avessi loro parlato, non avrebbero alcun peccato; ma ora non hanno scusa alcuna del lor peccato » Giovanni 15: 22 (D). Questa stessa parola divina aveva parlato per mezzo di Lutero all'imperatore e ai principi della Germania. Mentre la luce si sprigionava dalla Parola di Dio, lo Spirito Santo, forse per l'ultima volta, rivolgeva un diretto appello a molti presenti in quell'assemblea. Come Pilato, che molti secoli prima aveva permesso all'orgoglio e all'ambizione di chiudergli il cuore alle parole del Redentore del mondo; come Felice che tremando aveva detto al messaggero di verità: « Al presente vattene; ma un'altra volta... io ti manderò a chiamare » Atti 24: 25; come Agrippa, che aveva detto: « Per poco non mi persuadi a diventar cristiano » Atti 26: 28, e si era distolto dal messaggio del cielo, così Carlo V, cedendo ai suggerimenti della politica e del rispetto umano, aveva deciso di respingere la luce della verità.
La notizia che drastiche misure sarebbero state prese nei confronti di Lutero, provocò un vivo fermento in tutta la città. Il riformatore si era fatti molti amici che, ben sapendo di quali crudeltà era capace Roma verso chi ardiva smascherare la sua corruzione, decisero di adope rarsì perché egli non venisse sacrificato. Centinaia di nobili si impegnarono a proteggerlo, e non pochi furono coloro che denunciarono il messaggio imperiale in quanto esso rivelava una supina sottomissione al potere romano. Sulle porte delle case e nei luoghi pubblici apparvero delle scritte per e contro Lutero. Una riportava le parole del Sapiente: « Guai a te, o paese il cui re è un fanciullo! » Ecclesiaste 10: 16. L'entusiasmo popolare in favore di Lutero, propagatosi in tutta la Germania, convinse Carlo e la dieta che qualsiasi atto di ingiustizia nei confronti del riformatore avrebbe messo in pericolo non solo la pace dell'impero, ma addirittura la stabilità del trono.
Federico di Sassonia, intanto, manteneva una studiata riservatezza, celando con massima cura i suoi reali sentimenti verso Lutero; ma seguiva con incessante vigilanza i suoi movimenti e quelli dei suoi nemici. Non mancavano, però, quelli che senza timore manifestavano la loro simpatia per il monaco di Wittenberg, che riceveva visite di principi, conti, baroni e persone di alto lignaggio, sia laici che ecclesiastici. « La piccola stanza del dottore », scriveva Spalatino, « è insufficiente ad accogliere tutti quelli che vanno a trovarlo » Martyn, vol. 1, p. 404. La gente lo considerava quasi sovrumano, e perfino quanti avversavano le sue dottrine non potevano fare a meno di ammirare la sua scrupolosa integrità che lo spingeva e sfidare la morte piuttosto che andare contro i dettami della propria coscienza.
Reiterati tentativi furono fatti per indurre Lutero a un compromesso con Roma. Nobili e principi gli fecero capire che se egli persisteva nell'attenersi al proprio giudizio anziché a quello della chiesa e dei concili, sarebbe stato bandito dall'impero e avrebbe finito col trovarsi senza difesa. A questo avvertimento egli rispose: « L'Evangelo di Cristo non può essere predicato senza pericolo... Perché, allora, il timore delle conseguenze dovrebbe separarmi dal Signore e dalla sua Parola che sola è verità? No! Preferisco esporre il mio corpo, il mio sangue, la mia vita » D'Aubigné, vol. 7, cap. 10.
Nuovamente sollecitato a sottomettersi al giudizio dell'imperatore, perché così non avrebbe avuto nulla da temere, Lutero rispose: « lo acconsento con tutto il cuore che l'imperatore, i principi e perfino il più umile dei cristiani esaminino e giudichino le mie opere, ma a condizione che essi prendano come regola di indagine la Parola di Dio. Gli uomini non debbono fare altro che ubbidire ad essa. Non cercate di forzare la mia coscienza: essa è legata, incatenata alle Sacre Scritture » Ibidem.
A un successivo invito, egli rispose: « Accondiscendo a rinunciare al mio salvacondotto, alla mia vita, alla mia persona che rimetto nelle mani dell'imperatore, ma non alla Parola di Dio: mai! » Ibidem. Egli era disposto a sottomettersi alle decisioni di un concilio generale, ma solo se esso si pronunciava secondo la Scrittura. « Per quanto riguarda la Parola di Dio e la fede », diceva, « ogni cristiano è. altrettanto buon giudice del papa, fosse pure questi sostenuto da milioni di concili » Martyn, vol. 1, p. 410. Alla fine, amici e nemici si convinsero che ogni tentativo per una riconciliazione sarebbe stato vano.
Se Lutero avesse ceduto su un solo punto, Satana e le sue schiere avrebbero riportato la vittoria. La sua incrollabile fermezza, perciò, fu strumento di emancipazione per la chiesa, oltre che punto di partenza di una Ara nuova e migliore. L'influsso di quest'uomo, che ardiva pensare e agire da sé nelle cose della religione, doveva farsi sentire sulla chiesa e sul mondo non solo allora, ma anche nelle future generazioni. La sua fermezza e la sua fedeltà avrebbero fortificato tutti coloro che, alla fine dei tempi, sarebbero dovuti passare per un'esperienza analoga. La potenza e la maestà di Dio prevalsero sul consiglio degli uomini e sul potere di Satana.
Lutero ricevette l'ordine, da parte delle autorità imperiali, di rientrare in sede. Egli sapeva che quell'ordine sarebbe stato presto seguito dalla sua condanna. Nubi minacciose si andavano addensando sul suo capo, però nel lasciare Worms il suo cuore era pieno di pace e di gioia: « Il diavolo stesso », diceva, « proteggeva la cittadella del papa, ma Cristo vi ha fatto una larga breccia e Satana è stato costretto a riconoscere che il Signore è più forte di lui! » D'Aubigné, vol. 7, cap. 11.
Dopo la partenza, Lutero, ancora desideroso. che la sua fermezza non fosse scambiata per ribellione, scrisse all'imperatore: « Dio, che investiga i cuori, mi è testimone che io sono sinceramente pronto a ubbidire a sua Maestà, in onore o in disonore, in vita e in morte, senza alcuna eccezione se non quella rappresentata dalla Parola di Dio, per la quale l'uomo ha vita. In tutte le cose di questa vita, la mia fedeltà non verrà mai meno, perché in essa la perdita e il guadagno non hanno conseguenza alcuna sulla salvezza. Quando, invece, sono in gioco gli interessi eterni, Dio non vuole che l'uomo si sottometta all'uomo, in quanto tale sottomissione nelle cose dello spirito è un vero culto, culto che deve essere tributato solo al Creatore » Ibidem.
Lungo il viaggio di ritorno da Worms, Lutero fu ovunque accolto con una cordialità maggiore di quella manifestatagli nel viaggio di andata. Alti prelati diedero il benvenuto al monaco scomunicato, e governatori civili onorarono l'uomo che era stato denunciato dall'imperatore. Invitato a predicare, egli accettò, nonostante il divieto imperiale, e salì sul pulpito: «.Io non mi sono mai impegnato a incatenare la Parola di Dio », disse, « né lo farò » Martyn, vol. 1, p. 420.
Egli aveva da poco lasciato Worms, quando i papisti riuscirono a strappare all'imperatore un editto contro Lutero. In esso, il riformatore veniva denunciato come « Satana stesso sotto forma di un uomo che indossa il saio di frate » D'Aubigné, vol. 7, cap. 11. Quel decreto ordinava che non appena il salvacondotto fosse scaduto, dovevano essere prese delle misure atte a mettere fine alla sua opera. Tutti erano diffidati di ospitarlo, di dargli cibi o bevande, di aiutarlo o favorirlo, in pubblico e in privato, con atti o con parole. Ovunque egli si fosse trovato, doveva essere preso e consegnato alle autorità. I suoi aderenti dovevano essere incarcerati e le loro proprietà confiscate. I suoi scritti dovevano essere distrutti e, infine, chiunque avesse osato agire contro questo decreto sarebbe stato incluso nella condanna da esso comminata. L'elettore di Sassonia e i principi amici di Lutero avevano lasciato Worms poco dopo la partenza del monaco, e così il decreto imperiale ebbe la sanzione della dieta. I partigiani di Roma giubilavano, certi che ormai le sorti della Riforma fossero decise.
In quell'ora di pericolo, Dio aveva provveduto una via di scampo per il suo servitore. Un occhio vigile aveva seguito le mosse di Lutero, e un cuore nobile e sincero aveva deciso di soccorrerlo. Era evidente che Roma poteva essere soddisfatta solo con la morte del riformatore, e che l'unico mezzo per sottrarlo alle fauci del leone era di nasconderlo. Dio diede a Federico di Sassonia la saggezza di escogitare un piano efficace che si attuò per merito dei fedeli amici dell'elettore, e per il quale Lutero fu efficacemente nascosto agli amici e ai nemici. Durante il viaggio, egli fu preso, separato da quanti lo accompagnavano e trasportato attraverso la foresta nel castello della Wartburg, isolata fortezza montana. Il rapimento e la scomparsa di Lutero furono avvolti da tanto mistero, che per molto tempo lo stesso Federico ignorò dove l'avessero condotto. Tale ignoranza, però, non era casuale poiché l'elettore, non conoscendo il suo nascondiglio, non poteva fornire indicazioni di sorta. A lui, del resto, bastava la certezza che Lutero fosse in salvo.
Trascorsero la primavera, l'estate, l'autunno e giunse l'inverno. Lutero era sempre nascosto. Aleandro e i suoi partigiani esultavano perché sembrava che la luce del Vangelo stesse per spegnersi. Ma non era così. Il riformatore andava alimentando la sua lampada, attingendo alla riserva della verità. La luce stava per brillare con maggiore intensità di prima.
Nell'accogliente sicurezza della Wartburg, Lutero per un po' di tempo si rallegrò di essere fuori dal calore e dal tumulto della battaglia. Però non si sentiva soddisfatto di quella quiete riposante. Abituato com'era a una vita piena di attività, non riusciva a starsene inoperoso. In quei giorni di solitudine, le condizioni della chiesa gli apparvero in tutta la loro cruda realtà, e sgomento gridò: « Ahimè, non c'è nessuno in questi ultimi giorni dell'ira di Dio che si erga come un muro dinanzi al Signore e salvi Israele! » Idem, vol. 9, cap. 2. Poi, pensando a se stesso, temette di essere accusato di codardia per. essersi sottratto alla lotta. Cominciò, allora, a rimproverarsi della propria indolenza mentre, in realtà, ogni giorno faceva più di quanto fosse possibile a un uomo. La sua penna non era mai inoperosa e i suoi nemici, che si rallegravano del suo silenzio, rimasero prima atterriti e poi confusi dalla prova tangibile della sua attività. In tutta la Germania circolavano numerosi opuscoli scritti da lui. Inoltre, egli compì un'opera mirabile traducendo il Nuovo Testamento in lingua tedesca. Dal suo roccioso Patmos, egli continuò per circa un anno a proclamare l'Evangelo e a condannare i peccati e gli errori del suo tempo.
Se Dio aveva ritirato Lutero dalla vita pubblica, non era solo per proteggerlo dall'ira dei nemici, né per dargli un periodo di quiete che gli consentisse di fare i suoi importanti lavori; lo aveva fatto in vista di risultati più preziosi da conseguire. Nella solitudine e nell'oscurità del suo rifugio montano, Lutero si trovò separato dall'appoggio e dall'elogio degli uomini. Fu messo così al riparo dall'orgoglio e -dalla presunzione tanto spesso provocati dal successo. La sofferenza e l'umiliazione lo prepararono a calcare di nuovo le alte vette alle quali era subitamente pervenuto.
Quando gli uomini si rallegrano della libertà che deriva dalla verità, sono inclini a esaltare i servitori di cui Dio si serve per spezzare le catene dell'errore e della superstizione. Satana cerca di distogliere da Dio I pensieri e gli affetti degli uomini e di farli convergere sugli strumenti umani. Eglì li induce a onorare lo strumento e a ignorare la mano che dirige gli eventi della Provvidenza, e allora troppo spesso i capi religiosi così elogiati e riveriti perdono di vista la loro dipendenza dall'Altissimo e finiscono col confidare in se stessi. Essi cercano di dominare le menti e le coscienze di quanti, anziché alla Parola di Dio, guardano a loro per essere guidati. L'opera della Riforma è spesso ritardata da questo spirito, del resto incoraggiato dai suoi stessi sostenitori. Dio, però, protesse la Riforma da simile pericolo, poiché voleva che l'opera portasse la sua impronta e non quella dell'uomo. Gli sguardi degli uomini si erano fissati su Lutero; egli disparve perché la gente guardasse non gia al predicatore della verità, ma all'Autore di essa.
Capitolo 9
La Luce si Accende in Svizzera
Nella scelta degli strumenti per la riforma della chiesa, si nota lo stesso piano divino che provvide a crearla. Il Maestro trascurò i grandi della terra, i nobili, i ricchi perché, abituati a ricevere l'omaggio e la lode popolari, erano troppo orgogliosi, troppo convinti della loro superiorità per lasciarsi modellare in modo da poter simpatizzare con i loro simili e diventare collaboratori dell'Uomo di Nazaret. Per conseguenza, l'invito fu rivolto agli umili pescatori della Galilea: « Venite dietro a me, e vi farò pescatori d'uomini » Matteo 4: 19. Essi erano modesti, disposti a farsi istruire; non avevano subìto Finflusso del falso insegnamento del loro tempo, e con più successo Cristo poteva educarli e formarli per il suo servizio. Lo stesso avvenne al tempo della grande Riforma. I riformatori più in vista erano uomini di umile origine, scevri da bigottismo e clericalismo. Rientra nel piano di Dio ricorrere a strumenti umili per compiere grandi cose; in questo modo la gloria non va ascritta agli uomini, ma a Colui che opera per mezzo di essi il volere e l'operare secondo la sua benevolenza.
Alcune settimane dopo la nascita di Lutero in una capanna di minatori della Sassonia, nacque Ulrico Zuínglio in una casetta di pastori sulle Alpi. L'ambiente in cui Zuinglio trascorse l'infanzia e ricevette la sua prima educazione, contribuì non poco a prepararlo per la sua futura missione. Allevato in mezzo al meraviglioso scenario della natura, la sua mente fu Portata a sentire tutta la forza, la grandezza e la maestà di Dio. Il racconto delle eroiche gesta compiute sulle Alpi natie accese di entusiasmo le sue aspirazioni giovanili. Dalle labbra della sua pia nonna imparò alcuni episodi biblici che ella attingeva dalle leggende e dalle tradizioni della chiesa. Con vivo interesse egli ascoltò la storia dei patriarchi, dei profeti, dei pastori che vegliavano sulle loro greggi fra le colline della Palestina, quando gli angeli apparvero e annunciarono loro la nascita del Fanciullino di Betlemme, l'Uomo del Calvario.
Come Giovanni Lutero, il padre di Zuinglio desiderava che il figlio acquisisse una vasta istruzione e, per questo, dovette ben presto mandarlo fuori della valle natia. Il ragazzo, infatti, faceva dei progressi così rapidi che diventò un vero problema trovare degli insegnanti che lo aiutassero a completare la sua preparazione. Per questo, all'età di tredici anni Zuinglío andò a Berna dove esisteva una delle più importanti scuole della Svizzera. Qui, però, c'era un pericolo che minacciava di annullare le aspettative riposte in lui: i frati facevano di tutto per indurlo a entrare in un convento. Domenicani e francescani erano rivali: cercavano di accaparrarsi il favore popolare e speravano riuscirvi sia per i magnifici ornamenti delle rispettive chiese, sia per il fasto delle loro cerimonie, come per il richiamo esercitato da celebri reliquie e da miracolose immagini.
I domenicani di Berna capirono che se fossero riusciti ad avere la collaborazione di quel giovane di talento, ne avrebbero tratto vantaggio e onore. La sua giovinezza, la sua abilità naturale come oratore e come scrittore, il suo genio per la musica e per la poesia, sarebbero stati più efficaci della pompa e dello sfarzo nell'attirare la gente, e avrebbero avuto, così, un maggiore gettito di entrate per il loro ordine. Con inganni e lusinghe fecero di tutto per convincere Zuinglio ad accettare la vita monastica. Lutero, quando era ancora studente, si era seppellito nella cella di un convento, e sarebbe stato perduto per il mondo se la provvidenza di Dio non fosse intervenuta per liberarlo. A Zuinglio non fu permesso di correre tale pericolo perché suo padre, informato dei progetti dei frati e affatto desideroso che il suo unico figlio vivesse la vita oziosa e inutile dei monaci, lo fece tornare subito a casa. Si rendeva conto che era in gioco il suo avvenire.
Ulrico, però, non poteva adattarsi a rimanere nella valle natia, e dopo un po' di tempo andò a Basilea per continuarvi gli studi. Fu qui che per la prima volta conobbe l'Evangelo della grazia gratuita di Dio. Wittenbach, un insegnante di lingue morte, studiando il greco e l'ebraico era venuto in contatto con le Sacre Scritture, e per mezzo di lui i raggi del sole della verità penetravano nelle menti dei suoi studenti. Egli dichiarava che c'era una verità più antica e di valore infinitamente maggiore di quella rappresentata dalle teorie insegnate dai filosofi e dagli studiosi. Questa antica verità era che la morte di Cristo è l'unico riscatto del peccatore. Queste parole furono per Zuinglio come il primo raggio di luce che precede l'aurora.
Non passò molto che Zuinglio fu invitato a lasciare Basilea per cominciare quella che doveva essere l'opera della sua vita. Il suo primo campo di lavoro fu una parrocchia alpina, non lungi dalla sua valle. Consacrato sacerdote, egli si diede « con tutta l'anima alla ricerca della verità divina, consapevole », dice un amico riformatore, « di quanto debba conoscere chi ha avuto l'incarico di pascere la greggia di Cristo » Wylie, vol. 8, cap. S. Più studiava le Sacre Scritture, più gli appariva chiaro il contrasto fra le verità in esse contenute e le eresie di Roma. Egli accettava la Bibbia come Parola di Dio, come unica e infallibile regola di vita, e si rendeva conto che essa è l'interprete di se stessa. Non ardiva spiegare le Scritture per sostenere una dottrina o una teoria frutto di preconcetti, e stimava fosse suo dovere accettare l'insegnamento logico e naturale di esse. Si sforzò di avvalersi di ogni aiuto per ottenere una piena ed esatta conoscenza del significato della Bibbia. Per questo invocava l'ausilio dello Spirito Santo che -egli diceva- gli avrebbe rivelato tutte quelle cose che andava sinceramente cercando con preghiera.
« Le Scritture », affermava Zuinglio, « procedono da Dio, non dall'uomo. Quello stesso Dio che ti illumina, ti darà la consapevolezza che quel linguaggio proviene da lui. La Parola di Dio... non può fallire; essa risplende, insegna, conforta, illumina l'anima, reca salvezza e grazia, umilia per spingere ad aggrapparsi a Dio ». Zuinglio aveva provato personalmente la verità di queste parole. Più tardi, alludendo a quella sua esperienza, scrisse: « Quando... cominciai a darmi completamente alle Sacre Scritture, la filosofia e la teologia (scolastica) avevano sempre costituito per me una fonte di contrasti. Finalmente giunsi alla conclusione di lasciare tutta quella menzogna e imparare il significato da Dio, mediante la sua pura e semplice Parola. Fu così che cominciai a chiedere a Dio la luce, e da allora la Scrittura mi apparve molto più facile » Idem, vol. 8, cap. 6.
La dottrina insegnata da Zuinglio non veniva da Lutero: era la dottrina di Cristo. « Se Lutero predica Cristo », diceva il riformatore svizzero, « fa quello che faccio io. Quelli che egli ha condotti a Cristo sono più numerosi di quelli che vi ho condotto io. La. cosa, però, non ha importanza. lo non voglio portare altro nome se non quello di Cristo, del quale sono soldato e che stimo essere il mio unico Capo. Io non ho mai scritto una parola a Lutero, né egli l'ha scritta a me. Perché?... Perché fosse dimostrata l'unità dello Spirito in lui e in me. Ciascuno di noi insegna la dottrina di Cristo secondo tale unità » D'Aubigné, vol. 8, cap. 9.
Nel 1516 Zuinglio fu nominato predicatore del convento di Einsiedeln. Qui poté avere un'esatta visione della corruzione di Roma e l'opportunità di esercitare un influsso, come riformatore, che si fece sentire ben al di là delle sue Alpi natie. Fra le principali attrattive di Einsiedeln c'era un'ìmmagine della Vergine, che si diceva avesse la virtù di fare miracoli. Sopra la porta d'ingresso del convento si leggeva: « Qui si può ottenere la remissione plenaria dei peccati » Idem, vol. 8, cap. 5. Il santuario della Vergine era visitato tutto l'anno, ma era soprattutto in occasione della festa annuale della sua consacrazione che moltitudini di persone vi affluivano dalla Svizzera, dalla Francia e dalla Germania. Zuinglio, rattristato da tali scene, colse l'opportunità che gli veniva offerta di proclamare a quelle anime, schiave della superstizione, la libertà mediante l'Evangelo.
« Non pensate », egli diceva, « che Dio sia in questo tempio più che in ogni altra parte del creato. Qualunque sia il paese in cui vivete, Dio è presente e vi ascolta... Possono le opere infruttuose, i lunghi pellegrinaggi, le offerte, le immagini, l'invocazione della Vergine e dei santi assicurarvi la grazia di Dio?... Che valore ha la moltitudine delle parole con le quali presentiamo le nostre preghìere? Che efficacia possono avere un cappuccio luccicante, una testa ben rasata, una veste lunga e pieghettata, delle pantofole ricamate d'oro?... Dio guarda al cuore, e i nostri cuori sono lungi da lui ». « Cristo, che fu offerto una volta sulla croce, è il sacrificio, è la vittima che ha espiato i peccati dei credenti per l'eternità » Ibidem.
Molti accolsero tali dichiarazioni con un certo senso di disagio. Per essi era un'amara delusione udire che il lungo e faticoso viaggio fatto era inutile, e non riuscivano a capire che il perdono veniva loro offerto gratuitamente da Cristo. Il cammino verso il cielo tracciato da Roma li soddisfaceva, e non piaceva loro l'idea di dover cercare qualcosa di migliore: era più comodo affidare la cura della propria salvezza ai sacerdoti e al papa che cercare la purezza del cuore.
C'era però un'altra categoria di persone che accettarono con gioia l'annuncio della redenzione in Cristo. Le osservanze prescritte da Roma non avevano dato loro la pace all'anima, ed esse, mosse dalla fede, accettarono il sangue del Salvatore che assicura l'espiazione. Ritornati alle loro case, questi pii credenti comunicarono ad altri la luce ricevuta; e così la verità si propagò di villaggio in villaggio, di città in città, sì che a poco a poco il numero dei pellegrini al santuario della Vergine diminuì sensibilmente. Per riflesso, diminuirono anche le offerte e di conseguenza il salario di Zuinglio, che era pagato con esse. La cosa, però, fu per lui motivo di gioia in quanto gli rivelava che era stato infranto il potere del fanatismo e della superstizione.
Le autorità ecclesiastiche non erano all'oscuro dell'opera di Zuinglio; però si astennero, Per il momento, dall'interferire. Speravano di riuscire a conquistarlo alla loro causa con le lusinghe. Frattanto, la verità si faceva strada nel cuore della gente.
L'opera svolta da Zuinglio a Einsiedeln lo preparava a una missione più importante. Dopo tre anni egli fu chiamato ad assumere la carica di predicatore nella cattedrale di Zurigo, la più importante città della confederazione elvetica; e così l'influsso ivi esercitato sarebbe stato più ampiamente sentito. Gli ecclesiastici che lo avevano invitato a raggiungere Zurigo desideravano impedire ogni innovazione, e precisarono a Zuinglio quali sarebbero stati i suoi doveri.
« Lei farà tutto il possibile », gli dissero, « per raccogliere le entrate del capitolo senza trascurarne alcuna, per minima che sia. Esorterà i fedeli, dal pulpito e dal confessionale, a versare decime e offerte mostrando con ciò il loro amore per la chiesa. Sarà diligente nell'incrementare le entrate che provengono dai malati, dalle messe e da ogni altra ordinanza ecclesiastica. Per quanto poi riguarda la somministrazione dei sacramenti, la predicazione e la cura delle anime », aggiunsero i suoi istruttori, « sono cose che rientrano nei doveri del cappellano; lei, però, può servirsi di un sostituto, specie per la predicazione. Dovrà amministrare i sacramenti solo a persone di riguardo, e unicamente quando è direttamente invitato a farlo. Le è proibito farlo in discrimina tamente » Idem, vol. 8, cap. 6.
Zuinglio ascoltò in silenzio il mandato che gli veniva conferito e quindi, dopo avere espresso la sua gratitudine per l'onore che gli derivava da una carica così importante, spiegò la linea di condotta che intendeva seguire. « La vita di Cristo è rimasta troppo a lungo nascosta al popolo. lo predicherò soprattutto l'intero Vangelo di S. Matteo... attingendo unicamente alla fonte della Sacra Scrittura, scandagliandone la profondità, paragonando passo con passo, cercando la conoscenza mediante una fervida e costante preghiera. lo consacrerò il mio ministero alla gloria di Dio, alla lode del suo unigenito Figliuolo, alla salvezza delle anime, alla loro edificazione nella vera fede » Ibidem. Sebbene alcuni degli ecclesiastici disapprovassero questo piano e si sforzassero di dissuaderlo dal seguirlo, Zuinglio rimase fermo, dicendo che non intendeva affatto introdurre un metodo nuovo, ma solo attuare quello vecchio, tipico della chiesa dei primi tempi,, tempi della sua purezza.
Le verità da lui insegnate suscitarono vivo interesse. La gente affluì in massa alle sue predicazioni. Vi parteciparono perfino molti che da lungo tempo si erano astenuti dall'assistere ai culti. Zuinglio cominciò il suo ministero aprendo i Vangeli, leggendo e spiegando ai suoi uditori il racconto ispirato della vita, della dottrina e della morte di Cristo. Qui, come a Einsiedeln, egli presentò la Parola di Dio come unica e infallibile autorità e la morte di Cristo come unico sacrificio completo. « lo desidero condurvi a Cristo », diceva, « unica fonte di salvezza » Ibidem. Gente di ogni ceto si accalcava intorno al Predicatore: uomini di stato, scienziati, artigiani, contadini. Tutti ascoltavano con profondo interesse le sue parole. Egli proclamava non solo l'offerta gratuita della salvezza, ma condannava senza paura i mali e la corruzione del tempo. Moltí ritornavano dalla cattedrale glorificando Iddio. « Quest'uomo », dicevano, « è un predicatore della verità. Egli sarà il nostro Mosè per trarci fuori dalle tenebre dell'Egitto » Ibidem.
All'entusiasmo dei primi momenti successe un periodo di opposizione. I monaci si misero a ostacolare la sua opera e a condannarne gli insegnamenti. Molti lo schernivano e lo beffavano, mentre altri non esitavano a insolentirlo e a minacciarlo. Zuinglio sopportava pazientemente ogni cosa e diceva: « Se vogliamo conquistare gli empi a Cristo, dobbiamo chiudere gli occhi a molte cose » Ibidem.
Verso quell'epoca un nuovo ausiliario venne ad accellerare. l'opera di riforma. Un certo Luciano fu mandato a Zurigo con alcuni scritti di Lutero. Un amico della fede riformata, abitante a Basilea, pensando che la vendita di questi libri potesse essere un mezzo potente per la diffusione della luce, scrisse a Zuinglio: « Assicurati se quest'uomo possiede prudenza e capacità sufficienti. In caso affermativo, lascia che egli porti le opere di Lutero -specialmente la sua esposizione della preghiera del Signore scritta per i laici- dì città in città, di villaggio in villaggio e di casa in casa. Più esse saranno conosciute, più acquirenti troveranno » Ibidem. Così la luce si fece strada.
Quando Dìo si accinge ad abbattere le barriere dell'ignoranza e della superstizione, Satana agisce con rinnovata energia per avvolgere gli uomini nelle tenebre e per serrare- ancora più i loro ceppi. Nel momento in cui in vari paesi degli uomini si levavano Per offrire al popolo il perdono e la giustificazione mediante il sangue di Cristo, Roma si adoperava con rinnovata energia ad aprire il suo mercato in tutto il mondo cristiano, offrendo il perdono in cambio di denaro.
Ogni peccato aveva la sua tariffa, e così veniva data agli uomini la possibilità di peccare, purché il tesoro della chiesa fosse ben alimentato. I due movimenti avanzavano: uno che offriva il perdono del peccato mediante il denaro, e uno che offriva il perdono per mezzo di Cristo. Roma permetteva il peccato e ne faceva fonte di guadagno; i riformatori lo condannavano e additavano in Cristo il propiziatore e il liberatore.
In Germania la vendita delle indulgenze era stata affidata ai domenicani, capeggiati da Tetzel. In Svizzera il traffico fu messo nelle mani dei francescani, sotto la guida di Sansone, monaco italiano. Sansone aveva reso utili servigi alla chiesa raccogliendo in Germania e in Svizzera ingenti somme per il tesoro pontificio. Ora egli percorreva la Svizzera richiamando immense folle, spogliando i poveri contadini dei loro magri guadagni ed esigendo dai ricchi doni più cospicui. L'influsso della Riforma intanto si faceva sentire arginando, senza poterlo impedire, il traffico. Zuinglio era ancora a Einsiedein quando Sansone giunse in una città vicina. Conosciuto lo scopo della sua missione, il riformatore si affrettò a ostacolarla. I due non s'incontrarono, ma fu tale il successo conseguito da Zuinglio nell'esporre la vanità delle pretese del frate, che questi si vide costretto ad abbandonare il campo e a trasferirsi altrove.
A Zurigo, Zuinglio predicò con tanto zelo contro il perdono a pagamento, che quando Sansone si avvicinò alla città, un messaggero del concilio civico lo invitò a passare oltre. Sansone con uno stratagemma riuscì a entrare in città, ma non poté vendere neppure una indulgenza, e poco dopo abbandonò la Svizzera.
La Riforma ricevette un forte impulso dalla peste, conosciuta col nome di « morte nera », piaga che colpì la Svizzera nel 1519. Gli uomini, messi a faccia a faccia con la morte, in moltì casi si sentivano indotti a considerare la vanità e la futilità del perdono così tardivamente acquistato, e bramavano avere una base più sicura per la loro fede. A Zurigo, Zuinglio fu colpito in maniera così grave dal morbo che si temette per la sua vita; anzi si sparse addirittura la voce che egli era morto. In quell'ora così tragica, la sua speranza e il suo coraggio rimasero incrollabili. Egli guardava con fede alla croce del Calvario, fidando in quella sicura propiziazione per il peccato. Quando riuscì a sottrarsi agli artigli della morte, riprese a predicare l'Evangelo con rinnovato e accresciuto fervore. Le sue parole suscitarono un'azione potente. La gente salutò con gioia il suo diletto pastore sfuggito alla morte. Ognuno sentiva, dopo quell'esperienza, il grande valore del Vangelo.
Zuinglio era pervenuto a una comprensione chiara delle verità evangeliche e ne aveva sperimentato la loro potenza rigeneratrice. La caduta dell'uomo e il piano della redenzione erano i temi sui quali egli si soffermava. « In Adamo », diceva, « siamo tutti morti, immersi nella corruzione, condannati » Wylie, vol. 8, cap. 9. « Cristo... ci ha assicurato la redenzione... La sua passione... è un sacrificio di portata eterna, pienamente efficace per salvare; esso soddisfa, per sempre, la giustizia divina a favore di quanti confidano in essa con fede salda e incrollabile ». Nondimeno, egli insegnava che l'uomo non deve pensare che la grazia di Dio lo autorizzi a peccare. « Ovunque c'è fede, c'è Dio, e dove -c'è Dio c'è uno zelo che spinge gli uomini alle buone opere » D'Aubigné, vol. 8, cap. 9.
L'interesse per la predicazione di Zuínglio era tale -che la cattedrale era affollatissima di persone che andavano ad ascoltarlo. A poco a poco, nella misura in cui gli uditori potevano assimilarla, egli spiegava loro la verità. Con tatto e delicatezza, Zuinglio evitava di introdurre subito quei punti che potevano provocare dei pregiudizi. La sua opera consisteva nel conquistare i cuori agli insegnamenti di Cristo, nel renderli sensibili al suo amore, e nel presentare loro il suo esempio. Una volta che essi avessero compreso e accettato i princìpi del Vangelo, avrebbero abbandonato deliberatamente tanto le credenze quanto la pratiche superstiziose.
A poco a poco la Riforma progrediva a Zurigo. I suoi nemici allarmati si sforzarono di opporvisi in modo attivo. Un anno prima, il monaco di Wittenberg aveva pronunciato il suo « No! » al papa e all'imperatore a Worms, e ora tutto sembrava indicare che Zurigo avrebbe assunto un atteggiamento analogo nei confronti delle pretese papali: Reiterati attacchi furono diretti a Zuinglio. Nei cantoni cattolici di quando in quando venivano arsi sul rogo i discepoli del Vangelo. Questo, però, non era sufficiente: bisognava ridurre al silenzio chi insegnava l'eresia. A questo scopo il vescovo di Costanza inviò tre suoi delegati al concilio di Zurigo per accusare Zuinglio di insegnare alla gente la trasgressione delle leggi della chiesa e di mettere così in pericolo la pace e l'ordine sociali. Mettere da parte l'autorità della chiesa — diceva il vescovo - significava aprire la porta all'anarchia universale. Zuinglio replicò che egli aveva insegnato il Vangelo per quattro anni a Zurigo, e che questa città « era la più quieta e la più pacifica dell'intera confederazione elvetica ». « Per conseguenza », concludeva, « non vi pare che il Cristianesimo sia la migliore salvaguardia per la sicurezza generale? » Wylie, vol. 8, cap. 11.
I delegati avevano ammonito i membri del concilio esortandoli a non abbandonare la chiesa, fuori della quale -essi dichiaravanonon vi era salvezza. Zuinglio rispose: « Non vi fate commuovere da questa esortazione. Il fondamento della chiesa è questa Roccia, Cristo, che diede a Pietro il suo nome perché egli lo confessasse fedelmente. In ogni nazione, chiunque crede con tutto il cuore nel Signore Gesù Cristo, è accetto a Dio. t questa la chiesa fuori della quale nessuno può essere salvato » D'Aubigné, vol. 8, cap. 11. Come risultato di questa conferenza, uno dei delegati del vescovo abbracciò la fede riformata.
Il concilio respinse l'invito a procedere contro Zuinglio. Roma, allora, si accinse a un nuovo attacco. Zuinglio, saputo del complotto che i suoi nemici ordivano, esclamò: « Lasciateli pure venire; io li temo come la roccia teme i marosi che si infrangono schiumanti ai suoi piedi » Wylie, vol. 8, cap. 11. Gli sforzi degli ecclesiastici valsero solo a far progredire la causa che essi cercavano di abbattere. La verità continuò a propagarsi. I riformati, in Germania, depressi per la scomparsa di Lutero, ripresero animo vedendo i progressi del Vangelo in Svizzera.
A mano a mano che la Riforma si andava affermando a Zurigo, i frutti apparivano evidenti: il vizio cedeva il posto all'ordine e alla concordia. « La pace ha fissato la sua dimora nella nostra città », scriveva Zuínglio; « non più contese, ipocrisie, invidie, contestazioni. Quale può essere l'origine di tutto questo se non il Signore e la nostra dottrina che ci riempie di frutti di pace e di Pietà? » Idem, vol. 8, cap. 15.
Le vittorie della Riforma spinsero i partigiani di Roma a sforzi più determinati per abbatterla. Vedendo che i risultati conseguiti erano piuttosto scarsi, e che la persecuzione nulla aveva potuto contro l'opera di Lutero in Germania, decisero di combattere la Riforma con le sue stesse armi. Pensarono, cioè, di organizzare una discussione con Zuinglio. Per essere certi della vittoria, sì riservarono la scelta del luogo e degli arbitri. Se fossero riusciti ad avere Zuinglio nelle loro mani, avrebbero avuto la massima cura di non lasciarselo sfuggire, perché ritenevano che una volta messo a tacere il capo, il movimento si sarebbe rapidamente spento. Naturalmente, questo loro complotto veniva tenuto accuratamente segreto.
La disputa fu fissata a Baden; ma Zuinglio non vi partecipò. Il concilio di Zurigo, sospettando un tranello da parte dei rappresentanti di Roma e consapevole che nei cantoni papali venivano accesi dei roghi per i confessori del--Vangelo, proibì al suo pastore di esporsi al pericolo. A Zurìgo egli avrebbe potuto benissimo affrontare gli esponenti di Roma, ma recarsi a Baden dove il sangue dei martiri della verità era stato sparso di recente, significava andare incontro a morte sicura. Ecolampadio e Haller furono scelti come rappresentanti dei riformati, mentre il celebre dottor Eck, portavoce di Roma, era sostenuto da uno stuolo di dotti e di Prelati.
Sebbene Zuinglio non fosse presente, pure il suo influsso si fece ugualmente sentire. I segretari erano stati scelti fra i nemici della Riforma e nessuno, a parte loro, poteva prendere appunti, pena la morte. Nonostante ciò, Zuinglio riceveva I ogni giorno un esatto resoconto di quanto veniva detto a Baden. Uno studente che assisteva alla disputa stendeva ogni sera una relazione sugli argomenti trattati. Tale relazione, accompagnata da una lettera di Ecolampadio, era consegnata a due altri studenti che provvedevano a recapitare il tutto a Zuinglio, il quale rispondeva dando consigli e suggerimenti. Egli scriveva di notte, e gli studenti consegnavano la sua risposta la mattina seguente a Baden. Per eludere la vigilanza delle guardie che stazionavano alle porte della città, quei messaggeri portavano sulla testa dei canestri contenenti del pollame. Questo permetteva loro di passare se nza ostacoli.
Fu così che Zuinglio poté sostenere la lotta contro gli astuti antagonisti. Miconio disse: « Egli ha lavorato di più con le sue meditazioni, le sue notti insonni e i suoi consigli che mandava a Baden, di quanto non avrebbe fatto discutendo di persona con i suoi nemici » D'Aubigné, vol. 11, cap. 13.
I partigiani del papa, già in anticipo sicuri del trionfo, erano andati a Baden ammantati di ricche vesti, ornati di gioielli. Trattati regalmente, sedevano dinanzi a tavole riccamente imbandite di cibi ricercati e di vini prelibati. Il peso dei loro doveri ecclesiastici era alleviato dalla gaiezza di quei festini. In stridente contrasto con tanto lusso, i riformatori erano considerati poco più che mendicanti, e i loro pasti frugali li trattenevano pochissimo tempo a tavola. L'albergatore di Ecolampadio, che lo spiava dalla sua stanza, lo vedeva sempre intento o allo studio o alla preghiera. Pieno di stupore, dichiarò che quell'eretico era, perlomeno, « molto devoto ».
Alla conferenza, « Eck salì con ostentazione su un pulpito splendidamente decorato, mentre Ecolampadio, vestito modestamente, fu fatto sedere su uno sgabello di legno, di fronte al suo antagonista » Ibidem. La voce risonante di Eck, la sua baldanzosa sicurezza non produssero alcun effetto su Ecolampadio. Lo zelo di Eck era stimolato dal miraggio dell'oro e degli onori, in quanto nella sua qualità di difensore della fede, egli avrebbe ricevuto una forte rimunerazione. Quando i suoi migliori argomenti risultavano vani, egli non esitava a ricorrere agli insulti e alle imprecazioni.
Ecolampadio, timido e modesto per natura, aveva esitato a lungo prima di decidersi ad affrontare la discussione. Quando si decise, fece questa solenne dichiarazione: « Io non riconosco altra norma di giudizio che la Parola di Dio » Ibidem. Quantunque dolce e moderato, egli si rivelò colto e incrollabile. Mentre i rappresentanti di Roma ricorrevano spesso all'autorità della chiesa e alle sue usanze, egli si atteneva saldamente alle Sacre Scritture. « L'usanza », diceva, « non ha valore nella nostra Svizzera a meno che essa non sia in armonia con la costituzione. Ora, in materia di fede, la nostra costituzione è la Bibbia » Ibidem.
Il contrasto fra i due polemisti non mancò di produrre il suo effetto. La calma, la semplicità, la serenità, di Ecolampadio, come pure la chiarezza della sua argomentazione, facevano impressione sulla mente dei presenti che, per contro, ascoltavano con mal celato disagio le orgogliose affermazíoni del dottor Eck.
La discussione durò diciotto giorni, e alla fine i papisti si attribuirono baldanzosamente la vittoria. Dato che la maggior parte dei delegati erano partigiani di Roma, il concilio dichiarò sconfitti i riformati e decretò che essi, insieme con Zuinglio, loro capo, fossero espulsi dalla chiesa. I frutti di questa conferenza, però, rivelarono da che parte era la ragione. La disputa, infatti, valse a incrementare ancor più la causa protestante, e non molto tempo dopo città importanti, come Berna e Basilea, si dichiararono per la Riforma.
Capitolo 10
Il Progresso della Riforma in Germania
La misteriosa scomparsa di Lutero suscitò costernazione in tutta la Germania. Ovunque si chiedeva di lui e circolavano le più strane voci. Molti credevano addirittura che egli fosse stato ucciso. Egli era pianto non solo dagli amici dichiarati, ma anche da migliaia di persone che ancora non si erano schierate apertamente con la Riforma. Non pochi giurarono di vendicarne la morte.
I dignitari della chiesa romana videro con terrore fino a che punto l'opinione pubblica fosse loro ostile. Mentre dapprima esultavano per. la presunta morte dì Lutero, ora desideravano nascondersi per sottrarsi all'ira del popolo. I nemici di Lutero non erano mai stati tanto turbati dai suoi atti, quanto lo erano ora che egli era scomparso. Quanti nel loro furore avevano cercato di eliminarlo, erano sbigottiti ora che egli era un prigioniero impotente. « L'unica via di uscita », disse uno di loro, « sarebbe quella di accendere delle torce e di andare in cerca di Lutero in tutto il mondo, per restituirlo alla nazione che lo invoca » D'Aubigné, vol. 9, cap. l. L'editto imperiale sembrava impotente, e i legati. pontifici erano indignati nel vedere che esso richiamava meno attenzione di quanto, invece, non ne richiamasse la sorte di Lutero.
La notizia che egli era al sicuro, anche se prigioniero, placò i timori del popolo e contribuì ad accrescere l'entusiasmo per lui. I suoi scritti venivano letti con più ardore di prima. Sempre più numerosi diventavano i partigiani della causa dell'uomo eroico che, in drammatiche circostanze, aveva difeso i diritti della Parola di Dio. La Riforma cresceva ovunque in vigore, e il seme sparso da Lutero dava i suoi frutti. La sua assenza compì un'opera che forse non sarebbe stata compiuta dalla sua presenza. I suoi collaboratori sentirono la propria responsabilità ora che il loro grande capo era scomparso, e si misero in azione con nuovo slancio e con rinnovata fede per fare tutto quello che era in potere- loro, affinché l'opera cominciata in modo così nobile non fosse intralciata.
Satana, però, non se ne stette inerte e non mancò di fare quello che aveva sempre fatto con ogni altro movimento di riforma: ingannare le anime e distruggerle mediante una contraffazione della verità. Come vi erano stati dei falsi cristi nel secolo apostolico, ci furono dei falsi profeti nel sedicesimo secolo.
Alcuni uomini, scossi dall'eccitazione esistente nel mondo religioso, ritenevano di avere ricevuto da Dio l'incarico di adoperarsi per portare a compimento l'opera della Riforma che,.essi dicevano, con Lutero aveva avuto solo un debole inizio. In realtà, essi disfacevano quello che era stato fatto, in quanto rigettavano il grande principio che stava alla base della Riforma stessa: la Parola di Dio come unica regola di fede e di condotta. Al posto di questa infallibile guida, essi cercavano di mettere l'incerto e mutevole criterio rappresentato dai loro sentimenti e dalle loro impressioni. Con siffatto concetto si cercava di scalzare la pietra di paragone capace di smascherare l'errore e la falsità, e si. apriva la via perché Satana riuscisse a dominare le menti umane a proprio piacimento.
Uno di questi « profeti » pretendeva di essere stato istruito dall'angelo Gabriele. Uno studente che si unì a lui abbandonò gli studi dicendo di essere stato dotato da Dio stesso della dovuta sapienza per esporre la sua Parola. Altri, inclinì per natura al fanatismo, si aggiunsero a loro, e così l'attività di questi entusiasti provocò` non poca eccitazione. La predicazione di Lutero aveva indotto ovunque la gente a sentire la necessità di una riforma, ed ecco che ora alcune di queste persone davvero oneste venivano sviate dalle pretese di questi « nuovi profeti ».
I capi del movimento si recarono a Wittenberg ed esposero le loro pretese a Melantone e ai suoi colleghi, dicendo: « Noi siamo mandati da Dio ad ammaestrare il popolo. Abbiamo avuto delle conversazioni familiari col Signore e sappiamo quello che dovrà accadere. Siamo degli apostoli e dei profeti e ci appelliamo a Lutero » Idem, vol. 9, cap. 7.
I riformatori rimasero perplessi e attoniti. Si trovavano di fronte a un fatto del tutto nuovo e non sapevano quale atteggiamento assumere. Melantone disse: « In questi uomini ci sono degli spiriti straordinari; ma di quali spiriti si tratta?... Da un lato noi dobbiamo fare attenzione di non soffocare lo Spirito di Dio, e dall'altro dobbiamo guardarci dal lasciarci fuorviare dallo spirito di Satana » Ibidem.
Ben presto, però, i frutti di questo nuovo insegnamento furono palesi: la gente trascurava la Bibbia, quando addirittura non l'abbandonava. Le scuole erano in preda alla confusione. Gli studenti, rompendo ogni freno, abbandonavano gli studi e disertavano l'università. Gli uomini che si ritenevano competenti per ravvivare l'opera della Riforma e per guidarla, non facevano che spingerla verso l'abisso. I sostenitori di Roma riprendevano animo ed esclamavano esultanti: « Ancora un'ultima battaglia e la vittoria sarà nostra! » Ibidem.
Lutero, alla Wartburg, avendo udito quello che stava accadendo, disse preoccupato: « Purtroppo, mi aspettavo che Satana ci avrebbe mandato questa piaga! » Ibidem. Egli discerneva benissimo il vero volto di quei presunti profeti, ed era consapevole del pericolo che minacciava la causa della verità. L'opposizione del papa e dell'imperatore non gli aveva causato la perplessità e la distretta che provava ora. I peggiori nemici della Riforma erano usciti dai suoi pretesi amici. Quelle stesse verità che erano state fonte di gioia e di consolazione, venìvano sfruttate per provocare la lotta e per creare la confusione nella chiesa.
Nell'opera della Riforma, Lutero era stato sospinto dallo Spirito di Dio e trasportato ben oltre quanto egli avesse potuto pensare in un primo momento. Mai, infatti, egli si sarebbe immaginato di dover prendere la posizione che aveva assunto e di provocare cambiamenti tanto radicali. Egli era stato solo uno strumento nelle mani della Potenza infinita, eppure spesso egli aveva tremato per i risultati della sua opera. Una volta ebbe a dire: « Se io sapessi che la mia dottrina può fare del male a un uomo, un solo uomo per basso e oscuro che sia - ma non lo può, perché essa è il Vangelo stesso -, preferirei morire dieci volte piuttosto che non ritrattarla » Ibidem.
Ora la stessa Wittenberg, centro della Riforma, stava per cadere in preda al fanatismo e all'illegalità. Questa terribile condizione non era stata provocata dall'insegnamento di Lutero; ma in tutta la Germania i suoi nemici l'attribuivano a lui. Con profonda amarezza egli talvolta si domandava: « t mai possibile che questa possa essere la fine della grande opera della Riforma? » Ibidem. Ma lottando in preghiera con Dio, egli sentì la pace scendere nel suo cuore: « L'opera non è mia, ma tua », disse. « Tu non permetterai che essa sia guastata dal fanatismo e dalla superstizione ». Nondimeno, il pensiero di rimanere ancora a lungo fuori della mischia in un momento così critico, gli era insopportabile. Decise, allora, di ritornare a Wittenberg.
Senza esitare, si accinse al pericoloso viaggio, nonostante fosse stato messo al bando dall'impero e sapesse che i suoi nemici avevano facoltà di togliergli la vita, mentre agli amici era stato severamente vietato di aiutarlo e di ospitarlo. Il governo imperiale stava adottando le più drastiche misure contro i suoi sostenítori. Egli, però, conscio che l'opera del Vangelo era in pericolo, decise di entrare in lizza nel nome del Signore per combattere a favore della verità.
In una lettera all'elettore, dopo aver comunicato il suo proposito di lasciare la Wartburg, Lutero scrisse: « Sia noto a sua Altezza che io vado a Wíttenberg sotto una protezione superiore a quella che potrebbe venirmi dai principi e dagli elettori. Io non penso di sollecitare l'appoggio di sua Altezza e, lungi dal desiderare la sua protezione, preferirei essere io a proteggere lei. Se io sapessi che sua Altezza volesse e potesse proteggermi, non andrei a Wittenberg, perché non c'è spada che possa aiutare in questa causa: solo Dio deve fare tutto, senza l'aiuto e il concorso dell'uomo. Chi possiede la fede più grande è il più atto a proteggere » Idem, vol. 9, cap. 8.
In una seconda lettera, scritta durante il viaggio verso Wittenberg, Lutero aggiunse: « Io sono pronto a incorrere nello sfavore di sua Altezza e nell'ira del mondo intero. Non sono forse i wittenberghesi la mia greggia? Non li ha Iddio affidati a me? Per conseguenza non debbo io, se necessario, espormi alla morte per amor loro? Inoltre, io temo di vedere scoppiare in Germania una sommossa per 14 quale Dio punirebbe la nostra nazione » Idem, vol. 9, cap. 7.
Con grande prudenza e umiltà, tuttavia con fermezza e decisione, egli si mise all'opera. « Per mezzo della Parola », diceva, « noi dobbiamo abbattere e distruggere quello che è stato stabilito con la violenza. lo non farò uso della forza contro chi è incredulo e superstizioso. Nessuno dev'essere vittima di costrizione. La libertà è l'essenza della fede » Idem, vol. 9, cap. 8.
Ben presto a Wittenberg si seppe che Lutero era ritornato e che si accingeva a predicare. La gente affluì da ogni parte e la chiesa fu affollatissima. Salito sul pulpito, egli istruì,. esortò, rimproverò con bontà e avvedutezza. Parlando di alcuni che erano ricorsi a misure di violenza per abolire la messa, dichiarò:
« La messa non è una cosa buona, e Dio vi si oppone. Essa dovrebbe essere abolita, e io vorrei che in tutto il mondo essa fosse sostituita dalla Cena dei Vangelo. Però nessuno deve essere strappato ad essa con la- forza. Dobbiamo lasciare la cosa nelle mani di Dio: è la sua Parola che deve agire, non noi. Vi chiederete perché. Ebbene, io non tengo i cuori degli uomini nelle mie mani come il vasellaio tiene l'argilla. Noi abbiamo il diritto di parlare, non quello di agire. 'Predichiamo e lasciamo il resto a Dio. Se io ricorressi alla forza, che vantaggio ne trarrei? Gesti di disapprovazione, formalismo, ordinanze umane, ipocrisia... Farebbero difetto la sincerità del cuore, la fede e la carità. Ora, dove queste tre cose mancano, manca tutto, ed io non darei una lira per simile risultato... Fa più Dio con la sua Parola che io e tutto il mondo con le-nostre forze riunite. Dio conquista il cuore, e quando il cuore è conquistato, la vittoria è conseguita...
« lo predicherò, discuterò, scriverò, ma non costringerò mai nessuno perché la fede è un atto volontario. Guardate quello che ho fatto: mi sono levato contro il papato, contro le indulgenze, contro i papísti; ma l'ho fatto senza violenza, né tumulto. lo mi attengo alla Parola di Dio. Ho predicato, ho scritto: ecco tutto quello che ho fatto. Eppure, mentre io dormivo... la parola predicata ha abbattuto il papato, sì che né principi, né imperatori gli hanno arrecato altrettanto danno. Ma non ho fatto nulla, in quanto è la Parola che ha fatto tutto. Se fossi ricorso alla forza, forse tutta la Germania sarebbe stata immersa nel sangue, e con quale risultato? Rovina e desolazione nel corpo e nell'anima. Perciò io me ne sono rimasto quieto e ho lasciato che la Parola da sola corresse per tutto il mondo » Ibidem.
Giorno dopo giorno, per una settimana Lutero proseguì la sua predicazione a folle bramose di ascoltarlo. La Parola di Dio spezzò l'incantesimo dell'esaltazione fanatica, e la potenza del Vangelo ricondusse il popolo nella via della verità.
Lutero non aveva alcuna intenzione di incontrarsi con i fanatici il cui comportamento aveva fatto così tanto male. Egli sapeva che erano uomini dal giudizio non sereno, animati da passioni incontrollabili, i quali, pur dicendo di essere stati illuminati dal cielo, non avrebbero tollerato la minima contraddizione e non avrebbero accettato neppure il più bonario e amichevole consiglio o rimprovero. Arrogandosi la suprema autorità, essi esigevano che tutti, senza discussione, riconoscessero la validità delle loro pretese. Siccome essi chiedevano un abboccamento con Lutero, questi accettò di incontrarli. Riuscì a controbattere così bene le loro affermazioni che quegli impostori si affrettarono ad abbandonare Wittenberg.
Il fanatismo era stato momentaneamente debellato, ma purtroppo vari anni dopo esplose di nuovo e con maggiore violenza, dando origine a più terribili risultati. Lutero, parlando dei dirigenti di questo movimento, disse: « Per loro le Sacre Scritture sono lettera morta. Tutti gridano: "Lo Spirito, lo Spirito!", ma io non intendo seguirli là dove lo spirito li conduce. Possa Iddio, nella sua misericordia, preservarmi da una chiesa in cui ci sono solo dei santi! lo preferisco vivere con gli umili, coi deboli, con gli ammalati, i quali riconoscono e sentono i propri peccati e gemono e gridano del continuo a Dio dall'intimo dei loro cuori per ricevere da lui consolazione e aiuto » Idem, vol. 10, cap. 10.
Tommaso Münzer, il più attivo dei fanatici, era un uomo dotato di notevole capacità che, se ben diretta, gli avrebbe consentito di fare del bene. Purtroppo, egli non aveva assimilato neppure i primi elementi della vera religione. « Pervaso dal desiderio di riformare il mondo, egli dimenticava, come tutti gli entusiasti, che la Riforma doveva cominciare proprio da lui » Idem, vol. 9, cap. 8. Münzer ambiva occupare una posizione che gli conferisse prestigio e non voleva essere secondo a nessuno, neppure a Lutero. Affermava che i riformatori nel sostituire all'autorità del papa quella delle Sacre Scritture, non avevano fatto che istituire un'altra forma di papato. Egli stesso - aggiungeva era stato divinamente incaricato di introdurre la vera riforma. « Chi possiede questo spirito », affermava, « possiede la vera fede, anche se in vita sua non dovesse mai vedere le Scritture » Idem vol. 10, cap. 10.
Questi insegnanti fanatici, vittime delle proprie impressioni, ritenevano che ogni loro pensiero e ogni loro impulso fossero la voce di Dio. Alcuni giunsero addirittura a bruciare la Bibbia dicendo: « La lettera uccide, ma lo spirito vivifica ». L'insegnamento di Münzer soddisfaceva il desiderio di chi andava in cerca del meraviglioso, e lusingava l'orgoglio mettendo le idee e le opinioni umane al di sopra della Parola di Dio. Le sue dottrine furono accettate da migliaia di persone. Ben presto egli finì col denunciare ogni ordine nel culto pubblico e dichiarò che l'ubbidienza ai principi equivaleva a voler servire Dio e Belial.
Il popolo, che già cominciava a respingere il giogo papale, dava segni di insofferenza, dimostrando di mal sopportare le limitazioni imposte dall'autorità civile. Per conseguenza, gli insegnamenti rivoluzionari di Miinzer -il quale pretendeva che essi erano approvati da Dio indussero la gente a ignorare ogni controllo e a lasciAre briglia sciolta al pregiudizio e alle passioni. Ne seguirono terribili scene di sedizione e di violenza, tali che i campi della Germania furono inondati di sangue.
L'angoscia dell'anima che Lutero aveva così a lungo conosciuto a Erfurt, si faceva in lui sempre più opprimente perché i risultati del fanatismo venivano attribuiti alla Riforma. I principi sostenitori di Roma dichiaravano - e molti erano pronti ad accettare le loro affermazioni che la ribellione era il frutto naturale delle dottrine di Lutero. Quantunque l'accusa fosse del tutto infondata, essa fu fonte di grande tri~ stezza per il riformatore. Che la causa della verità fosse biasimata e abbassata al livello di un meschino fanatismo, era qualcosa di più forte di quanto egli potesse sopportare. D'altra parte, i capi della rivolta odiavano Lutero perché non solo egli si opponeva alle loro dottrine e non credeva alle loro pretese di ispirazione divina, ma li aveva dichiarati ribelli all'autorità civile. Per vendicarsi, lo denunciarono come un abietto presuntuoso. Sembrava che Lutero si fosse tirato addosso l'inimicizia dei principi e del popolo.
I sostenitori di Roma esultavano all'idea di vedere il. rapido crollo della Riforma, e accusavano Lutero perfino degli errori che egli aveva combattuto con tanta energia. Il partito dei fanatici, poi, con la pretesa di essere stato trattato ingiustamente, riuscì ad accaparrarsi la simpatia di una larga categoria di persone e, come spesso accade a chi si schiera con l'errore, fu considerato martire. In tal modo, quanti si opponevano energicamente alla Riforma finirono con l'essere giudicati vittime dell'oppressione e della crudeltà. Quest'opera di Satana era animata da uno spirito di ribellione analogo a quello che egli aveva già manifestato una volta in cielo.
Satana cerca continuamente di ingannare gli uomini e di indurli a chiamare il peccato giustizia e la giustizia peccato. La sua opera è spesso coronata dal successo. Quante volte, infatti, i fedeli servitori di Dio sono oggetto di biasimo perché difendono coraggiosamente la verità! Degli uomini, i quali altro non sono se non agenti di Satana, vengono lodati, incensati, se non addirittura considerati martiri, mentre coloro che dovrebbero essere rispettati e sostenuti per la loro fede e per la loro fedeltà a Dio, sono abbandonati e fatti segno alla sfiducia e al sospetto.
La falsa santità e la falsa santificazione continuano ancora la loro opera di seduzione. Sotto varie forme esse rivelano lo stesso spirito manifestato al tempo di Lutero, inteso a distogliere le menti dalle Sacre Scritture per spingere gli uomini a seguire i propri sentimenti e le proprie impressioni anziché ubbidire alla legge di Dio. t questa una delle più sottili astuzie cui Satana ricorre per gettare delle ombre sulla purezza e sulla verità.
Intrepido, Lutero difese il Vangelo dagli attacchi che da ogni parte gli erano mossi. Ancora una volta la Parola di Dio fu un'arma potente. Con essa egli lottò contro le usurpazioni del papa, contro la filosofia scolastica, e rimase saldo come una roccia di fronte al fanatismo che tentava di allearsi alla Riforma.
Questi vari elementi cercavano, ciascuno per proprio conto, di accantonare le Sacre Scritture e di esaltare la sapienza umana come fonte di verità e di conoscenza nel campo religioso. Il razionalismo idolatra la ragione e ne fa il criterio della religione. Il Cattolicesimo secolare reclama per il pontefice un'ispirazione che -discendendo in linea ininterrotta dagli apostoli - offre l'opportunità per ogni sorta di stravaganza e di deviazione sotto il manto della santità del mandato apostolico. L'ispirazione che Münzer e i suoi collaboratori pretendevano di avere derivava dalle divagazioni della loro immaginazione e non riconosceva alcuna autorità divina o umana. Il Cristianesimo, invece, vede nella Parola di Dio il ricco forziere della verità ispirata e la pietra di paragone di ogni ispirazione.
Al suo ritorno dalla Wartburg, Lutero ultimò la traduzione del Nuovo Testamento, e in breve tempo l'Evangelo poté essere dato ai tedeschi nella loro lingua madre. Questa traduzione fu accolta con gioia da tutti coloro che amavano la verità, mentre fu avversata da quanti preferivano attenersi alle tradizioni e ai comandamenti umani.
I sacerdoti si allarmarono al pensiero che il popolo potesse discutere con loro i precetti della Parola di Dio e che, così, venisse a galla la loro ignoranza. Le armi del loro ragionamento umano erano impotenti contro la spada dello Spirito. Roma fece appello a tutta la sua autorità per impedire la circolazione delle Scritture; ma decreti, anatemi e torture risultarono inutili. Più la chiesa condannava la Bibbia, maggiore appariva il desiderio del popolo di conoscere che cosa essa insegnasse. Tutti coloro che sapevano leggere erano bramosi di studiare da se stessi la Parola di Dio. La portavano con sé, la leggevano, la rileggevano, e non erano soddisfatti se non quando riuscivano a impararne a mente lunghi brani. Nel vedere con quanto favore era stato accolto il Nuovo Testamento Lutero cominciò immediatamente a tradurre anche il Vecchio Testamento e a farne pubblicare le varie porzioni di esso a mano a mano che venivano da lui ultimate.
Gli scritti di Lutero erano bene accolti nelle città e nei villaggi. « Quello che Lutero e i suoi amici componevano, gli altri lo diffondevano. Dei frati, convinti dell'illegalità degli obblighi monastici e desíderosi di abbandonare una lunga vita di pigrizia per intraprenderne una attiva, riconoscendosi troppo ignoranti per poter proclamare la Parola di Dio, percorrevano le province visitando case e capanne per vendere i libri di Lutero e dei suoi amici. Non passò molto tempo che la Germania fu piena di questi baldi colportori » Idem, vol. 9, cap. 11.
Quegli scritti erano studiati con vivo interesse da ricchi e da poveri, da dotti e da ignoranti. La sera, gli insegnanti 'delle scuole rurali li leggevano ad alta voce a piccoli gruppi di persone raccolte intorno a un caminetto. In tal Modo molte anime furono convinte della verità, accettarono con gioia la Parola e si affrettarono a comunicarla ad altri.
Si avverò, così, quanto si legge nel Salmo 119, al versetto 130: « La dichiarazione delle tue parole illumina; dà intelletto ai semplici ». Lo studio delle Sacre Scritture operava un profondo cambiamento nelle menti e nei cuori della gente. Il dominio papale aveva imposto, a quanti gli erano soggetti, un giogo di ferro che li teneva nell'ignoranza e nella degradazione. Veniva loro richiesta una tale superstiziosa osservanza delle forme, che ben pochi mettevano nel loro culto il cuore e la mente. La predicazione di Lutero, che esponeva le chiare verità della Parola di Dio e la stessa Parola da lui posta nelle mani del popolo, avevano valso a riscuotere le facoltà assopite, a nobilitare e a purificare la natura spirituale, oltre che a infondere nuovo vigore e nuovo impulso all'intelletto.
Si vedevano persone di ogni ceto difendere, con la Bibbia alla mano, le dottrine della Riforma. I papisti che avevano lasciato la cura dello studio delle Scritture ai sacerdoti e ai frati, si rivolgevano a loro perché refutassero i nuovi insegnamenti. Preti e monaci, pero, nella loro ignoranza delle Scritture e della potenza di Dio che da esse deriva, finivano invariabilmente con l'essere sconfitti da quanti essi avevano considerato eretici. Un autore cattolico dichiarò: « Sfortunatamente, Lutero aveva persuaso i propri seguaci a credere solo agli oracoli delle Sacre Scritture » Idem, vol. 9, cap. 11. La folla si accalcava per ascoltare l'esposizione della verità fatta da uomini di scarsa cultura e da essi discussa perfino con dotti ed eloquenti teologi. La palese ignoranza di questi grandi uomini era resa ancora più evidente via via che i loro argomenti venivano ribattuti dalle semplici dichiarazioni della Parola di Dio. Artigiani e soldati, donne e perfino bambini erano più familiari con l'insegnamento della Bibbia di quanto non lo fossero i sacerdoti e i dottori.
Il contrasto fra i discepoli del Vangelo e i sostenitori della superstizione romana non era meno manifesto nelle file dei dotti che fra il popolo. « Dinanzi ai vecchi campioni della gerarchia ecclesiastica, che avevano trascurato lo studio delle lingue e la cultura letteraria... si ergevano dei giovani dalla mente aperta, dediti allo studio, i quali investigavano le Scritture e si famifiarizzavano con i capolavori dell'antichità. Dotati di una mente acuta, di un'anima elevata, di un cuore intrepido, essi acquisirono ben presto una conoscenza tale che per molto tempo nessuno poté competere con loro... Per conseguenza, quando questi difensori della Riforma s'incontravano con i dottori di Roma, li affrontavano con tanta sicurezza che essi tentennavano, si sentivano imbarazzati e finivano col fare una figura meschina sotto gli occhi di tutti » Ibidem.
Quando il clero romano si rese conto che le congregazioni diminuivano di numero, invocò l'aiuto dei magistrati e si sforzò di riconquistare gli uditori con ogni mezzo a sua disposizione. La gente, però, aveva ormai trovato nei nuovi insegnamenti quello che poteva soddisfare l'anima e quindi si allontanò da chi, per tanto tempo, l'aveva nutrita con la vanità di libri che insegnavano riti superstiziosi e tradizioni umane.
Allorché la persecuzione infierì contro quanti insegnavano la verità, questi si attennero alle direttive di Gesù: « E quando vi perseguiteranno in una città, fuggite in un'altra » Matteo 10: 23. La luce penetrò dappertutto perché i fuggiaschi trovavano ovunque una porta ospitale che veniva loro aperta e che offriva loro l'opportunità di predicare Cristo o nella chiesa, o nelle case private, o all'aria aperta. La verità, predicata con tanta energia e sicurezza, si diffuse con irresistibile potenza.
Invano le autorità ecclesiastiche e civili furono esortate a reprimere l'eresia. Invano ricorsero all'imprigionamento, alla tortura, al fuoco e alla spada. Migliaia di credenti suggellarono la loro fede col proprio sangue, ma l'opera andò avanti. La persecuzione servì solo a far diffondere la verità, mentre il fanatismo che Satana cercava di mescolare ad essa contribuì a rendere ancora più netto il divario fra l'opera di Satana e l'opera di Dio.
Capitolo 11
La Protesta dei Principi
Una delle più nobili testimonianze che -siano mai state rese alla Riforma, fu la solenne protesta dei principi cristiani della Germanìa alla dieta di Spira, nel 1529. Il coraggio, la fede e la fermezza di quegli uomini di Dio assicurò alle età successive la libertà di pensiero e di coscienza. Questa protesta, i cui princìpi costituiscono « la vera essenza del Protestantesimo » D'Aubigne, vol. 13, cap. 6, diede alle chiese riformate il nome di protestanti.
Un giorno oscuro e gravido di minacce era spuntato Per la Riforma. Nonostante l'editto di Worms, il quale dichiarava Lutero fuori legge e vietava l'insegnamento delle sue dottrine e la credenza in esse, la tolleranza religiosa era prevalsa nell'impero. La provvidenza di Dio aveva tenuto a freno le forze che si opponevano alla verità. Carlo V era propenso a estirpare la Riforma ma spesso, quando la sua mano stava per colpire, qualcosa veniva a impedire il suo gesto. La distruzione della Riforma era sembrata varie volte imminente; ma ecco che al momento critico erano comparsi alle frontiere gli eserciti turchi o il re di Francia o lo stesso papa che, geloso della crescente grandezza dell'imperatore, era deciso a fargli guerra. Così, in mezzo alle contese e al tumulto delle nazioni, la Riforma aveva avuto modo di rafforzarsi ed estendersi.
Venne però il momento in cui i sovrani cattolici si decisero a fare causa comune con i riformati. La dieta di Spira, nel 1526, aveva dato a ogni stato la piena libertà religiosa in attesa che fosse convocato un concilio generale. Ma ecco che l'imperatore decise improvvisamente di convocare un concilio a Spira nel 1529 per estirpare l'eresia. I principi dovevano essere indotti, possibilmente ricorrendo a mezzi del tutto pacifici, a schierarsi contro la Riforma. Qualora questo tentativo non avesse avuto esito, Carlo V era deciso a fare uso della spada.
I partigiani del papa esultarono e affluirono numerosissimi a Spira, manifestando apertamente la loro ostilità verso i riformatori e verso quanti li favorivano. Melantone disse: « Noi siamo diventati l'esecrazíone e la spazzatura del mondo; però Cristo rivolgerà il suo sguardo verso il suo povero popolo per proteggerlo » Idem, vol. 13, cap. 5. Ai principi evangelici convenuti a Spira fu severamente proibito di far predicare l'Evangelo, perfino nelle loro dimore. Ma gli abitanti di Spira erano assetati della Parola di Dio e, nonostante il divieto, partecipavano a migliaia alle funzioni religiose che si tenevano nella cappella dell'elettore di Sassonia.
Questo concorse ad affrettare la crisi. Un messaggio imperiale annunciò alla dieta che siccome la decisione di accordare la libertà di coscienza era stata fonte di gravi disordini, l'imperatore chiedeva che essa venisse revocata. Questo atto arbitrario suscitò indignazione e allarme in seno ai cristiani evangelici. Uno di essi dichiarò: « Cristo è nuovamente caduto nelle mani di Caiafa e di Pilato ». I seguaci di Roma si fecero ancora più violenti. Un cattolico fanatico disse: « I turchi sono migliori dei luterani, perché osservano giorni di digiuno mentre i luterani li vietano. Se noi dovessimo scegliere fra le Sacre Scritture di Dio e i vecchi errori della chiesa, rigetteremmo quelle ». Melantone a sua volta affermò: « Ogni giorno in piena assemblea Faber scaglia delle pietre contro di noi » Ibidem.
La tolleranza religiosa era stata stabilita legalmente, per conseguenza gli stati evangelici erano decisi a opporsi alla revoca dei loro diritti. Lutero, essendo tuttora oggetto del bando impostogli dall'editto di Worms, non poté essere presente a Spira, ma il suo posto fu preso dai suoi collaboratori e dai principi che Dio aveva suscitati a difesa della sua causa, in quel particolare frangente. Il nobile Federico di Sassonia, l'antico protettore di Lutero, era morto; ma il duca Giovanni, suo fratello e successore, aveva accolto con gioia la Riforma; e, pur essendo amico della pace, diede prova di grande energia e di grande coraggio in tutto quello che riguardava gli interessi della fede.
I preti chiedevano che gli stati che avevano aderito alla Riforma si sottomettessero implicitamente alla giurisdizione di Roma. I riformatori, dal canto loro, reclamavano la libertà che era stata loro precedentemente accordata. Essi non potevano permettere che Roma riducesse di nuovo sotto il suo controllo gli stati che con tanta gioia avevano accettato la Parola di Dio.
Per giungere a un compromesso, fu finalmente suggerito che là dove la Riforma non era ancora penetrata, l'editto di Worms fosse applicato con rigore; mentre « in quegli stati in cui la gente non ne aveva tenuto conto e perciò non era possibile imporlo senza il pericolo di una ribellione, non si doveva attuare nessuna riforma, né prendere in considerazione i punti controversi; la celebrazione della messa doveva essere tollerata, ma non si doveva permettere a nessun cattolico di abbracciare il Luteranesimo » Ibidem. La dieta approvò questa proposta, con grande soddisfazione dei sacerdoti e dei Prelati romani.
Se questo editto fosse stato imposto, « la Riforma non avrebbe potuto estendersi... là dove ancora non era conosciuta, né consolidarsi là dove già esisteva » Ibidem. La libertà di parola sarebbe stata proibita, e nessuna conversione sarebbe stata permessa. Gli amici della Riforma erano invitati ad assoggettarsi immediatamente a queste prescrizioni e a questi divieti. Sembrava che le speranze del mondo fossero lì lì per spegnersi. « Il ristabilimento della gerarchia romana... avrebbe infallibilmente ricondotto agli antichi abusi »; e ben presto sarebbe stata creata l'occasione per « completare la distruzione di un'opera già violentemente scossa dal fanatismo e dai dissensi » Ibidem.
Quando i membri del partito evangelico si riunirono per una consultazione, tutti si guardarono in faccia costernati. Essi si chiedevano l'un l'altro: « Che cosa fare? ». Erano in gioco grandi conseguenze per il mondo. « I capi della Riforma si sarebbero sottomessi e avrebbero accettato l'editto? Sarebbe stato facile per la Riforma, in quell'ora così tragica, imboccare la via che avrebbe portato a un comportamento del tutto sbagliato. D'altra parte, non mancavano i pretesti plausibili per sottomettersi. Per esempio, ai principi luterani era assicurato il libero esercizio della loro religione, e analoga facoltà veniva estesa a quanti avevano abbracciato le idee della Riforma prima della decisione proposta. Tutto ciò non era forse sufficiente? Quanti pericoli sarebbero stati evitati con la sottomissione! L'opposizione, invece, avrebbe provocato contrattempi e conflitti. Inoltre, chi poteva conoscere le opportunità che l'avvenire aveva in serbo? Abbracciare la pace, accettare il ramoscello d'olivo che Roma offriva, fasciare le ferite della Germania: ecco altrettanti argomenti con i quali i riformatori avrebbero potuto benissimo giustificare l'adozione di una linea di condotta che però, col passare del tempo, avrebbe provocato il crollo della loro causa.
« Per fortuna, essi videro il principio che stava alla base di quella proposta e agirono mossi dalla fede. Qual era questo principio? Era il diritto che Roma si arrogava di coartare le coscienze e di vietare la libera indagine. Non dovevano essi e gli altri protestanti godere della libertà religiosa? Sì, però essa veniva concessa non già come un diritto, ma come un favore speciale. Per chiunque si trovasse fuori dell'accordo in questione, vigeva il principio della grande autorità romana, per cui la coscienza veniva eliminata e si doveva ubbidire a Roma, giudice infallibile. L'accettazione di siffatta proposta sarebbe stata la virtuale ammissione che la libertà religiosa doveva limitarsi solo alla Sassonia riformata, mentre per il resto del mondo cristiano la libera indagine e la professione di fede riformata sarebbero state dei crimini punibili col carcere e col rogo. Potevano i riformati accettare di localizzare la libertà religiosa? Potevano ammettere implicitamente che la Riforma ormai aveva fatto il suo ultimo convertito, occupato il suo ultimo palmo di terra, che là dove Roma esercitava il suo potere, questo doveva sussistere in perpetuo? Potevano i riformatori dichiararsi innocenti del sangue delle centinaia e delle migliaia di martiri che in seguito all'adozione di questo accordo sarebbero stati messi a morte nelle terre papali? Tutto ciò sarebbe stato un vero tradimento, in quell'ora così solenne, della causa del Vangelo e della libertà del Cristianesimo » Wylie, vol. 9, cap. 15. Meglio, perciò, molto meglio « sacrificare tutto: la propria posizione, la propria corona, la propria vita » D'Aubigné, vol. 13, cap. 5 .
« Respingiamo questo decreto », dissero i principi. « In materia di coscienza, la maggioranza non ha autorità ». I deputati dichiararono: « Noi dobbiamo la pace di cui il mondo gode al decreto del 1526. Abolirlo significherebbe provocare in Germania lotte e divisioni. La dieta non può fare altro che mantenere la libertà religiosa in attesa che si riunisca il concilio » Ibidem. Tutelare la libertà di coscienza è dovere dello stato e limite della sua autorità in materia di religione. Ogni governo secolare che cerchi di regolare o di imporre le osservanze di natura religiosa ricorrendo all'autorità civile, sacrifica il principio nel nome del quale i cristiani evangelici tanto nobilmente hanno lottato.
I sostenitori del papa decisero di abbattere. quella che essi definívano « audace ostinazione ». Cominciarono con l'adoperarsi per creare delle divisioni fra i seguaci della Riforma, e cercarono di intimidire quanti ancora non si erano dichiarati in suo favore. I rappresentanti delle città libere furono infine convocati dinanzi alla dieta e invitati a dichiarare se intendevano o no aderire alla proposta. Essi chiesero invano una dilazione. Quelli che ricusarono di sacrificare la libertà di coscienza e il diritto al libero esame, sapevano perfettamente che la loro posizione li avrebbe resi in seguito oggetto della critica, della persecuzione e della condanna. Uno dei delegati disse: « Noi dobbiamo: o rinnegare la Parola di Dio o affrontare il rogo » Ibidem.
Re Ferdinando, rappresentante dell'imperatore alla dieta, si rese conto che il decreto sarebbe stato fonte di divisione, a meno che i principi non fossero stati indotti ad accettarlo e a sostenerlo. Ricorse, perciò, alla persuasione, conscio che con tali uomini l'uso della forza avrebbe sortito l'effetto contrario. « Egli invitò i principi ad accettare, assicurandoli che l'imperatore ne sarebbe stato oltremodo compiaciuto ». Quegli uomini fedeli, però, riconoscevano un'autorità superiore a quella dei monarchi terreni e quindi risposero, con calma e fermezza: « Noi ubbidiamo all'imperatore in tutto ciò che può contribuire al mantenimento della pace e dell'onore di Dio » Ibidem.
In piena dieta il re annunciò all'elettore e ai suoi amici che l'editto « stava per essere proclamato sotto forma di decreto imperiale », e che « l'unica via da seguire era quella di sottomettersi alla maggioranza », Detto questo, si ritirò dall'assemblea, togliendo così ai riformatori l'opportunità di decidere e di replicare. « Invano essi gli inviarono una deputazione per invitarlo a ritornare. Alle loro rimostranze, il re rispose: "E cosa ormai definita; non vi rimane che sottomettervi" » Ibidem.
Il partito imperiale era convinto che i principi cristiani. avrebbero aderito alle Sacre Scritture, considerandole superiori alle dottrine e alle esigenze degli uomini. Sapevano che ovunque fosse stato accettato questo principio, il papato sarebbe stato abbattuto. Però essi, come migliaia di altri dopo di allora, guardando solo alle « cose visibili », si lusingavano che la causa dell'imperatore e del papa era forte, mentre I riformati erano deboli. Se i riformatori avessero contato unicamente sul soccorso umano, sarebbero stati impotentí; mentre, anche se numericamente deboli e in disaccordo con Roma, essi erano forti, in quanto si richiamavano « dal rapporto della dieta alla Parola di Dio e dall'imperatore Carlo a Cristo Gesù, il Re dei re e il Signore dei signori » Idem, vol. 13, cap. 6.
Poiché re Ferdinando aveva rifiutato di tenere conto delle loro convinzioni di coscienza, i principi decisero di non considerare, a loro volta, la sua assenza e di presentare la loro protesta dinanzi al concilio nazionale, senza ritardo. Fu redatta e presentata alla dieta questa solenne dichiarazione:
« Noi protestiamo dinanzi a Dio, nostro Creatore, Protettore, Redentore e Salvatore, che un giorno sarà il nostro Giudice, come anche dinanzi a tutti gli uomini e a tutte le creature, che noi, per noi e per il nostro Popolo non acconsentiamo e non aderiamo in nessuna maniera al decreto proposto, in tutto ciò che, è contrario a Dio, alla sua santa Parola, alla nostra coscienza e alla salvezza delle anime nostre.
I « Che cosa! Ratificare questo editto? Affermare che quando l'onnipotente Iddio chiama un uomo alla sua conoscenza, questi non può giungere nonostante ciò a conoscerlo? Non esiste altra dottrina sicura se non quella che si conforma alla Parola di Dio... Il Signore proibisce l'insegnamento di un'altra dottrina ... Le Sacre Scritture debbono essere spiegate con passi biblici più chiari ... Questo Libro è necessario al cri~ stiano in tutte le cose, facile da capire e atto a dissipare le tenebre. Noi, perciò, siamo decisi per grazia di Dio a mantenere la pura ed esclusiva predicazione della sua Parola, quale è contenuta nei libri dell'Antico e del Nuovo Testamento, senza aggiungervi nulla che possa esserle contrario. Questa Parola è la sola verità, è la sicura regola di ogni dottrina e di ogni esistenza, e non può mai venir meno, né ingannare. Chi edifica su questo fondamento resisterà contro tutte le potenze dell'inferno mentre le umane vanità che si levano contro di essa cadranno dinanzi alla faccia di Dio.
« Per questa ragione noi rigettiamo il giogo che ci viene imposto ». « Allo stesso tempo ci aspettiamo che sua Maestà imperiale si comporti nei nostri confronti come un principe cristiano che ama Dio sopra ogni altra cosa. Noi ci dichiariamo pronti a tributargli - e a tributare a vol, graziosi signori - tutto l'affetto e tutta l'ubbidienza che sono nostro giusto e legittimo dovere » Ibidem.
Questa risposta produsse sulla dieta una profonda impressione. La maggioranza dei presenti erano sorpresi e allarmati per la baldanza dei protestatari. L'avvenire appariva loro incerto e minaccioso. Dissensi, contese e spargimento di sangue parevano inevitabili. I riformatori; sicuri della giustizia della loro causa e fidando nel braccio dell'Onnipotente, erano pieni di coraggio e di fermezza.
« I princìpi contenuti in questa vibrata protesta... costituiscono la vera essenza del Protestantesimo. Questa protesta si oppone a due abusi dell'uomo in materia di fede: il primo è l'intrusione del magistrato civile; il secondo è l'autorità arbitraria della chiesa. Al posto di questi abusi, il Protestantesimo pone la forza della coscienza al disopra del magistrato e l'autorità della Parola di Dio al disopra della chiesa visibile. In primo luogo esso rigetta l'autorità civile nelle cose divine e afferma, con i profeti e con gli apostoli, "Noi dobbiamo ubbidire a Dio anziché agli uomini!". Al cospetto della corona di Carlo V, esso innalza la corona di Gesù Cristo. Ma va oltre, perché stabilisce il principio secondo cui tutto l'insegnamento umano deve essere subordinato agli oracoli di Dio » Ibidem. I protestatari avevano affermato il diritto di esprimere liberamente le loro convinzioni in materia di fede. Essi intendevano non solo credere e ubbidire, ma anche insegnare quello che la Parola di Dio presenta, e negavano ai sacerdoti e ai magistrati il diritto di interferire. La protesta di Spira fu una solenne testimonianza contro l'intolleranza religiosa, oltre che l'affermazione del diritto di ogni uomo di adorare Iddio secondo i dettami della propria coscienza.
La dichiarazione era stata fatta, era scritta nella mente di migliaia di persone e registrata nei libri del cielo, dove nessuno sforzo umano avrebbe potuto cancellarla. Tutta la Germania evangelica adottò la protesta come espressione della sua fede: ovunque gli uomini vedevano in questa dichiarazione la promessa di un'èra nuova e migliore. Uno dei principi disse ai protestanti di Spira: « Possa l'Onnipotente, che vi ha fatto la grazia di confessarlo con energia e senza timore, conservarvi in questa fermezza cristiana fino al giorno dell'eternità! » Ibidem.
Se la Riforma, una volta conseguito un certo successo, avesse acconsentito a temporeggiare per assicurarsi il favore del mondo, sarebbe stata infedele a Dio e a se stessa, e avrebbe preparato il proprio crollo. L'esperienza di questi nobili riformati racchiude una lezione valida per tutti i secoli futuri. Il modo di procedere di Satana contro Dio e contro la sua Parola non è cambiato: egli è sempre ostile alle Scritture quali norma di vita, come lo era nel sedicesimo secolo. Oggi si nota un notevole divario dalla dottrina che esse insegnano, ed è perciò necessario un ritorno al grande principio protestante: la Bibbia, solo la Bibbia come regola di fede e di condotta. Satana è all'opera, e ricorre a ogni mezzo per poter dominare ed eliminare la libertà religiosa. La potenza anticristiana che i protestanti di Spira rigettarono agisce ancora e cerca, con rinnovato vigore, di ristabilire la perduta supremazia. Oggi l'unica speranza di riforma risiede nella stessa, inalterata adesione alla Parola di Dio che fu manifestata in quell'ora critica della Riforma.
Per i protestanti si andavano profilando chiari segni di pericolo; ma allo stesso tempo si poteva notare che la mano di Dio era stesa per proteggere i fedeli. Fu verso quell'epoca che « Melantone accompagnò
attraverso la vie di Spira, dirigendosi in fretta verso il Reno, il suo amico Simone Grynaeus, sollecitandolo ad attraversare il fiume. Grynaeus era stupito di tanta fretta, e Melantone gli disse: "Un vecchio dall'aria grave e solenne, a me sconosciuto, mi è apparso e mi ha detto: Fra un minuto degli agenti saranno mandati da Ferdinando ad arrestare Grynaeus ».
Quello stesso giorno, Grynaeus, scandalizzato dal sermone di Faber, eminente dottore papale, alla fine gli aveva fatto le sue rimostranze, accusandolo di difendere « alcuni detestabili errori ». Faber dissimulò la propria ira, ma si affrettò a ricorrere al re, il quale gli rilasciò un ordine per procedere contro l'imporìuno professore di Heidelberg. Melantone era sicuro che Dio aveva salvato il suo amico mandando uno dei suoi santi angeli ad avvertirlo.
« Immobile, sulla riva del Reno, egli attese fino a che le acque del fiume non ebbero tratto in salvo l'amico, sottraendolo ai suoi persecutori. "Finalmente!", esclamò Melantone quando lo vide giunto sull'opposta riva. "Finalmente egli è stato sottratto alle fauci crudeli di coloro che erano assetati del suo sangue innocente!". Ritornato a casa, seppe che gli agenti mandati alla ricerca di Grynaeus avevano perquisito l'edificiol nel quale abitava, dal solaio alle cantine » Ibidem.
La Riforma doveva imporsi all'attenzione dei potenti della terra. I principi evangelici, ai quali era stata rifiutata l'udienza da parte di re Ferdinando, ebbero l'opportunità di esporre la loro causa all'imperatore e ai dignitari dello stato e della chiesa. Nell'intento di eliminare i dissidi che turbavano l'impero, Carlo V, l'anno
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